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Due terremoti. Ricostruzione e speculazione edilizia in Abruzzo ed Emilia
03-04-2015
Luisa Ciammitti*

* Luisa Ciammitti è stata Direttrice della Pinacoteca Nazionale di Ferrara

Una versione ridotta di questo testo è stata pubblicata nel numero di febbraio de "L'Indice".


Due terremoti. Ricostruzione e speculazione edilizia in Abruzzo ed Emilia

Il rumore sincopato delle gru che dalle sette e trenta di mattina volteggiano nel centro storico dell’Aquila potrebbe indurre l’ignaro visitatore a supporre che gran parte dei problemi causati dal terremoto del 6 aprile 2009 siano risolti. Alcune strade sono inaccessibili, non più per problemi di sicurezza, bensì per via dei cantieri in corso. E tuttavia basta fare pochi passi per sentirne il rimbombo contro gli edifici vuoti della città; bastano pochi sguardi per rendersi conto che nell’area del centro storico (1,6 kmq), bar e negozi aperti sono pochissimi. L’Aquila è deserta, i cittadini non ci sono.
Pochi cantieri in corso, invece, nei centri grandi e piccoli che tra Bologna, Ferrara e Reggio Emilia il 20 e 29 maggio 2012 sono stati colpiti da due scosse sismiche di intensità simile, con ripercussioni fino a Mantova e a Rovigo. Le opere urgenti o provvisorie sono state ultimate entro il 2013; altri cantieri per lavori di rafforzamento sismico inizieranno nel corso del 2015 e riguarderanno soprattutto chiese e palazzi storici. All’indomani della prima scossa, la Direzione Regionale, guidata da Carla Di Francesco, ha istituito l’Unità di Crisi (UCR) formata da funzionari delle Soprintendenze e della Direzione stessa. Tra maggio e novembre 2012 le squadre dell’UCR, affiancate dai Vigili del Fuoco e dal Nucleo Tutela per il Patrimonio Culturale dei Carabinieri, hanno condotto a termine il lavoro di verifica dei danni, di messa in sicurezza degli edifici tutelati, di raccolta e selezione delle macerie, di recupero di opere d’arte, archivi e biblioteche in edifici crollati o a rischio. Questo lavoro di ricognizione sul territorio ha portato alla creazione di un sito - il WebGis del Patrimonio Culturale dell’Emilia Romagna – organizzato per province colpite. Le informazioni sui beni architettonici danneggiati (decreti, notifiche, dati catastali storici e attuali) sono oggi reperibili attraverso questo strumento più attendibile della Carta del rischio, i cui dati sono fermi al 2004. Le opere d’arte, rimosse per lo più da chiese, sono state trasferite nel Palazzo Ducale di Sassuolo, dove si è organizzato un deposito e un laboratorio di restauro. Le chiese nel territorio tra Modena e Ferrara hanno subito danni ingenti; alcune sono distrutte, altre chiuse. A Ferrara, ad esempio, sono tutte chiuse tranne la cattedrale. I musei statali (la Pinacoteca Nazionale, il Museo di Casa Romei e il museo Archeologico) hanno invece rapidamente riaperto dopo i lavori di pronto intervento e di messa in sicurezza, in attesa di lavori di recupero definitivo. Un consolidamento strutturale sarà ad esempio necessario per la Pinacoteca Nazionale dove, a seguito della sconnessione muraria dell’ala nord di Palazzo dei Diamanti, si è dovuto smontare il polittico Costabili di Garofalo e Dosso, su cui si è realizzata una mostra. A Modena riaprirà il prossimo 29 maggio la Galleria Estense che, separata dalla Soprintendenza, è uno dei 20 musei recentemente dichiarati autonomi. Nella maggior parte delle città del cratere emiliano la situazione abitativa è tornata normale già a fine 2012 con il rientro degli sfollati. Diversamente da quanto accaduto a L’Aquila, ai privati è stato concesso di affrontare i lavori di riparazione delle loro case, anticipando le risorse necessarie in attesa dei rimborsi. Questo panorama di quasi normalità non include centri come Mirandola, San Felice sul Panaro e Bondeno, dove parte della popolazione e degli esercizi pubblici sono ancora “de-localizzati”, cioè ospitati in strutture volutamente provvisorie. Con aiuti immediati sono però ripartite le industrie biomediche, concentrate al 90 per cento proprio nei Comuni più duramente colpiti dal sisma: Mirandola, Medolla, Concordia, Cavezzo, San Felice, San Possidonio e San Prospero. Si tratta di un settore altamente specializzato in apparecchiature per emodialisi, cardiochirurgia, trasfusioni, anestesia e rianimazione.
Il terremoto che, a distanza di tre anni, sembra aver accomunato l’Emilia all’Abruzzo, è stato dunque affrontato in modi assai diversi. In verità non c’è quasi nulla in comune tra i rispettivi traumi: diversa è stata la magnitudo del sisma (6,2 a L’Aquila; 5,9 e 5,8 in Emilia); diversa la conformazione geologica dei territori colpiti e i materiali con cui sono costruiti gli edifici; diversa la congiuntura politica che ha determinato la gestione dell’emergenza: diverso infine il Pil delle rispettive zone. I morti sono stati 309 a L’Aquila, 27 in Emilia.
Soffermiamoci sulla gestione dell’emergenza, fase decisiva. La risposta delle autorità in Emilia può essere capita solo alla luce di quello che si era verificato a L’Aquila. Il 15 maggio 2012, cinque giorni prima della scossa che ha colpito la regione emiliana, venne approvato il D. L. n. 59, “Disposizioni urgenti per il riordino della Protezione Civile” (governo Monti). Questo Decreto (poi L. n. 100, 12 luglio 2012), ha consentito di affidare subito la gestione del terremoto alla Regione Emilia Romagna nella persona del Commissario delegato, e non alla Protezione Civile, come era invece accaduto a L’Aquila nel 2009 (governo Berlusconi). A L’Aquila, dove l’allarme per il crescente sciame sismico in atto da dicembre, era stato non solo ignorato ma, come si è appreso, censurato, si è fatto ricorso a un regime straordinario. A poche ore dal terremoto la Protezione Civile, diretta da Guido Bertolaso, ha cominciato ad agire in totale autonomia e sostanzialmente senza verifiche. Nelle mani di poche persone si sono concentrate decisioni sottratte a chi ne aveva la titolarità e competenza: Comune, Provincia, Regione, Soprintendenze. Alla gestione straordinaria si è ricorso anche per il patrimonio artistico nominando un vice commissario alle dirette dipendenze della Protezione Civile. I funzionari della Soprintendenza e della Direzione Regionale con i Vigili del Fuoco, eseguivano sopralluoghi e rilevamento dei danni in condizioni di grande difficoltà. Il centro storico dell’Aquila è stato evacuato, militarizzato, puntellato fino all’inverosimile. Si è proceduto all’espropriazione di terreni agricoli per la costruzione di 19 New Towns nel cratere dei cinquantasei comuni colpiti, raggiungendo in breve un consumo di suolo pari quasi all’area dell’intera città. Queste strutture abitative, tutt’altro che provvisorie, da un lato hanno gravemente sconvolto l’equilibrio tra il paesaggio e i piccoli borghi storici, dall’altro hanno mortificato il vivere comune, per la casualità con cui è avvenuto il trasferimento degli abitanti e per l’assenza di servizi (che permane). Le vicende successive sono tristemente note: il regime straordinario di commissariamenti si è incrinato solo quando, nel febbraio del 2010, sono emerse le intercettazioni alla famosa “cricca” di imprenditori che, la notte stessa del terremoto, ridevano pregustando gli appalti futuri. L’enormità di quanto accaduto ha innescato il processo di normalizzazione. Il ruolo di commissario è stato trasferito dalla Protezione civile al presidente della Regione, poi al sindaco del cratere; all’inizio del 2012 a Fabrizio Barca, allora ministro per la Coesione Territoriale, viene conferito l’incarico di accelerare la ricostruzione dell’Aquila. Con l’Ordinanza della Presidenza del Consiglio dei Ministri n. 4013/ 23 marzo 2012 si arriva ufficialmente alla soppressione delle “Strutture per la gestione dell’emergenza” (art.1) e alla ridefinizione delle competenze. Anche le funzioni del Vice Commissario per la ricostruzione dei beni culturali vengono trasferite alla ordinaria competente amministrazione: il Ministero per i Beni e le Attività Culturali (MiBAC).
Sono 103 gli interventi avviati all’indomani della fine del commissariamento dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici. Alcuni cantieri sono stati affidati alla Direzione Regionale dal Comune; altri sono completamenti di restauro derivanti dalla gestione del Vice Commissario. A questi si aggiungono restauri finanziati o co-finanziati da donatori o stati esteri; altri infine usufruiscono di fondi CIPE (Comitato interministeriale per la programmazione economica) con un programma 2013-2021: cantieri tutti attivi. Si tratta di edifici pubblici per il 95 per cento di proprietà ecclesiastica. L’intenso lavoro dei funzionari che si sono assunti l’onere della verifica sia tecnica sia contabile per ogni cantiere, ha consentito alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici, guidata da Alessandra Vittorini, di avviare ed in gran parte ultimare 110 cantieri nel centro storico dell’Aquila, nonché altri nei comuni del cratere. Sono tutti edifici di proprietà privata, vincolati.
Le numerose gru che volteggiano nel centro storico dell’Aquila sono dunque al lavoro su singoli edifici monumentali, non sul tessuto abitativo di una città quasi interamente abbandonata. Solo il giovedì sera la città si anima delle voci dei giovani che, dal cratere, arrivano nei Pub aperti per loro. Musiche e rumori che non disturbano nessuno.
Si è purtroppo arenato in Regione dopo la seconda commissione consiliare, un progetto elaborato nel 2010 per apporre un vincolo paesaggistico al centro storico della città, strumento previsto dalla legislazione italiana. Eppure come aveva fatto notare la Soprintendente Vittorini, gli edifici non sottoposti a tutela diretta perché privi di particolari pregi architettonici, costituiscono un tessuto connettivo importante. Per il momento quindi, la ricostruzione viaggia su un doppio binario: agli edifici pubblici e agli edifici privati vincolati non si affiancano le abitazioni comuni. Con l’istituzione dell’Ufficio per la Ricostruzione nel Cratere e il parallelo ufficio per la Ricostruzione dell’Aquila (Usrc; Usra) forse qualcosa si è sbloccato; ma alle lentezze burocratiche per le pratiche di contributo all’edilizia privata, si aggiungono interruzioni di cariche e carenza di fondi. I problemi strutturali emersi di recente nelle New Towns - che hanno assorbito tutte le risorse UE destinate dall’emergenza - non contribuiscono certo all’immagine della città. Infine, nel centro storico non sono state ripristinate le utenze (il gas, ad esempio): anche edifici come le case INCIS, vincolate dalla Soprintendenza, che ne ha autorizzato e verificato il restauro, non possono accogliere i loro abitanti di cinque anni fa. I tempi continuano ad essere lunghi. E viene da chiedersi: vorranno gli aquilani - dopo almeno sei anni - tornare ad abitare in centro storico?
Una buona notizia per L’Aquila è la riapertura in tempi brevi del Museo Nazionale nei locali dell’ex mattatoio, restaurato. Ci si chiede se “l’ampia” selezione di opere che sarà esposta, includa anche la sezione archeologica, che si poteva ammirare insieme a tutto il resto nel Forte Spagnolo, ora in restauro. Una riforma ha ora istituito per la città dell’Aquila e i comuni del cratere (fino al 2019) la Soprintendenza unica Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. Non rimane che aspettarne gli esiti.
Forse l’unico punto che accomuna i terremotati abruzzesi a quelli emiliani è la possibilità per il cittadino di cedere al Comune la vecchia casa acquistandone una nuova con i soldi eventualmente ottenuti per la ricostruzione. L’ordinanza che sancisce con questo scambio la “delocalizzazione”, suona come un vero e proprio incentivo ad abbandonare i centri storici. In Emilia non sono sorte New Towns, ma il numero di case nuove, invendute, è molto elevato. L’anomalia del terremoto finirà con l’accentuare la tendenza in atto a favorire la speculazione edilizia?



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