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Il segno della nostra sconfitta: il Memoriale degli Italiani ad Auschwitz e la storia dell’arte
29-05-2015
Paolo Coen

“Il Memoriale Italiano non è più adatto ad Auschwitz e non è gradito alle autorità polacche”. Questa la presa di coscienza, fredda ma realistica, del Ministro Dario Franceschini, battuta il 7 marzo da varie agenzie di stampa e immediatamente rilanciata in vari quotidiani nazionali.
Sulla dichiarazione del Ministro si tornerà più avanti. Sembra invece ora il caso di rinfrescare un poco la memoria. Al centro della questione vi è il Memoriale degli Italiani, un’opera elaborata nel corso degli anni Settanta del secolo scorso su incarico dell’Associazione Nazionale Ex Deportati (ANED) per il Blocco 21 del campo di sterminio di Auschwitz I, a una sessantina di chilometri da Cracovia. Il Memoriale, una sorta di spirale in metallo, legno e tela che il visitatore percorre come un tunnel, deve l’architettura a Lodovico Barbiano di Belgiojoso, le ventitré strisce pittoriche a Pupino Samonà, la partitura musicale a Luigi Nono e la regia complessiva a Nelo Risi. Un’opera d’arte realmente collettiva, dunque, la cui vera anima venne plasmata da Primo Levi. Perché Levi fu il primo interlocutore dell’ANED, al principio degli stessi anni Settanta. E perché ancora Levi scrisse il concept originale e il brano letto all’inaugurazione del Memoriale, nell’aprile del 1980: “La storia della deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo – ecco le sue parole – non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa: dai primi incendi delle Camere di Lavoro nell’Italia del 1921, ai roghi di libri sulle piazze della Germania del 1933, alla fiamma nefanda dei crematori di Birkenau, corre un nesso non interrotto”. Per Levi, come si vede, le origini della Shoah andavano riannodate senza equivoci al regime di Benito Mussolini. Nulla perciò di strano, in una linea del genere, che le strisce dipinte da Pupino Samonà mostrino a un certo punto il viso di Antonio Gramsci, annoverato evidentemente fra i protomartiri della Shoah.
Trentacinque anni corrono fra i due estremi, cioè fra la messa in opera del Memoriale e la dichiarazione del Ministro Franceschini. Un periodo lungo, che non è ora possibile, né in fondo utile approfondire punto per punto. Per chi intenda farlo si rimanda ai contributi dei colleghi Sandro Scarrocchia e Giuseppe Arcidiacono. Basterà qui dire che è stato un periodo di incomprensioni, polemiche e piccole rivalse, assai meno spesso di proposte costruttive e ragionevoli, come per esempio il restauro delle tele pittoriche di Samonà o l’aggiornamento del messaggio alle nuove istanze didattiche. Almeno fino al 2011. Perché esattamente nel 2011 il Direttore del Museo Nazionale di Auschwitz, lo storico Piotr Cywiński, dopo avere più volte annunciato di voler presto vedere il Memoriale smontato e spedito in Italia, ne ha chiuso la porta d’ingresso, impedendone di fatto la visita. Stando a Cywiński, il Memoriale è un’opera d’arte dal valore fondamentalmente performativo e autorefernziale, incapace dunque di rispettare gli standard storici, didattici e pedagogici richiesti dal Museo. E per questo inutile.
Un parere autorevole, quello di Cywiński, che anche in Italia ha trovato e trova un buon margine di condivisione. In particolare fra gli storici, come attestano per esempio le interviste a Giovanni de Luna, Michele Sarfatti e Marcello Pezzetti. Sia pure in modo diverso, essi puntano il dito sulla parzialità e ancor più sull’invecchiamento della visione storiografica del Memoriale, responsabili della sua sostanziale afasia: sempre a loro avviso, il difetto nella comunicazione si rivela particolarmente grave nei riguardi dei giovani, i quali avvertono come estraneo il dibattito politico e ideologico alla radice del Memoriale, radicato nei cosiddetti Anni di Piombo. Su questa base i tre hanno espresso parere favorevole allo smantellamento, previa sostituzione con un altro manufatto, adeguato ai moderni requisiti didattici.
Almeno in questa sede non pare il caso di entrare nel merito di queste valutazioni. Tanto meno di dare la stura all’ennesima, sterile polemica fra gli storici e gli storici dell’arte. Categoria quest’ultima peraltro incline da tempo a far la parte del ‘vaso di coccio’, vista l’ormai conclamata fragilità del suo profilo accademico e professionale. Data la piega che ha ormai assunto la situazione, pare invece più salubre indicare almeno tre fra i molti punti di riflessione.
Il primo punto ha che fare il nostro concetto di umanità. Senza fronzoli: prendiamo atto che nel giro di qualche settimana potremmo vedere stravolta o almeno tradita nel significato originario la più importante opera d’arte concepita da Primo Levi. E per logica conseguenza prendiamo atto con il nostro silenzio che giudichiamo il più importante scrittore-testimone del nostro Paese, l’unico paragonabile per acume e raffinatezza ad Anna Frank o a Elie Wiesel, incapace di parlare ai giovani. Ai nostri giovani, ai giovani del nostro Paese, agli eredi legittimi delle molte migliaia discriminati, deportati e uccisi ad Auschwitz.
Il secondo punto mette in gioco alcune fondamenta della nostra identità di cittadini italiani ed europei. Il cambiamento complessivo dopo il 1989 e la conseguente apertura verso i paesi dell’ex blocco sovietico ha avuto e ha tuttora molte conseguenze. Bene: molte di queste conseguenze passano attraverso i processi di reinterpretazione della Shoah. È certamente vero che l’Europa di oggi, l’Europa insignita nel 2012 del Premio Nobel della Pace, continua ad avere le proprie radici nelle ceneri di Auschwitz. D’altro canto, Auschwitz stessa è da tempo al centro di un sensibile momento di ridefinizione museologica, che la sta vedendo progressivamente passare da campo di sterminio degli Ebrei d’Europa a luogo di martirio del popolo polacco. In una prospettiva del genere – che è poi, anche qui senza fronzoli, una prospettiva di carattere neo-nazionalista – viene automatico stabilire un collegamento fra i reiterati tentativi di sfratto del Memoriale degli Italiani e la comparsa sul muro delle fucilazioni di un ricordo dedicato a san Massimiliano Maria Kolbe.
Il terzo e ultimo punto di riflessione mette al centro la storia dell’arte. Della sua aperta vocazione alla sconfitta al momento di confrontarsi con altre discipline – e in particolare con la storia – si è accennato sopra. Ma in questo caso la questione sembra ancora diversa. Laddove nell’affrontare il Memoriale di Auschwitz la storia dell’arte, in particolare l’italiana, si trova a fare i conti soprattutto con sé stessa, con la propria estensione e i propri limiti. Ovvero: con l’incapacità di dare una voce, chiara e forte, agli strumenti e agli obiettivi che pure dovrebbero esserle di competenza e che nessuno si sognerebbe mai di porre a repentaglio. Ecco perché lo sfratto del Memoriale Italiano di Auschwitz costituisce per noi una sconfitta. Attenzione: ne usciamo sconfitti non perché abbiamo perso la partita, ma perché non abbiamo nemmeno voluto giocarla. Perché al di sotto o al di sopra della nostra sfera di competenze, della nostra professionalità? Difficile crederlo, se consideriamo che negli ultimi anni i nostri storici dell’arte si sono impegnati pressoché in ogni fronte. Al di là dei personalismi, delle prime donne e delle polemiche, un solo elemento rimane fermo. Una significativa memoria artistica italiana ubicata all’estero è posta in serio repentaglio. Il rischio, concreto e immediato, è di perderla del tutto. Ogni storico dell’arte, come pure ogni museologo ben conoscono il concetto di site specific. In altre parole, sanno bene che spostare il Memoriale degli Italiani dal sito originario significa tradirne lo spirito, fin quasi a distruggerlo. Tilted Arc di Richard Serra, un capolavoro demolito perché ritenuto ‘scomodo’ dall’establishment, costituisce in tal senso un precedente diretto, pur fra alcune innegabili diversità di fondo.
Vale a questo punto riprendere la coda della dichiarazione del Ministro Dario Franceschini. “Il Memoriale tornerà in Italia e probabilmente troverà ospitalità a Firenze, dove verrà esposto nel modo che merita”. Per onestà intellettuale, va detto che Franceschini si trova a gestire un’eredità spinosa. La spinta verso Firenze viene infatti dall’Associazione Nazionale Ex Deportati, che, come si ricorderà, fu a suo tempo committente del bene e ne è tuttora proprietaria: su questa base già nel novembre 2014, il Ministro ha discusso con il Sindaco Dario Nardella un’ipotesi del genere. Ma allo stesso modo va detto che le alternative continuano a esistere.
La prima, di carattere placidamente riformista, consiste nell’elaborare un nuovo memoriale, aggiornato alle esigenze della didattica moderna. Un memoriale che tuttavia, nel rispetto di Primo Levi e del nostro paese, si dovrebbe affiancare all’originale, non mai a sostituirsi. La seconda alternativa, di maggiore impatto diplomatico, vede come destinazione ultima lo Stato d’Israele, a questo punto il solo legittimamente in grado di conferire un degno asilo politico a un manufatto del genere. Qualunque sarà la destinazione finale del Memoriale di Auschwitz, ogni energia, ogni euro eventualmente spesi dallo Stato italiano per lo smontaggio e il trasporto forniranno la misura della nostra sconfitta.

Paolo Coen, Università della Calabria – Rete Universitaria per il Giorno della Memoria



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