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La situazione attuale delle Soprintendenze: alcune proposte
13-04-2015
Carlo Pavolini

LA SITUAZIONE ATTUALE DELLE SOPRINTENDENZE: ALCUNE PROPOSTE

La politica dei beni culturali in Italia si trova oggi perennemente sotto i riflettori dei mass media, e non soltanto per le quotidiane notizie di crolli e scempi di monumenti e paesaggi, n soltanto perch devono essere ancora comprese ed elaborate le conseguenze del regolamento Franceschini del MiBACT (su alcuni punti del quale, l8 gennaio scorso, ho espresso il mio dissenso su questo stesso sito) e di altri provvedimenti governativi. In realt, che sul corpo del nostro patrimonio culturale si stiano affrontando - in modo vivace e perfino virulento - orientamenti ideali e politici molto diversi sotto gli occhi di tutti. Pu essere allora il momento adatto perch ciascuno provi a dire la sua, certo dal proprio angolo visuale inevitabilmente ristretto, cos che - ad esempio anche questo mio secondo intervento potr prendere in esame solo alcuni aspetti.
Vorrei partire della situazione degli uffici periferici del Ministero: le Soprintendenze, per capirci. Sono infatti le Soprintendenze a trovarsi sotto accusa, attaccate da fronti diversi, tirate in direzioni opposte. Si ha la sensazione di trovarsi di fronte a organismi stanchi, sfibrati, che forse non riescono neanche ad avere una precisa percezione di quel che sta accadendo loro e che, quindi, tanto meno sono in grado di reagire adottando una qualche credibile linea di difesa. Soprattutto, organismi vecchi: e non star qui a ripetere le note lamentazioni circa il fatto che in questi anni si sono lasciati andare in pensione dirigenti e funzionari - e il resto del personale - senza sostituirli, senza bandire nuovi concorsi o bandendone di insufficienti, cos che let media dei ruoli tecnico-scientifici ha ormai raggiunto forse i sessantanni... e cos via.
Questo progressivo deperimento delle Soprintendenze, questo loro ridursi ad uno strato sempre pi sottile di addetti ai lavori che, privi di mezzi, si confessano talvolta impotenti a far fronte ai propri compiti, dovuto a precise responsabilit dei vertici politici e amministrativi del Ministero (i primi, purtroppo, senza distinzione di schieramento parlamentare). Per scelta deliberata o per disattenzione (e viene quasi da pensare che la seconda ipotesi sia perfino pi grave della prima), si determinato uno stato di cose che pu portare prima o poi alla sostituzione degli uffici pubblici di tutela - quali li abbiamo finora conosciuti con nuovi assetti di gestione, mediante il ricorso ad agenzie esterne o mediante forme di commissariamento dirette o striscianti, tali, comunque, da svuotare progressivamente quella funzione tecnico-scientifica che era un tempo lindiscusso elemento chiave dellazione di salvaguardia. Che in realt tali processi siano gi in corso palese: manca solo lo spazio per elencarne gli esempi.
Chi giudica preoccupanti simili sviluppi ha per anche il dovere di indicare quali siano le possibili vie duscita. E qui - di fronte ai timidi segnali di ripresa costituiti ad esempio dallassunzione di nuovi ispettori archeologi, che hanno finito per per concentrarsi soprattutto nel Nord Italia - sarebbe esiziale, per le Soprintendenze, limitarsi a dire: va bene, dateci pi personale e pi soldi, questo il solo problema, vedrete che ricominceremo a funzionare come prima (un prima molto insoddisfacente, in realt). Sarebbe un semplice heri dicebamus, che non permetterebbe affatto a queste strutture di uscire dallo tsunami che le ha colpite negli ultimi ventanni compiendo un reale passo avanti.
Daltra parte, il mero rimpallo di responsabilit fra gli addetti ai lavori della tutela e chi li attacca dallesterno appare anchesso sterile. I critici dicono: voi siete arcaici, non siete (pi) in grado di rispondere in tempo reale alle tumultuose trasformazioni della societ, non riuscite nemmeno a spendere i finanziamenti che ricevete, avete tempi e procedure imperscrutabili, di insopportabile lunghezza e astrusit, lontane anni luce dai normali cittadini e dalle loro esigenze (si vedano gli argomenti, difficilmente eludibili, messi in campo da Daniele Manacorda nel suo LItalia agli italiani). Dalle Soprintendenze si risponde: siamo sempre di meno e sempre pi vecchi, non abbiamo strutture n personale, le procedure di spesa dello Stato sono infernali, non abbiamo pi nemmeno i rimborsi benzina per andare con i nostri mezzi sui siti archeologici (perch spesso su simili bucce di banana che scivola e si blocca lattivit amministrativa); la colpa dei politici e dei vertici ministeriali che non ci tengono in nessun conto, mentre voi sapete solo criticare e cos peggiorate la situazione. N si deve pensare che la linea del fuoco passi solo, schematicamente, fra uffici di tutela e Universit, perch vi un ampio fronte intellettuale esterno che fa proprie le ragioni dei primi.
Ma il punto centrale che, di questo passo, la discussione rischia di avvitarsi in un giro vizioso, dal quale non scaturiscono n contenuti politici allaltezza dei problemi sul tappeto, n proposte tecnico-pratiche che di quei problemi lascino intravvedere la soluzione; n bastano - per provare a trasformare la spirale perversa in un circolo virtuoso i generici appelli a stare calmi e a collaborare.
Credo si debba invece partire dalla consapevolezza che temi complessi come questi richiedono innanzitutto delle analisi e delle risposte sul piano culturale (gli aggiustamenti amministrativi, pur importanti, vengono concettualmente dopo: lintendance suivra). Il mondo delle Soprintendenze, che dispone tuttora di risorse umane di indubbia e riconosciuta qualit (talvolta di eccellenza), deve trovare in s la capacit di operare cambiamenti culturali radicali, e partendo da questi trattare con le altre forze sociali da posizioni diverse dal passato, ottenendone in cambio - di nuovo - quel rispetto (non trovo altra parola) di cui un tempo godeva, e che sembra essersi ormai perso per strada.
Cambiamenti in quali direzioni? Non si tratta solo di acquisire quel concetto di tutela olistica sul quale non torno (vedi il mio articolo dell8 gennaio e le prese di posizione di molti altri colleghi), concetto completamente travisato dal regolamento Franceschini, con effetti dei quali temo non si sia ancora intuita tutta la gravit. N si tratta solo di uscire sempre pi dal perimetro di una tutela meramente vincolistica per aprirsi, da un lato allarcheologia preventiva, dallaltro al rapporto con tutte le realt preposte alle trasformazioni urbanistiche e territoriali e al governo del paesaggio. Il rinnovamento culturale passa anche per altre iniziative, magari di minore visibilit immediata, ma suscettibili di assumere un valore simbolico pi generale e tali da indicare la via da seguire.
Fra quelle in corso si segnala ad esempio lampio movimento (forte ormai di molte centinaia di adesioni) per la libera e gratuita riproduzione dei manoscritti conservati in archivi e biblioteche statali, con il ricorso a mezzi digitali che non prevedano un contatto diretto con il supporto, n lesposizione a fonti luminose artificiali; la sola eccezione riguarda i fondi soggetti a copyright e quelli rari o speciali, gi normalmente non consultabili per pregio o per particolari condizioni conservative. Si vedano il sito fotoliberebbcc.wordpress.com e gli appelli e le prese di posizione comparse (fra laltro) su Patrimonio.SOS del 16/2 e del 3/3.
C da dire che il decreto-legge noto come Art Bonus, poi convertito nella L. n. 106 del 29/7/14, prevedeva - nella sua versione iniziale - lestensione della libera riproducibilit a tutti i beni culturali, compresi quelli di cui sopra. Tale conquista stata poi incomprensibilmente cancellata da un emendamento in sede parlamentare (purtroppo firmato anche da esponenti di spicco del PD), breve e drastico come un colpo di scure: sono cos diventati riproducibili solo i materiali diversi dai beni bibliografici e archivistici (!).
Chi chiede il ripristino della norma originaria si appella in prima istanza alla logica (la manipolazione del codice o del manoscritto identica sia che lo si fotografi senza schiacciarlo, sia che lo si sfogli soltanto; oggi, anzi, ne viene incoraggiata la fotocopiatura, potenzialmente pi distruttiva). Ma gli aderenti al movimento si battono soprattutto contro una gestione del patrimonio archivistico-librario che non si pone affatto come servizio pubblico, anzi dimentica la natura di bene comune del patrimonio stesso. Al contrario, col favorire ditte e fotografi privati specializzati si fanno gravare i costi delle riproduzioni sui singoli ricercatori, spesso giovani, precari e privi di mezzi. Per fortuna ci sono archivisti di Stato coraggiosi come Giulia Barrera, che aderendo alla campagna di sensibilizzazione ha parlato chiaro, proprio su Patrimonio.SOS, aprendo la via a quellalleanza fra funzionari culturalmente sensibili e ricercatori esterni che appare lunico percorso vincente da seguire.
Un altro possibile esempio dei nodi da affrontare, se davvero si vuole dare il segno di una svolta nellattivit del Ministero, quello della catalogazione. Federico Zeri ricordava sempre che il catalogo delle opere darte - o la sua assenza - era il problema della tutela in Italia. Il compito, anche per la sua enormit (che per non pu servire da scusante), non stato mai adeguatamente affrontato, e da questo punto di vista gli anni della quasi totale impasse - corrispondenti al periodo di massima caduta di credibilit del centro ministeriale - sono stati i Novanta e i primi Duemila. Poi, dal 2007, lIstituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione ha avviato la reingegnerizzazione del sistema informativo. Ma al di l del lessico manageriale, non certo accattivante, cosa si scopre, se si va a parlare con la pattuglia di funzionari dellICCD (e di collaboratori sul territorio) che cercano con encomiabile chiarezza di idee di fondare un metodo di raccolta dei dati su scala nazionale, finalmente coerente e organico? Alcuni elementi di novit indubbiamente ci sono: tralasciando molti dettagli, ad esempio, va detto che oggi esiste una piattaforma informatica cooperativa consultabile da chiunque in grado di mettere insieme i dati della Carta del Rischio (comprendente, fra laltro, i vincoli fino al 2003), quelli del sistema Beni Tutelati (i vincoli dal 2004 in poi) e il SIGEC-web (le schede di catalogo del patrimonio culturale), mentre prima tutti questi sistemi non si parlavano (o avevano difficolt a parlarsi). E tuttavia viene fuori anche la permanenza di ostacoli e opacit sconfortanti. Da un lato sussistono fenomeni arcaici di arretratezza amministrativa (i fondi per creare il sistema sono separati dai fondi per farlo funzionare; lazione dei tutors incaricati di seguire lattivit delle Soprintendenze per gruppi di Regioni, e di assicurare i collegamenti col centro, va avanti fra mille intoppi, non certo dovuti alla volont degli operatori). Dallaltro lato emergono lentezze e sordit delle Soprintendenze stesse, che in alcuni casi tendono tuttora a tenere in piedi sistemi autonomi di catalogazione, applicano svogliatamente o fraintendono le direttive dellICCD, e cos via.
Insomma, lantico anarchismo italico duro a morire e la sottovalutazione del problema catalogo tuttora largamente diffusa. Si tratta anzitutto, se si vuole che il sistema decolli davvero, di prendere coscienza del fatto che (ancora una volta) i ritardi sono culturali ben prima che tecnici: e non per affermare unastratta e giacobina volont di sottomissione della periferia al centro, ma perch unicamente un corpus di informazioni omogeneo a livello nazionale potr, una volta creato, fare da supporto non soltanto allazione di tutela, ma anche alle attivit di ricerca (tutti aspetti inscindibilmente connessi).
Tiro in ballo la ricerca - e stringo sul peculiare aspetto della documentazione archeologica, che conosco meglio perch la questione delle procedure di catalogazione ha un ulteriore risvolto importante. Tutti sappiamo che una delle piaghe dellarcheologia italiana la schiacciante percentuale degli scavi che rimangono inediti, interamente o in gran parte. E inammissibile continuare ad accettare, dandolo quasi per scontato, che i responsabili di queste indagini si portino spesso nella tomba la massa delle informazioni recuperate, con enorme danno per la comunit (anche sul piano economico, ma soprattutto sul piano della consapevolezza storica collettiva). Cos come inammissibile che continuino a pervenire, dal seno delle Soprintendenze, frasi e atteggiamenti del tipo piuttosto che consegnare i miei dati (!) al Tale o al Talaltro li brucio in piazza, o me li porto (appunto!) nella tomba, ecc.
E tuttavia, nellanalizzare un problema delicato come questo guardiamoci da ogni faciloneria. Non nascondiamoci, cio, che - a fronte dellindubbia infingardaggine di molti - ci sono altrettanti archeologi di Soprintendenza che non solo scavano bene, ma si impegnano duramente anche nel percorso dello studio post scavo, e che tuttavia devono fare i conti con difficolt enormi: budget irrisori, dispersione delle quipes di collaboratori precari una volta finito il lavoro sul campo (ne riparleremo), percorsi oggettivamente lunghi per lo studio dei materiali, soprattutto ceramici. Ed corretto, finch questo iter in corso, che lo scavatore rivendichi la disponibilit scientifica dei dati, purch non se ne faccia un alibi per allungare i tempi di edizione fino alle calende greche.
Come se ne esce? A mio avviso, elaborando normative che impongano una scaletta di scadenze per le pubblicazioni di scavo, in cartaceo o preferibilmente in digitale, o in tutte due le forme: ad esempio (ma si tratta ovviamente di exempla ficta), 3 anni al massimo per un sondaggio di ridotte dimensioni, 5 anni per un dettagliato rapporto preliminare su unestesa indagine stratigrafica urbana, 10 anni per la pubblicazione definitiva dello stesso scavo, completa dei materiali (sia pure in sintesi: tabelle, istogrammi), e cos via. Sto parlando di qualcosa di pi ampio della pur meritoria indicazione ministeriale di far uscire dei brevi rapporti annuali di scavo sui FastiOnline (a proposito: qual la percentuale delle indagini archeologiche di cui realmente viene dato conto, anno dopo anno, su tale sito?).
Lo so: idee del genere possono apparire di difficile applicazione e addirittura esporsi a pesanti ironie, in un contesto culturale che come il nostro tradizionalmente allergico alle regole, le vede come ingiuste costrizioni o, viceversa, le approva entusiasticamente per poi disapplicarle dal mattino dopo. E tuttavia non vedo molte altre strade percorribili (le tecnicalit possono essere poi le pi diverse), e mi viene anche da pensare: mai possibile che oggi sia stata quasi dimenticata lesperienza dei primi anni 80, allorch un gruppo di persone motivate, senza alcuna distinzione fra universitari e ispettori di Soprintendenza, guidato da una funzionaria intelligente dellICCD come Franca Parise Badoni, pot redigere e imporre quelle Norme per la redazione della scheda del saggio stratigrafico (1984) che fecero fare un decisivo passo avanti nel senso della scientificit, e delladeguamento ai criteri in uso in larga parte dEuropa alla prassi dellarcheologia sul campo in Italia? S, possibile, se vero che (ad esempio) la scheda di Unit Stratigrafica, o un qualche modello che risponda alle stesse esigenze, per motivi incomprensibili non prevista nelle nuove piattaforme digitali di cui sopra, e se vero che sia tali schede US, sia le tabelle dei materiali, da anni non vengono pi sistematicamente richieste dalle Soprintendenze a chi scava a qualunque titolo in Italia. Sporadicamente magari s, sistematicamente no.
Ma qual la causa di una simile, sconfortante distanza rispetto ai progressi di allora (che rievoco, sia ben chiaro, senza alcuno spirito nostalgico, ma solo a contrasto, come strumento di analisi della situazione odierna)? Certo, in mezzo c stata la rivoluzione digitale, che impone di articolare ben diversamente ogni sistema documentario ma che potrebbe e dovrebbe anche rendere, in compenso, enormemente pi veloci le procedure della documentazione stessa. No: il problema, al solito, non tecnico, ma risiede nel mutato contesto politico-culturale. Nei primi anni 80 una particolare contingenza storica permise di creare un positivo corto circuito fra le direttive ministeriali e le nuove tendenze, scientifiche e metodologiche, che stavano investendo larcheologia italiana. Le due realt seppero interagire e spinsero potentemente in avanti lintera situazione. Oggi sembra molto difficile che una simile congiunzione astrale si presenti di nuovo, per motivi che sono al contempo molto complessi e intuitivamente chiari a tutti, per cui tanto vale non parlarne affatto.
Piuttosto, fra i due temi finora svolti (nuovi sistemi informativi centrali da un lato; dallaltro, liberalizzazione dei dati dellindagine archeologica, qualora i responsabili non li rendano noti entro un certo lasso di tempo) c una stretta contiguit, e anzi il secondo contenuto nel primo, come in un gioco di scatole cinesi. Mi spiego: un archeologo sa che, di fatto, ogni corposo dossier di scavo messo insieme da un altro team, da un altro direttore scientifico, molto tempo addietro, ecc., sar di per s sempre molto difficile (eufemismo) da consultare e da utilizzare. Una volta resi disponibili, i famosi dati rischiano quindi di restare lettera morta, a meno che non siano stati elaborati secondo criteri uniformi e universalmente condivisi: e cos il cerchio si chiude.
Cerchiamo dunque anche noi di concludere. I temi che fin qui abbiamo scelto quali esempi sono riconducibili, in ultima analisi, ad ununica istanza di liberalizzazione e di accessibilit dei materiali culturali: di democrazia, se la parola non appare troppo solenne. Ma non illudiamoci. Nessuna ingegneria istituzionale e nessuna circolare ministeriale saranno in grado di mettere in piedi processi davvero nuovi, se prima una diversa consapevolezza del proprio ruolo e dei propri obiettivi non si diffonder anzitutto fra gli addetti ai lavori delle Soprintendenze. Fra lo smantellamento di questi uffici e la loro inerte conservazione - anticamera, in realt, dello smantellamento medesimo - c forse allora una terza via, individuabile in una profonda riforma delle loro articolazioni (nel senso della Soprintendenza unica e dipartimentale, dimpianto pubblico e statale, cui ho accennato l8 gennaio), ma soprattutto delle mentalit e degli stili di lavoro che vi sono radicati.
Detto questo, il discorso rimarrebbe monco se in aggiunta non si riconoscesse esplicitamente, alla tanto vituperata tutela passiva esercitata finora dalle Soprintendenze, non solo lonore delle armi, ma forse di qualcosa di pi: quel valore che evidentemente sfugge a Matteo Renzi, dal momento che quando era ancora sindaco di Firenze ebbe a definire pi o meno, con toni francamente stupefacenti, le Soprintendenze come residui ottocenteschi e mere fonti di ostacoli burocratici, e la parola Soprintendente come quella a lui pi ostica dellintera lingua italiana. Tanto pi alla luce di simili espressioni, oggi che Renzi Presidente del Consiglio non appaiono ingiustificati gli allarmi di fronte a norme come quella contenuta nella citata riforma Franceschini del Ministero (allart. 39), norma secondo la quale le Commissioni regionali di garanzia possono riesaminare i pareri e gli altri atti emessi dagli organi periferici del Ministero, ed entro 10 giorni eventualmente cassarli in modo inappellabile. Il testo dellarticolo qui non chiarissimo, e tali Commissioni - vero - sono composte da tecnici: ma anche innegabile che per questa via, in modo un po contorto, si introduce comunque unaltra possibilit di ribaltare i pareri dei Soprintendenti, ci che le Direzioni Generali e i TAR erano gi in grado di fare.
Di fronte a questo e ad altri analoghi sviluppi in atto, si converr che c di che preoccuparsi. E se vero che la storia non si fa con i se, ugualmente inviterei tutti a fantasticare su come sarebbero ridotte oggi le nostre coste, le nostre periferie, i nostri centri storici, le mura e gli archi (tutte cose che certo, gi cos, non se la passano bene), se dallUnit ad oggi non fosse stato messo in piedi pur con le sue enormi carenze il sistema della tutela vincolistica e passiva. Lobiettivo partire di qui per cambiare moltissime cose, ma sarebbe sbagliato e pericoloso minare i fondamenti di questo assetto senza prima provvedere ad una sua adeguata sostituzione.

Carlo Pavolini



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