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Umbria 1997. Peripezie di un progetto. Un dialogo fra…
25-05-2015
Letizia Abbondanza* e Bruno Toscano**




(per gentile concessione degli autori, pubblicato in ECONOMIA DELLA CULTURA - a. XXIV, 2014, n. 3-4, pp. 347ss.)


L. A.– Nel 1998 la Confindustria ospitò nel suo Auditorium il Convegno del Premio Philip Morris “Cultura d’impresa al servizio dell’arte”. Tu partecipasti con una relazione dal titolo “Il problema della tutela: la peculiarità italiana come chiave organizzativa e come fattore di sviluppo”.

B. T.– Quel convegno si svolse nel maggio ’98 e, aggiungo subito, quando ancora la scia sismica del terremoto in Umbria del settembre ’97 non si era del tutto esaurita. Il mio intervento era concentrato sulla esigenza di progettare modelli di conservazione programmata dei beni culturali, finalizzati alla prevenzione dei danni da eventi sismici.

L. A.– Mi sembra che tu tentassi di collegare il dopo-sisma con il tema del convegno, che era impostato sui beni culturali nell’ottica del mercato. L’incontro nasceva all’indomani di una novità legislativa (Dlgs 112 del 31 marzo 1998) che inseriva tra gli obiettivi dell’azione pubblica, accanto alla tutela, anche la “promozione” e la “gestione” del Patrimonio, con l’idea di arrivare a nuove forme di crescita ed efficienza organizzativa, e di incentivare la partecipazione e l’investimento del settore privato nei beni culturali. Lo scopo era di creare un’occasione di incontro e di dialogo tra i poli della tutela da un lato e l’impresa in grado di investire nei beni culturali dall’altro.

B. T.– Intrecciavo due temi e tentavo di metterne in risalto le connessioni: l’assetto capillare dei beni in Italia e la fragilità da rischio sismico. Sottolineavo quanto il carattere diffuso del patrimonio, che è una componente fondamentale della identità italiana, e l’inesistenza di un’attività sistematica di prevenzione e manutenzione, unitamente all’invecchiamento e alle difficoltà degli uffici dello Stato preposti alla tutela, inoltre al mancato coordinamento tra centro, organi periferici e enti territoriali, rendano il nostro patrimonio più fragile e la tutela più difficile, sia in una gestione ordinaria della conservazione, sia di fronte ad eventi catastrofici, di solito definiti straordinari, anche se purtroppo di indubbia periodicità, come i terremoti. E cercavo di chiarirne le conseguenze nei termini di una visione economica di profitti e perdite: l’attuazione di un modello di conservazione programmata, come quello delineato nel 1974 nel Piano Pilota di Giovani Urbani, avrebbe potuto non soltanto prevenire perdite ingenti ma anche provocare un indotto economico di interesse generale. Quel piano forniva, quaranta anni fa, una risposta, che più concreta non poteva essere, a un’esigenza tanto irrinunciabile quanto trascurata. Infatti, o la tutela è il frutto di principi di forte coordinamento, di programmi comuni e di azioni condivise, oppure non è tutela ma azione settoriale e frammentaria, esposta a fallimenti, dei quali una evidente manifestazione era lo scenario disgregato dell’Umbria nel novembre 1997. Una programmazione della conservazione, oltre ad ottimizzare l’ordinario, avrebbe messo in opera procedure e strumenti idonei per affrontare l’emergenza. Invitato a parlare nell’Auditorium della Confindustria, mi sembrava ancor più giustificato sottolineare l’implicazione economica di questa impostazione, l’unica, a mio parere, capace di dare impulso alla formazione e all’occupazione, di stimolare l’innovazione e di provocare indotti di vero rilievo.

L. A.– Nel tuo contributo ti sei occupato prevalentemente della fragilità da rischio sismico, ma la realtà è fatta di una molteplicità di rischi.

B. T.– Nel suo Piano Pilota Urbani aveva considerato un insieme di rischi; ma nel 1983 aveva organizzato la mostra ‘La protezione del patrimonio monumentale dal rischio sismico’ nella quale aveva espresso tutte le sue idee sulla manutenzione del patrimonio culturale: a oltre dieci anni dal terremoto del ‘79 in Valnerina, era stato possibile osservare analiticamente la situazione della zona dal punto di vista dei danni e constatare che le cause principali andavano identificate con l’assenza totale e prolungata di manutenzione, piuttosto che con la violenza dell’urto sismico. Un solo monumento era stato interamente distrutto, il santuario cinquecentesco della Madonna della Neve, di cui il Genio Civile aveva ‘consolidato’ qualche anno prima il tiburio con cordoli di cemento. Al convegno di Confindustria io incentrai praticamente l’intero intervento sul rischio sismico perché ero convinto - e lo sono tuttora - che l’obiettivo della protezione da quel rischio, efficace purché elevata a sistema, implicasse un apporto tecnologico e innovativo dotato di forte specificità, vòlto a mettere a punto nuovi strumenti e procedure di protezione e prevenzione.

L. A.– D’altra parte, era molto recente una iniziativa del Governo nazionale destinata all’Umbria, che andava in quella direzione.

B. T.– Il dopo-terremoto in Umbria costrinse le istituzioni nazionali e i Comuni danneggiati ad un arduo sforzo organizzativo, che condusse ad un programma coinvolgente il Ministero dei BBCC, il Ministero delle Finanze, la Regione Umbria. Si creò una struttura integrata tra i Comuni di Foligno, Narni e Spoleto con il finanziamento del Governo e della Regione e, particolare da non dimenticare, con un contributo della Confindustria e dei sindacati. Mi sembra utile ricordare fin d’ora che alla data del convegno romano (14 maggio 1998) era in elaborazione la costituzione di un “Centro operativo per la conservazione e la manutenzione dei Beni storico artistici, archivistici e librari” la cui articolazione funzionale era già stata approvata dalla Regione e dai Comuni interessati.

L. A.– Ma si arrivò ad una concreta formulazione in un progetto?

B. T.–È appena di qualche giorno dopo il convegno, il 19 maggio 1998, un Protocollo d’intesa tra Commissario governativo per i Beni culturali, Regione Umbria, Comuni di Foligno, Narni e Spoleto, che prevedeva due unità interconnesse: il Centro Operativo Beni Culturali e il Centro Regionale di Protezione Civile; poco più di un mese dopo, il 29 giugno, fu definito un Accordo di Programma che ne precisava la realizzazione e quasi un anno dopo, il 23 aprile 1999, fu concepita la bozza di una Accordo Attuativo sulla costituzione del Laboratorio di Diagnostica per i Beni Culturali nella Rocca di Spoleto. L’insieme, finalizzato alla conservazione, manutenzione e valorizzazione dei beni culturali, era articolato in poli distinti da diverse competenze. Le attività della Protezione Civile, come le operazioni urgenti al momento del sisma, con particolare attenzione all’edilizia civile, furono collocate a Foligno. La struttura da insediare a Spoleto doveva assolvere specificamente compiti di conservazione dei beni culturali, dalla catalogazione dei danni (pregressi e/o in atto) alla diagnosi preventiva, dal salvataggio di monumenti pericolanti alla protezione degli operatori e al recupero dei beni mobili. A Narni fu affidata la valorizzazione e la divulgazione dei risultati dell’intera operazione. Devo segnalare che il progetto di questo complesso di strumenti fu messo pazientemente a punto grazie a un’intesa fra la Regione Umbria, allora presieduta da Bruno Bracalente, coadiuvato dall’Assessore delegato alla ricostruzione post-sismica Vincenzo Riommi, il Sindaco di Spoleto Alessandro Laureti, il sindaco di Foligno Maurizio Salari, coadiuvato dall’assessore Nando Mismetti e il Sindaco di Narni Luigi Annesi. Della definizione del progetto del Centro di Spoleto si discusse approfonditamente all’inizio anche con Michele Cordaro che dirigeva l’ICR, e con Giuseppe Maino, ricercatore dell’Enea, e nel 2000 la Regione incaricò una Commissione presieduta da me, della quale facevano parte Mario Micheli (ICR), Paolo Crisostomi (Studio Crisostomi, per il restauro del materiale cartaceo, Roma), e il Professor Giorgio Guattari (Facoltà di Ingegneria, Università Roma 3).

L. A.–Nell’intervento in Confindustria hai sottolineato le principali indicazioni che il gruppo di esperti aveva fornito a proposito delle specifiche attività assegnate alla sezione spoletina del Centro.

B. T.- Sì, descrivevo una serie di operazioni relative agli interventi post-sisma, che implicavano anche l’acquisizione di strutture e strumentazioni. L’elenco è purtroppo lungo: la protezione degli addetti al pronto intervento, che apriva un ampio campo sperimentale nell’uso di attrezzature leggere in grado di ispezionare il territorio, ricorrendo ad esempio alla robotica; la protezione in situ dei beni non rimovibili nelle situazioni di rischio, che esigeva anche in questo caso il ricorso a strumenti da progettare e mettere a punto, mobili e assemblabili, a seconda delle diverse tipologie di beni; la diagnosi di primo intervento in situ, in presenza di beni artistici (affreschi, stucchi, sculture) cui non fosse possibile avvicinarsi, che richiedeva ancora una volta una strumentazione adeguata; la conservazione di primo intervento in situ per i beni immobili per destinazione o non immediatamente trasportabili altrove (ad esempio materiale librario soggetto all’azione dell’acqua, che dovrebbe essere prima congelato e poi trasportato); il trasporto monitorato dei beni danneggiati fino al luogo di ricovero, grazie al sussidio di tecnologie ad hoc; il ricovero monitorato in ambienti opportunamente attrezzati, per la conservazione per medi e lunghi periodi, fino alla ricollocazione delle opere nei siti di origine;

L-A –Quanto alle diverse fasi della conservazione e del restauro delle opere in senso stretto, cosa prevedeva l’accordo?

B. -Spoleto doveva diventare la sede per le diagnosi pre-intervento, anche in collaborazione con strutture collaterali, come propedeutica all’intervento di restauro e conservazione e alla formazione di un archivio per la diagnostica delle opere. Vi si dovevano svolgere l’intervento conservativo vero e proprio (manutenzione, conservazione e restauro) realizzato da personale specializzato e la manutenzione ordinaria, mediante l’elaborazione di programmi di intesa con gli istituti di tutela e la distribuzione nel territorio di presidi strumentali e di personale competente. Si trattava di un modello progettuale certamente duttile, ma dotato di evidenti possibilità di espansione e di sollecitazione di nuove produzioni. Devo aggiungere che mi sentivo del tutto a mio agio in un convegno con quel titolo e che si svolgeva in quella sede: infatti che cos’è la gestione nell’ottica del mercato se non una gestione che conserva, che dà lavoro, che incentiva la produzione e stimola l’innovazione?

L. A.– Dunque, c’era stato l’accordo fra le parti – Stato, Regione, tre Comuni -, c’era stato il loro assenso alle indicazioni degli esperti. Erano grandi passi avanti, ma con quale seguito?

B. T.- La prima fase operativa fu coerente con le linee del progetto, tanto che la Regione procedette all’acquisto di un primo stock delle attrezzature, conforme alle linee progettuali suggerite dagli esperti. Invece, a partire almeno dal 2002, quando fu firmato l’Accordo Attuativo per la costituzione del Laboratorio di Diagnostica dei Beni Culturali (14 febbraio 2002), la Regione, sotto la presidenza Lorenzetti, cambiò radicalmente il sistema che, come abbiamo visto, era basato su un giusto contrappeso fra funzioni coordinate e che con questa configurazione era stato fatto proprio dalle Istituzioni. La Regione investì il primo importante finanziamento sul centro destinato alla Protezione Civile di Foligno, e nel 2004 firmò un secondo accordo (Accordo di Programma Quadro 2004), il cui protocollo modificava in modo drastico la ripartizione di ruoli tra Spoleto e Foligno, relegando in secondo piano proprio l’operatività del centro di Spoleto nel suo campo d’azione principale, quello dei beni culturali. Da questo momento tutte le attività di pronto intervento nell’emergenza terremoto vennero di fatto affidate a Foligno (e più precisamente, come recita l’Accordo di Programma Quadro del 2004, a p. 15-16, al “Centro Operativo Beni culturali che opera in modo integrato con le altre componenti del Centro Regionale di Protezione Civile”), come la gestione dei flussi delle squadre operative, dei materiali e delle attrezzature verso i beni danneggiati, la protezione delle opere in mobilità verso un deposito di transito a Foligno e poi verso quello di Spoleto. Forse non c’è bisogno di ricordarti che queste ed altre operazioni sottratte al centro spoletino richiedevano e giustificavano l’impiego degli strumenti e tecniche innovative che ti ho prima elencato, il cui utilizzo sarebbe dovuto avvenire nell’ottica della conservazione programmata dei beni culturali, cioè con protocolli e procedure che non coincidono con quelle praticate negli interventi di protezione civile.

L. A.- L’opera di decostruzione del progetto si fermò qui o per lo stesso scopo furono introdotte altre novità?

B. T.- Hai ragione, c’era ben altro. Infatti, ancora più inaspettato, e in verità non previsto nel progetto che era all’origine dell’intero sistema, fu il ruolo protagonistico, anzi esclusivo, che la Regione volle assegnare alla chimica e alla microbiologia nella operatività del centro di Spoleto. Mi rendo conto che, detta così, la cosa può far sorridere. Eppure non andò diversamente, fu proprio un organismo politico a cancellare un progetto scientifico e a sostituirlo con un altro. Così, quanto, e non era poco, afferiva a campi disciplinari diversi, come la fisica, la meccanica specializzata, la robotica in funzione preventiva e protettiva fu messo da parte e ci si dimenticò perfino delle relative e costose strumentazioni già acquistate e che in previsione dell’avvio del centro spoletino erano state già collocate nella Rocca Albornoziana. La prima parte delle risorse governative (5 milioni di euro) venne così destinata a finanziare il Dipartimento di chimica dell’Università degli Studi di Perugia per la costituzione, proprio nella Rocca, di un laboratorio di diagnostica, gestito dagli ordinari di chimica e microbiologia e posto sotto la responsabilità di tre direttori, due dei quali provenienti dalla dirigenza del Ministero per i Beni Culturali e il terzo dal funzionariato regionale. Il nuovo indirizzo procurava benefici all’Università e alla ricerca in un ambito scientifico del tutto rispettabile e sicuramente funzionale al restauro delle opere d’arte ma tutt’altro che prioritario in un sistema operativo fondato sulla prevenzione e conservazione programmata di beni a rischio sismico, del tutto disomogenei nei tipi, nei materiali e nelle relative terapie. Alla fine del 2005 venne firmato definitivamente lo statuto di un’ Associazione con sede a Spoleto intitolata “Laboratorio di Diagnostica per i Beni Culturali”, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività culturali, dalla Regione Umbria, dal Comune di Spoleto e dall’Università di Perugia, ma pilotata dalla Regione.

L. A.- Tornando al cambio di ruoli dei Centri di Spoleto e di Foligno, si potrebbe obiettare che se la funzionalità complessiva del sistema non ne veniva compromessa perde alquanto di importanza la scelta di collocare le funzioni in un luogo o nell’altro.

B. T.- Certo, ma sarebbe davvero imperdonabile ridurre il problema a una questione di campanile. Il nodo è un altro: occorrerebbe dimostrare che al Centro di Protezione Civile di Foligno sono affluiti strumenti e competenze che il progetto originale assegnava a Spoleto, a cominciare da unità di personale con specifiche competenze nei vari aspetti della conservazione programmata dei beni culturali, dalla manutenzione al restauro, dalla storia dell’arte alla storia del territorio, dal rilevamento dello stato di conservazione alla catalogazione. Inoltre, qualcuno, magari uno dei tre direttori del Laboratorio spoletino, dovrebbe illustrarci le relazioni - se esistono - che connettono ordinariamente l’attività dei due Centri, che come parti di un unico sistema e in un campo così complesso e delicato, dovrebbero ovviamente agire in modo coordinato.

L. A.- Tu non hai certo dimenticato un altro aspetto di rilievo della metamorfosi del progetto originale. Nel 1999, in vista dell’Accordo di Programma, erano state chiamate a raccolta diverse imprese attive nel restauro in Umbria e in Italia: la CBC di Roma, la COO.BE.C. di Spoleto, l’ISRIM di Terni, la PROTECNO di Perugia, la TECNI.RE.CO. di Spoleto, e lo Studio Crisostomi di Roma. L’idea era allora di creare una società consortile che coordinasse, a vantaggio della iniziativa di Stato, Regione e Comuni, l’attività di società private da tempo attive nella conservazione e nel restauro in Umbria. Tutte queste società sono progressivamente scomparse dalla struttura poiché il Centro con sede a Spoleto, con l’ingresso dell’Università, fu trasformato a tutti gli effetti in un ente pubblico, i cui bandi di gara creavano inevitabilmente situazioni di conflittualità con le imprese. E questo era del tutto in contrasto con le linee originali del progetto, che davano spazio alle imprese riconoscendole come soggetti cooperanti e rendendo anche in questo l’esempio umbro altamente rappresentativo nel campo della prevenzione e della conservazione post-sismica.

B. T.- Condivido la tua osservazione. L’Umbria poteva vantare una vera e propria tradizione nella programmazione e in particolare Spoleto, grazie ad esperienze condivise con l’ICR di Urbani già a partire dagli anni ’70, era in grado di offrire anche nel campo della conservazione dei beni culturali modelli sia teorici che operativi E poiché l’attività sismica non interessa solo l’Umbria ma gran parte del Paese, l’iniziativa che prese le mosse dopo il terremoto del ’97, avrebbe potuto essere utile a livello nazionale. Era dunque del tutto conseguente con queste premesse che, ad esempio, anche i restauratori della COO.BE.C. e della TECNI.RE.CO., formatisi nei corsi voluti e diretti dall’ICR di Urbani, interamente basati sui concetti di manutenzione e prevenzione, collaborassero alle attività del Centro spoletino, così come avevano collaborato alla sua messa a punto. Ma con la nuova fisionomia impressa dalla Regione al Laboratorio di Diagnostica, espressione sostanzialmente di una istituzione universitaria, questa importante componente professionale territoriale fu lasciata fuori.


L. A.- E, tornando a Spoleto, che ne è stato della funzione che aveva conservato di deposito per il primo intervento su beni in arrivo da situazioni pregresse o da nuove emergenze?

B. T.- Stai parlando del “Centro per la raccolta e il restauro delle opere d’arte in caso di eventi catastrofici sul territorio umbro”. Il progetto, destinato allo stoccaggio, alla manutenzione e alla protezione climatica dei beni mobili, risale al 2003 ed è stato ultimato di recente con tutto l’arredo e le attrezzature nell’area a S. Chiodo di Spoleto, come funzione del Centro di Protezione Civile e quindi con il finanziamento dalla Regione. Non è stato però ancora individuato il soggetto in grado di renderlo realmente operativo anche nella gestione ordinaria della conservazione dei beni culturali, e quindi non solo in caso di calamità naturali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’enorme manufatto, “di 23.000 metri cubi” estrapolato da una serie di funzioni previste nella medesima area, con le quali era in origine coordinato, una volta compiuto con rilevante impiego di risorse pubbliche, giganteggia vuoto come uno smisurato guscio ai margini della zona industriale di Spoleto.

L. A.- Nella storia del restauro e della conservazione in Umbria, a cominciare dal Piano Pilota di Giovanni Urbani degli anni ‘70, l’Università ha giocato un ruolo determinante, rivendicando a sé, legittimamente, un ruolo nella formazione degli operatori nel campo dei beni culturali, ma di fatto, in più di una situazione, ostacolando o deviando la realizzazione dei grandi piani di intervento e di programmazione. Mi riferisco a quanto tu hai avuto modo di scrivere a più riprese sull’argomento. Anche nel caso di cui parliamo, il ruolo dell’Università trasformò e in qualche modo “statalizzò” e irrigidì il dialogo che si stava aprendo in una pluralità di soggetti davvero titolati a operare in Umbria nei beni culturali. Ti sembra una prospettiva corretta?

B. T.- Sicuramente, ma personalmente non posso fare a meno di contestualizzarla nel quadro istituzionale, intendo nella sua identità attuale che a me pare sempre più irrisolta. Mi riferisco al quadro specifico dell’Umbria, una regione di 800.000 abitanti in cui la distanza dimensionale fra un certo numero di centri medio-grandi, caratterizzati da una storia di forte autonomia comunale, e il livello sopraordinato, rappresentato da una città capoluogo di formato non molto superiore e di analoga costituzione, è sensibilmente ridotta. In un rapporto fra due o più soggetti in cui il fattore di differenziazione non è abbastanza incisivo possono ridursi anche le garanzie di distacco equanime che si richiedono al livello che indirizza, coordina e controlla. In un simile quadro di equilibri, l’aumento della frequenza di situazioni di non condivisione e di vero e proprio contenzioso è quasi fatale, anche perché l’agire del livello sopraordinato finisce per essere percepito dai livelli sottoordinati come concorrenziale.

L. A.– Se questo è lo scenario, secondo te esiste la possibilità di riproporre il progetto nel contesto attuale?
B. T.- Certo non nella attuale congiuntura non solo economica ma anche istituzionale. La legislatura regionale è in dirittura di arrivo ma non è molto diffusa la speranza in un ricambio che rimetta insieme cultura e territorio, come ai tempi del Piano di Conservazione programmata e del tentativo di riproporlo ‘a caldo’ dopo il sisma del 1997. Si era allora creato, attorno a questi progetti, un consenso di varia provenienza: ricordo ad esempio l’interesse di Carlo Callieri, vicepresidente di Confindustria, che, convinto assertore dei concetti di manutenzione e conservazione, riuscirà nel 2005 a far rinascere la Venaria Reale e ad installarvi un Centro per la conservazione. Forse è utile qui rammentare ciò che un noto giornalista scrisse di questa impresa, soprattutto quando osservava che: “il risultato è così stupefacente che ti domandi cosa sarebbe, questo nostro Paese, se la stessa generosità istituzionale dimostrata a Venaria, senza gli insopportabili distinguo e gelosie, dispetti e odi” potesse essere registrata ordinariamente.

L. A.- Il progetto post ‘97 era frutto di un processo preciso che aveva fra l’altro accompagnato lo sviluppo dell’istituzione regionale e che era la programmazione, nella quale si articolava il dibattito tra le forze politiche e le parti sociali. Tutto questo ora è definitivamente superato?

B. T.– Possiamo considerarlo superato fin tanto che resta valida la battuta di un celebre economista che intendeva fotografare una situazione purtroppo assai diffusa: “Amministrare senza conoscere è un mestieraccio”. Personalmente, credo che bisogna continuare a sperare che anche di fronte ai problemi sui quali ci siamo intrattenuti il punto di partenza diventi di nuovo la conoscenza. Così, forse, si riaprirà una prospettiva anche per compiere azioni adeguate a conservare il patrimonio di un Paese bellissimo ma periclitante. In Italia il 75% del territorio è a rischio sismico. Mettere di nuovo in primo piano questi temi oggi, e riproporre questa esperienza nella sua formulazione originale creerebbe nuovi bacini di attività, aprirebbe prospettive di occupazione, solleciterebbe le imprese.



*Archeologa
**Professore emerito. Università Roma Tre
Si ringraziano per alcune preziose indicazioni e precisazioni Rolando Ramaccini e Elisabetta Spaccini. Si veda inoltre in proposito il Capitolo V della tesi di Giulio Proietti Bocchini, L’Umbria dal Piano Pilota di Giovanni Urbani al terremoto del 1997: considerazioni sulle pratiche attuali riconducibili all’idea di conservazione programmata, Tesi di specializzazione in Conservazione Preventiva dei Beni Culturali, relatore Prof. Stefano Della Torre, AA2010-2011, Scuola di Specializzazione in beni storici artistici Università degli Studi di Macerata.

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