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Non lasciamo la Liguria ai demolitori (di centri storici). Sulle elezioni del 31 maggio
30-05-2015
Fulvio Cervini

All’Expo di Milano si può visitare da qualche giorno una singolare accozzaglia di opere d’arte provenienti da ogni parte d’Italia – inaugurata dal ministro dei Beni e delle Attività Culturali, ospitata da un imprenditore della ristorazione, curata da un pregiudicato cui il mondo politico e mediatico attribuisce gran credito e quello scientifico internazionale praticamente nessuno – che con sommo sprezzo del buon gusto, dell’intelligenza del pubblico e delle più elementari norme di tutela inneggia alla “biodiversità” dell’arte nazionale, notoriamente “fatta di vento”. Decifrare un pensiero critico inconsistente come l’aria è ardua impresa: ma sembra di intuire che la “biodiversità” non sia altro che la specificità culturale delle diverse regioni, città, contrade di una penisola in cui la civiltà figurativa è forma dell’identità culturale di ogni suo minimo cantone, e in cui non esiste comunità, per quanto minuscola, che non sia storicamente cresciuta attraverso una stratificazione di immagini, architetture, manufatti esemplari che hanno stabilito un nesso indissolubile con la terra e lo spazio. Insomma, se l’arte ha da essere biodiversa, lasciamo perdere le smargiassate trash e andiamo a comprenderne e ammirarne l’alterità direttamente sul posto.
Ora: se c’è una regione in cui tale processo ha conosciuto una sedimentazione tanto secolare quanto peculiare, essa è la Liguria. Proprio questa sua qualità – per non dire eccezionalità - rende fondamentale il rinnovo del suo consiglio regionale, per cui i cittadini sono chiamati alle urne domenica 31 maggio. Negli ultimi giorni di campagna elettorale si è molto parlato della Liguria soprattutto per l’incertezza del voto, legata anche a una lacerazione interna al Partito Democratico che ha determinato la candidatura a sinistra di Luca Pastorino, alternativa a quella ufficiale di Raffaella Paita, designata da un turno di primarie a dir poco contestate e sostenuta poi dalla direzione nazionale del partito: tanto che hanno preso fiato e campo i candidati del centrodestra, Giovanni Toti, e del Movimento Cinque Stelle, Alice Salvatore. Il test ligure è dunque molto importante per gli sviluppi della politica nazionale, e di questo si è parlato fin troppo. Ma forse non si è riflettuto a dovere su quanto esso sia importante, e addirittura vitale, per il destino della stessa Liguria.
Una regione che è stata paradigma di speculazione edilizia, devastazione ambientale e sperpero del territorio, ed è tuttora monumento desolante alla fragilità della terra. Per questo la Liguria può ora diventare uno straordinario cantiere sperimentale non solo per difendere il suolo, ma per riguadagnare quel rapporto esclusivo tra l’uomo, il mare, le rocce e i boschi che riempì gli occhi dei viaggiatori stranieri tra Sette e Ottocento e la rese davvero, fuor di retorica, unica al mondo. La Liguria è stata letteralmente scolpita e rimodellata dall’uomo, che ne ha fatto una straordinaria opera di architettura ambientale a sua volta costellata di architetture meravigliose che racchiudono dipinti, sculture e arredi dalla folgorante bellezza non sempre o non ancora entrati nel canone malgrado l’Unesco abbia riconosciuto alla Liguria ben due patrimoni dell’umanità, i palazzi genovesi dei “Rolli” e le Cinque Terre. La vera forma della Liguria è il suo patrimonio artistico perché il suo stesso paesaggio, pur così devastato, è una strepitosa opera d’arte, ed è da qui che dovrebbe partire ogni seria politica di sviluppo: nel senso che dovrebbe essere la cultura, intesa come coscienza civile del patrimonio, il cuore del discorso pubblico e dell’azione politica. Ed è sulla centralità di questa cultura che dovrebbero riflettere non solo i candidati, ma coloro che domenica si recheranno ai seggi. La scommessa è che la Liguria possa diventare un laboratorio di civiltà che trascenda di gran lunga il pur non trascurabile laboratorio politico. Per questo, e non per altro, le elezioni liguri sono davvero importanti.
Peccato che in campagna elettorale la coscienza del patrimonio sia rimasta, a esser generosi, pressoché totalmente sullo sfondo, come del resto capita anche nelle altre regioni e a livello nazionale: a parte, s’intende, i triti pistolotti sulla grande bellezza, vomitati ormai in loop (soprattutto da chi non ha idea alcuna della bellezza e magari ci scrive pure dei libri). A leggere gli stessi programmi dei candidati liguri, che peraltro dedicano giusto spazio alla messa in sicurezza del suolo (ci mancherebbe altro), si percepisce non soltanto una miscela di luoghi comuni che già dovrebbe indurre a ogni cautela, ma una sostanziale sottovalutazione del potenziale sia economico e occupazionale che, soprattutto, etico e civico del patrimonio culturale: entrambe sembrano riposare su una conoscenza assai superficiale dello stesso tessuto artistico e ambientale della regione come pure delle più aggiornate riflessioni sulla salvaguardia e la messa in valore dei beni storico-artistici, tanto da generare dichiarazioni che a prenderle sul serio, dopo le istintive risate, ci sarebbe da tremare.
Per esempio: “La prossima Amministrazione varerà la legge regionale per la ricucitura urbanistica per agevolare chi demolisce, restaura e recupera i centri storici o le aree degradate, anche per favorire il recupero del centro storico di Genova”. Com’è possibile, nel 2015, anche in un paese regredito come l’Italia attuale, pensare di agevolare chi demolisce i centri storici (e non come sarebbe necessario, le miriadi di ecomostri di cui la Liguria è disseminata)? Chi l’ha potuto concepire? Carcarlo Pravettoni? Cetto Laqualunque? No. Sta in “Noi siamo la Liguria. Programma di governo della Regione e visione politica per i prossimi 20 anni” (sic), proposto da Raffaella Paita.
Ammettiamo la buona fede. Che cioè la demolizione si riferisca alle aree degradate, laddove i centri storici siano da restaurare e non ricostruire da zero. Ma il minimo che si può dire è che questo passaggio sia scritto malissimo. E quando si parla di patrimonio architettonico non si può né scrivere male, né essere confusi. Nessuno si sognerebbe di essere così approssimativo in materia di finanza pubblica, sanità, lavoro. Cosa devo aspettarmi da chi ha un’idea così disinvolta delle demolizioni? E un’idea così vaga del patrimonio da pensare che possa farsi tranquillamente a pezzi con l’incoraggiamento pubblico?
L’impressione è che l’estensore almeno di questa parte del documento non abbia avuto grande dimestichezza con quelle buone letture che dovrebbero ispirare sempre un buon programma elettorale come una decente politica di vero servizio pubblico (non solo in Liguria). Per esempio i libri di Massimo Quaini, a cominciare dal bellissimo “L’ombra del paesaggio”. E naturalmente Italo Calvino, di cui tutti si riempiono la bocca, specie a Ponente, ma su cui pochissimi riflettono in tema di politica e cittadinanza. Viste la nota refrattarietà della politica italiana non dico a leggere e studiare, ma almeno a rivolgersi a chi lo fa per professione, e invece la sua grande dimestichezza con la forma istantanea di slide, tweet e post, sarebbe bastato leggere e meditare un bellissimo fumetto di Raul Pantaleo, Marta Gerardi e Luca Molinari, cui si deve il parimenti notevole “Architetture resistenti”, anch’eso pubblicato da Becco Giallo: dico leggere e non limitarsi a guardare le figure, perché dialoghi e didascalie sono molto densi, anche di dati, e non lasciano indifferenti. Si intitola “Terre perse”, e mette in scena una giovane freelance alle prese con un’inchiesta sul consumo di suolo. Bene: quasi metà del volume è dedicata a Sanremo, vista come luogo esemplare del degrado urbanistico nazionale, che l’intrepida giornalista scopre facendosi guidare dal fantasma di Mario Calvino, il grande agronomo padre del grande scrittore (peraltro continuamente citato). Come dire che per capire un luogo c’è bisogno di entrare in sintonia con chi l’ha raccontato, studiato, vissuto. E che in genere, quando si “perde la terra”, ciò accade perché si disdegna il contributo critico degli intellettuali e il senso di responsabilità civile che proprio da loro deve venire. Senza storia, senza libri e senza ricerca non c’è programma e non c’è politica. C’è invece il fritto misto di una paranza di frasi fatte e false certezze che non portano da nessuna parte.
La sezione “turismo, sport e cultura” del programma di Giovanni Toti (a quanto pare reperibile solo sulla sua pagina facebook) esordisce dicendo che “per clima, bellezza, varietà del paesaggio la Liguria ha sempre rappresentato un ‘must’ a livello europeo e mondiale. Oggi può e deve essere più competitiva”. Sicché la valorizzazione culturale, al più, viene finalizzata all’incoraggiamento di un turismo che (come nel programma di Paita) sembra dipendere in prevalenza da spiagge e prodotti tipici. A spingere a un’istintiva diffidenza è peraltro il fatto che Toti è creatura, e al tempo stesso consigliere politico, di un signore che pur avendo fatto il presidente del consiglio dei ministri per tre volte (e quindi, presumibilmente, aver imparato qualcosa del mondo), proclama a cadenza periodica (ancora martedì 26, intervistato da Radio Capital) che l’Italia possiede il 50% dei beni culturali mondiali e il 75% di quelli europei. Ora, chi crede a simili fanfaluche (in realtà largamente condivise da tutti gli schieramenti) mostra letteralmente di non avere la minima idea di ciò di cui parla. Così nel programma di Toti la lunga elencazione di proposte e iniziative, pur in sé apprezzabili (come la valorizzazione dei borghi) non si direbbe sostenuta da un’effettiva coscienza della materia. Né possiamo dimenticare che la classe politica che produce e sostiene Toti e Paita è in misura larga la stessa cui si deve la devastazione del paesaggio ligure negli ultimi vent’anni, e le cui epiche gesta sono narrate da un libro-inchiesta impeccabile come “Il partito del cemento” di Marco Preve e Ferruccio Sansa: non per caso mai seriamente discusso da queste parti, e anzi sostanzialmente ignorato. Dunque è difficile aspettarsi che un ceto così penosamente ignorante si trovi a far indigestione di libri una volta raggiunto il governo regionale. Anche perché il più forte alleato di Toti in questa avventura elettorale dimostra praticamente ad ogni apertura di bocca di leggere quasi soltanto quel che sta scritto sulle sue felpe.
Merita così evidenziare i segnali di segnali più interessanti che invece mi sembrano emergere, in tema di patrimonio culturale, dai programmi dei loro principali antagonisti. Il Movimento Cinque Stelle, che candida Alice Salvatore (non a caso fresca di studi umanistici), sviluppa un programma molto articolato che al di là delle singole proposte punta su alcune idee forti e ricorrenti. Per esempio un’idea di condivisione e partecipazione, che punta a coinvolgere i più possibile i cittadini anche nella difesa del patrimonio pubblico, e a promuovere scambi culturali ad ogni livello. E poi una non meno forte coscienza del decentramento della Liguria, che oltre Genova è una rete di centri medi e piccoli che devono sviluppare accordi e strategie anche nel restauro dei monumenti. E una ferma e radicale interruzione al consumo di suolo, a vantaggio di una decementificazione che deve recuperare in tutti i sensi le terre già perse.
Il programma della Rete a Sinistra che sostiene Pastorino, almeno da come è presentato sul web, è invece molto stringato perché contempla non gli interventi specifici, ma le linee operative, i principi fondamentali, la filosofia di governo. Anche per Pastorino è decisivo “svolgere un dibattito pubblico su ogni grande progetto di trasformazione del territorio”, e investire “nella rigenerazione urbana” dopo aver fermato il cemento.
E poi, ancora, praticare una saldatura - secondo me molto significativa - tra coscienza del patrimonio e sviluppo economico, che se adeguatamente elaborata attraverso una strategia operativa, potrebbe davvero rappresentare un punto di svolta virtuoso. La sintesi è esemplare ed efficace: “punteremo sulle industrie creative e sull’economia della conoscenza, per valorizzare le tante eccellenze liguri nel campo del sapere e della cultura”. “Vogliamo una regione a “cemento zero”, ma che investe nel riuso, nelle ristrutturazioni e nella valorizzazione dei suoi beni”. “La regione deve svolgere un ruolo di regia per valorizzare lo straordinario patrimonio paesaggistico e culturale della Liguria”.
Credo che da questi segnali anche i cittadini più amareggiati e disillusi possano ripartire per lavorare tutti insieme, cominciando dal voto, al cantiere di una Liguria più decente. Con una convinzione: che comunque sia composta la prossima amministrazione regionale, essa non potrà più permettersi di tenere la coscienza culturale fuori dalle scelte politiche perché così facendo si ridurrebbe a una sorta di prepolitica incapace di cogliere nessi e problemi e di governare un qualsiasi processo di sviluppo: ma perché ciò accada, bisogna che la coscienza culturale torni ad essere protagonista del discorso pubblico della (e sulla) politica. E questo non possono e non devono farlo soltanto gli amministratori. Questa sì che sarebbe una bella biodiversità. Morale.

Fulvio Cervini
Università di Firenze



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