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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Valore d'uso e valore di scambio nei beni culturali
01-07-2015
Carlo Pavolini

VALORE D’USO E VALORE DI SCAMBIO NEI BENI CULTURALI

Nel campo dei beni culturali e ambientali si riparla attualmente molto del rapporto fra tutela e valorizzazione, tanto che sembra opportuno dedicarvi un’attenzione specifica. Lo dico subito: sono fra coloro che considerano gravida di conseguenze negative ogni separazione netta fra i momenti della ricerca, della tutela, della valorizzazione e della fruizione. Non so trovare, infatti, valide smentite alla logica - pur banale - secondo cui si può tutelare davvero solo ciò che si conosce, e secondo cui rischia di essere controproducente ogni valorizzazione separata dalle finalità che presiedono al restauro, alla conservazione e alla tutela di un bene. Ciò significa, intanto, dare ragione ai molti che hanno visto nella riforma dell’art. 17 del Titolo V della Costituzione (2001) un errore politico dello schieramento di centrosinistra. Questo - probabilmente senza neanche “vedere” il reale peso che la questione rivestiva, e ciò per quelle ricorrenti carenze di analisi (prima di tutto culturali) che affliggono la sinistra italiana quando si tratta del patrimonio storico e del paesaggio – pensò allora di placare con un “contentino” di poco momento le spinte autonomiste della Lega.
Il nuovo art. 117 mantenne dunque in capo allo Stato la legislazione esclusiva in ordine alla tutela, ma attribuì alle Regioni la potestà di legislazione concorrente in materia di valorizzazione dei beni culturali e ambientali. I rapporti reciproci sono stati poi, beninteso, disciplinati da infinite norme vòlte a coordinare, armonizzare, uniformare.... (si veda il Codice dei Beni Culturali, nella sua versione del 2004 aggiornata fino al 2008, e soprattutto i suoi artt. 112 e 114), ma c’è uno spirito delle leggi che va al di là dei tecnicismi giuridici, e in quel caso lo spirito della legge agì nel senso di una fondamentale separazione fra le due funzioni.
Finora ho parlato di “valorizzazione” (a prescindere da chi la eserciti, e come) in tono neutro, quasi che la parola indichi un concetto universalmente condiviso. Superficialmente può sembrare che sia così: e in effetti è un esercizio utile mettere a confronto, da tale punto di vista, i testi di due campioni che attualmente incrociano i fioretti sul terreno della politica dei beni culturali (vedi Daniele Manacorda, L’Italia agli italiani, 2014, e Tomaso Montanari, Istruzioni per l’uso del futuro, 2014, e Privati del patrimonio, 2015). Manacorda affronta il problema in più punti, ma in un passaggio di cui va lodata la chiarezza sintetizza così il proprio pensiero: la valorizzazione è in pratica la traduzione aggiornata di ciò che l’art. 9 della Costituzione, nel linguaggio degli anni ’40, chiamò “promozione” (“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura.... Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”). Montanari preferisce seguire il Codice dei Beni Culturali (art. 6), ma anche questa normativa non fa altro che discendere per li rami costituzionali: e infatti, “la valorizzazione consiste nell’esercizio delle funzioni.... dirette a promuovere la conoscenza del patrimonio culturale e ad assicurare le migliori condizioni di utilizzazione e fruizione pubblica del patrimonio stesso”. Non c’è grande differenza, tanto che - per sfuggire alla sensazione di muoversi in tondo e di aggirarsi fra onorevoli tautologie - è forse necessario andare un po’ più a fondo.
“Valorizzazione” deriva infatti da “valore”, e allora bisogna chiedersi in primo luogo quale valore o quali valori preminenti attribuire al bene culturale. C’è stato un tempo, fra gli anni ’70 e gli ’80, in cui una parte dell’antichistica italiana dibatteva accanitamente - vivisezionando gli esigui passaggi dedicati da Marx alla questione - sui concetti di “valore d’uso” e di “valore di scambio” applicati alle economie precapitalistiche (dibattiti fortemente ideologici, certo da sottoporre oggi a un robusto vaglio critico, ma i cui presupposti non mi sento affatto di rinnegare). E’ merito di Manacorda riprendere alla lettera i due concetti, in quanto caratterizzanti in ogni epoca “monumenti, opere d’arte...., paesaggi”, ma l’interessante accenno è molto breve e lo spunto andrebbe ulteriormente sviluppato.
Ora, a me sembra indubbio che il valore proprio dei beni culturali e ambientali sia il valore d’uso (quindi non un astratto “valore in sé”, giustamente criticato da Manacorda), e che a sua volta esso vada identificato nella loro potenzialità di trasmettere – al contempo - conoscenza storica e godimento estetico, promuovendo anche lo spirito critico: in una parola, nel loro pregio culturale (appunto). Detto questo, bisogna però sgombrare il campo da un possibile equivoco, altrimenti si viene subito identificati con le “anime belle” che si opporrebbero sdegnosamente ad ogni pur vaga idea di redditività della cultura: e con costoro, se esistono, non mi schiero di sicuro. La linea di confine va tracciata in altro modo, e il punto centrale è saper distinguere (ci vuole poco, lo si può fare quasi sempre a colpo d’occhio) fra iniziative che partono dall’intento di promuovere il valore d’uso dei beni culturali e iniziative che partono dall’intento di sfruttarne il valore di scambio, cioè di mercificarli.
Una volta operata questa semplice distinzione di base, che la prima categoria di iniziative possa poi essere affiancata da tutta una serie di attività collaterali intese a produrre reddito non solo non mi turba affatto, ma lo vedo con assoluto favore, senza “paletti” di alcun tipo che non siano quelli posti dal Codice dei Beni Culturali e dalle esigenze di tutela. Nessun disprezzo (ci mancherebbe!) per il denaro, il quale potrà venir utilmente reinvestito per restauri e altre finalità positive. Il presidente Ciampi, citato da Montanari, parlò una volta di “doverosa economicità della gestione dei beni” (anche nel senso di stare attenti agli sprechi), ricordando però, al contempo, una sentenza della Corte Costituzionale circa la “primarietà del valore estetico-culturale” dei beni stessi.
La mia opinione, insomma, è che le iniziative della prima categoria non abbiano in sé nulla di male (bisognerà poi considerare la loro validità intrinseca, la rispondenza alle strategie pubbliche d’intervento, le risposte degli utenti, ecc.), e che le iniziative della seconda categoria vadano invece criticate in modo deciso.
Di qui discendono due nuclei principali di questioni: quella delle forme di gestione e quella degli usi concreti dei luoghi della cultura. Riguardo al primo punto, quando sopra dicevo di considerare tutela, valorizzazione e fruizione come una “filiera” unica non intendevo certo che le molteplici funzioni interne alla filiera dovessero venir esercitate da un unico soggetto. Per la gestione vale lo stesso discorso, e Giuliano Volpe in diversi suoi interventi, e Manacorda nel suo libro, hanno giustamente sottolineato che “chi detta le regole, chi controlla, chi valuta, non può anche gestire”, altrimenti si ha un evidente conflitto di interessi.
Per fare un solo esempio, io non mi allineo con coloro che criticano di per sé quelle parti della “Legge Ronchey” che nel 1993 hanno permesso di dotare le Soprintendenze e i Musei dei cosiddetti “servizi aggiuntivi” dati in concessione, e non ce l’ho nemmeno con l’interpretazione estensiva di tale concetto contenuta nel decreto-legge Paolucci del 1995, che vi incluse l’editoria e l’organizzazione di mostre (ma oggi, mi sembra di capire, vi si può unire anche la didattica degli spazi monumentali). Però, qui bisogna intendersi sull’effettiva catena decisionale, sulla “catena di comando” (non ho alcuna timidezza a usare questo termine, se si tratta di un comando…. democratico, regolato da norme condivise). Finché il reale potere di scelta e di controllo resta nelle mani di chi ha la competenza tecnico-scientifica, nessun problema; ma quando i concessionari finiscono per esercitare forme di monopolio sulle attività che erano state loro conferite, e per muovervisi (di fatto) come soggetti autonomi, le cose cambiano. E se non si inverte questo andazzo (del quale molti funzionari di Soprintendenza - quelli che se ne accorgono, e magari dissentono - sembrano subire le conseguenze in un silenzio disorientato o frustrato) può accadere che gli aspetti abnormi della situazione vengano paradossalmente segnalati dai concessionari stessi: lo ha fatto, con lodevole onestà intellettuale, Rosanna Cappelli, direttrice di Electa (citata da Montanari, Privati, p. 74).
Certo, ce la si può cavare ricordando che le decisioni finali spettano alle Soprintendenze. Ma occorre appunto essere onesti: quali Soprintendenze? Quelle attuali, ridotte ai minimi termini (ma qualcuno le avrà pur ridotte così!), presidiate da pochi funzionari oberati di lavoro? In tali condizioni la famosa “catena decisionale” rischia di limitarsi sempre più a qualche sommaria riunione di “orientamento” all’inizio, ad un timbro per presa visione alla fine. Inutile girare intorno al problema: ammesso che si voglia rovesciare la spirale in atto, non ci vuole meno Stato, ma più Stato; ci vogliono Soprintendenze riformate e più forti, e sopra di loro – per controllarle a sua volta – ci vuole un Ministero forte e prestigioso, ben diverso dall’attuale, cioè quel Ministero “atipico” che da Spadolini in poi nessuno è mai riuscito a mettere in piedi.
Infine, tutto quel che si è detto finora delle Soprintendenze vale in modo identico, mutandis mutandis, per i musei: alludo al rapporto fra competenze tecnico-scientifiche, competenze manageriali, “servizi aggiuntivi”, mostre, editoria. Ma qui si aggiungono altri, specifici problemi. Separati dai rispettivi territori per effetto della riforma Franceschini del 2014 (da me criticata in una precedente occasione); suddivisi fra una ventina di “supermusei” (sic, dai giornali) e ciò che resta; il tutto al di fuori – come si vede – da ogni logica “contestuale”, i musei statali italiani sono investiti da una trasformazione di tale portata che non è veramente possibile occuparsene qui.
Il secondo nucleo di problemi, dicevo, è quello delle utilizzazioni degli spazi monumentali. Per entrare subito in medias res, non vedo controindicazioni alla proposta – lanciata l’autunno scorso da Daniele Manacorda e dal ministro Franceschini, e la cui attuazione concreta è già allo studio – di ricostruire l’arena del Colosseo. Naturalmente (è scontato dirlo) bisognerà fare i conti con gli aspetti tecnici e finanziari, ma al netto di questi mi sembra anzi una buona idea, che può migliorare la corretta percezione dell’invaso interno e delle funzioni originarie dell’Anfiteatro, come del resto ha subito dichiarato Adriano La Regina, fra i non moltissimi archeologi che hanno ritenuto di prendere una qualsiasi posizione in merito.
Partendo da questa occasione recente e immediata, che ha suscitato grande interesse, e volendo allargare il discorso, dico francamente che più in generale sono senz’altro per la scelta del “completamento”, se attuata col dovuto rigore. Tanto più che le strategie di anastilosi sono oggi non solo materiali (e credo che chiunque abbia visto con i propri occhi le straordinarie ricostruzioni dei complessi di età imperiale di Efeso, di Afrodisia, di Pergamo, valutandone anche l’impatto turistico, possa abbandonare ogni remora), ma anche virtuali: quindi molto più economiche. Da tale punto di vista, nella sola Roma tutti hanno ormai presenti i buoni risultati ottenuti da Piero Angela e Paco Lanciano nel percorso di visita delle domus sotto Palazzo Valentini, dove la tecnica degli ologrammi integra positivamente (certo, la musica è un po’ troppo enfatica, il buio un po’ troppo suggestivo, ma sono dettagli!) gli esiti di uno scavo e di un restauro ben fatti: e ora a questa prima esperienza si aggiungono –con pieno successo – le visite in corso ai Fori di Augusto e di Cesare.
Ma qual è l’elemento unificante di questo primo gruppo di esempi? Io lo vedo nel fatto che, con mezzi diversi fra loro, si mira però ad un fine unico: la migliore comprensione del bene, la percezione della sua configurazione originaria, l’aumento di conoscenza storica. Ma quando da questo terreno si passa a quello delle finalità diverse dalla visitabilità e dalla didattica, le cose cambiano: il discorso si fa molto più delicato, e l’esigenza di porre precisi paletti molto più stringente. In quei casi, infatti, il bene non viene più preso in considerazione per le proprie qualità culturali (valore d’uso), ma per altri motivi (valore di scambio).
Esempio principe: i teatri di età greca e romana, sul cui utilizzo ci sarebbero molti “distinguo” da fare. Un conto, infatti, è riconoscere che gli spettacoli estivi – spesso di non eccelso livello – ospitati in molti di essi costituiscono una realtà ormai così consolidata e popolare che opporvisi sarebbe come voler lottare contro i mulini a vento; un altro conto è rinunciare ad ogni critica e presa di posizione “di principio” a tale proposito. Lo stesso vale per l’Arena di Verona e per l’opera a Caracalla (che, per la verità, Adriano La Regina provò a mettere in discussione), benché qui scendiamo su un terreno un po’ diverso, perché è giusto ricordare sommessamente che un anfiteatro non equivale a un teatro, e che le grandi terme imperiali romane non avevano molto che fare con i luoghi di spettacolo. Ma non è questo il punto, mentre lo è forse già di più ricordare i prezzi che sono stati pagati per fondare una simile prassi, pur così amata dai turisti (e non solo). Chiunque abbia negli occhi la raggelante impressione prodotta, ad esempio, dalle gradinate in cemento dei teatri di Ostia e di Ferento (parlo dei luoghi che ho maggiormente frequentato nella mia vita professionale), realizzate non certo per motivi di restauro filologico o di incremento delle conoscenze, ma per farci sedere gli spettatori, sarà ben legittimato a dire: va bene, lasciamo pure queste cose come stanno, sono esperienze del passato ormai “storicizzate”, ma vogliamo per caso – oggi, nel Terzo Millennio – metterci di nuovo su questa strada? Domanda tutt’altro che accademica, se si ha presente la dolorosa vicenda dei rinvii a giudizio per i presunti abusi nei lavori al Teatro Grande di Pompei (2010), sembra con l’uso del cemento e di finte gradinate di tufo moderno (così i giornali), il che – per inciso – la dice lunga su quali danni abbia fatto la più buia stagione della storia recente dei beni culturali italiani: la stagione dei commissariamenti.
Le iniziative “non invasive”, poi, sono solo apparentemente più innocue: in realtà si tratta di un terreno ancor più ricco di insidie. Qui ci spostiamo infatti nella sfera dei valori immateriali, impalpabili, ma perfino più vitali dei precedenti. Ho ritrovato su Google le splendide immagini della sfilata delle creazioni di Valentino all’Ara Pacis (2008), e ricordo gli studenti degli istituti di moda seduti per terra alla turca, intenti a copiarli con le spalle girate rispetto ai marmi augustei, che non degnavano di uno sguardo. Ma, si dirà, saranno stati comunque invogliati a tornarci un’altra volta per visitare l’Ara Pacis “in quanto tale”, e nel frattempo l’aver affittato (senza alcun danno materiale) l’edificio a Valentino avrà fruttato tanti bei soldini, da impiegare per il restauro del Mausoleo sottostante. In teoria il discorso fila, ma moltiplichiamolo per gli infiniti altri “eventi” simili in giro per l’Italia di questi anni e facciamo la somma degli sforzi organizzativi, delle ore/lavoro, dell’attenzione che nell’insieme avranno richiesto: sono altrettante risorse distolte da una politica organica dei beni culturali, sono altrettanti impercettibili colpi di barra che indirizzano sempre più la navicella dei beni culturali (e la percezione che ne ha la gente) verso il valore di scambio, anziché verso il valore d’uso.
E poi: sarò tradizionalista, ma qualcuno sa dirmi perché si debba puntare sempre più a fare teatro, cinema, musica negli anfiteatri e nelle terme romane anziché negli spazi specificamente adibiti a queste attività e messi a punto nei secoli, grazie ad un’infinita e preziosa messe di competenze tecniche affinate nel tempo? Mentre il clamore mediatico e il favore politico si concentrano su esperienze prestigiose ed estemporanee come le letture di Albertazzi a Villa Adriana, qualcuno sa spiegarmi perché - nella disattenzione generale - a Roma hanno cessato la normale programmazione luoghi “storici” di spettacolo come (fra innumerevoli altri) il Teatro Flaiano o il cinema Metropolitan, del 1911, che il Comune sembra voler destinare per l’85% a centro commerciale (così i Residenti Campo Marzio, comunicato del 20/11/14)? E poi si parla tanto del tessuto culturale “minore” come di un’eccellenza tutta italiana, delicata, da salvaguardare…
Ma isoliamo anche un solo aspetto, quello dell’acustica, e proviamo a confrontare quella del Teatro dell’Opera di Roma, o Teatro Costanzi (nota bene, sorto per iniziativa privata nel 1879: tanto per dimostrare che non sono uno statalista a tutti i costi!), con quella di Caracalla. Per carità di patria non entro in dettagli. E si badi bene, questo è il contrario di un discorso elitario e snobistico, perché ha torto chi dice che puntando tutto su manifestazioni come l’Arena di Verona o Caracalla si avvicinano finalmente le grandi masse all’opera lirica: si ottengono invece due risultati negativi in un colpo solo, perché si fornisce ai turisti e agli altri spettatori una percezione errata di cosa fossero realmente sia i grandi complessi monumentali romani, sia il melodramma del periodo romantico e verista. E poi, siamo proprio convinti che una partecipazione di massa alla lirica non sia ottenibile in altri modi? Oggi, in realtà, per trovare un biglietto per il Teatro dell’Opera bisogna attivarsi con molto anticipo, c’è una “fame” di musica, e questo fa pensare che - abbandonando la politica delle produzioni milionarie che stanno su per cinque o sei repliche, e provando a programmare (a fianco dei grandi eventi, e magari in altre sale) stagioni di buona routine, continuative e a prezzi contenuti, come in Germania o come nel primo Ottocento italiano - la partecipazione dei giovani e del pubblico medio balzerebbe a livelli oggi impensabili.
Mi si potrà chiedere come mai dall’archeologia siamo arrivati al melodramma, ma tutto si tiene. E volendo tornare al nostro tema, alla luce di quel che finora si è detto destano sorpresa le dichiarazioni del nuovo Soprintendente all’archeologia di Roma, Francesco Prosperetti (“La Repubblica”, cronaca di Roma, 3/6/15): “I luoghi dell’archeologia sono attrattivi: sfondo ideale per realizzazioni virtuali, teatro, spettacoli, musica, arte”. Ora, quando lo spirito del tempo va nella direzione dell’uso dei monumenti come “sfondo ideale” o “magico scenario” per….. (completate voi a piacere la frase), io credo che si debbano nutrire forti preoccupazioni. Anche perché l’idea che all’atto pratico si potranno poi sempre “porre dei limiti” è del tutto illusoria. Le tragedie greche e la musica classica sì, il calcio, il jazz, il rock, le partite di calcio no? Questo sì che sarebbe davvero un atteggiamento snobistico, a parte che verrebbe subito fuori qualcuno a dire che anche lo sport e la musica rock sono cultura (ed è vero, oltre tutto). Su cosa si fonderebbe poi il criterio per dire di sì o di no, fatte salve le scontate esigenze di tutela? Sul buon senso, sul decoro? Categorie del tutto aleatorie e soggettive.
Ma si dice: niente paura, ci sono le Soprintendenze che sapranno vagliare, distinguere, decidere. Appare curioso e contraddittorio questo recupero del ruolo delle Soprintendenze solo per quella fase finale del “procedimento” nella quale esse si troverebbero quindi a prendere, spesso in tutta fretta, decisioni delicate e impopolari. A prenderle - oltre tutto - in solitudine, il che paradossalmente verrebbe a ribadire proprio quell’aspetto “monocratico” e prefettizio del modo di comportarsi degli uffici di tutela, che per altri versi viene spesso criticato.
E poi, mi sono già chiesto in un altro passaggio di questo articolo e mi chiedo di nuovo: quali Soprintendenze? Nel loro stato attuale (vedi sopra), esse difficilmente potrebbero reggere all’urto, anche volendo. Per non dire che è in agguato l’esiziale meccanismo del “precedente”: una volta detto il primo “sì”, su quale base dire “no” al prossimo presidente di squadra di calcio (o al prossimo regista, imprenditore, star televisiva… proseguite voi)? E infine, teniamo conto che il MiBACT è - come tutti i dicasteri - un organismo gerarchico: perfino il parere del Soprintendente dalla schiena più diritta può venir scavalcato da un atto del Direttore generale, del sottosegretario, del Ministro.
Non ci sono quindi scorciatoie. Né la linea del valore d’uso, né quella del valore di scambio - entrambe in sé legittime - si affermeranno grazie a un decreto o a una circolare ministeriale: alla fine sarà decisivo l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica, e potrà convincerla solo una battaglia culturale coerente e di lunga lena, condotta da chi condivide le idee di fondo che qui ho rozzamente tentato di esporre. Anche perché bisogna essere coerenti: non possiamo deplorare tutti i santi giorni il degrado e la deprivazione culturale che avanzano, la perdita di memoria storica, l’assenza di senso civico, l’apatia morale dei giovani, ecc. ecc., e poi non accorgerci che una delle vie maestre per opporsi a questi mali è aperta davanti a noi. Difficile negare, infatti, che la straordinaria stratificazione di testimonianze che caratterizza il nostro territorio possa trasformarsi nella leva forse più potente in assoluto – assieme alla scuola, e tramite la scuola: ma qui si apre un altro e ancor più ampio discorso – per invertire la rotta.
In ultima analisi, non si tratta di dare in mano i poteri di decisione sull’uso dei luoghi storici a nessuna casta sacerdotale: né alla Repubblica dei filosofi di Platone, né allo Stato etico di Giovanni Gentile, né alla Commissione Cultura di Zhdanov. Si tratta invece di rivalutare e riformare il ruolo dei corpi intermedi (nel campo dei beni culturali come in tutti i campi), mettendoli in grado di applicare le leggi dello Stato democratico e di ascoltare, nel contempo, le domande della generalità dei cittadini: perché le due sfere – a patto che ci sia qualcuno capace di mediarle intelligentemente - non sono, né devono mai essere in opposizione. Dunque, nessuna difesa di un pugno di tecnici che volessero arroccarsi (sbagliando) in una qualche torre d’avorio: all’esatto opposto, un progetto di divulgazione, democratizzazione e didattica della cultura, a beneficio di tutti.
E’ anche vero, però, che in Italia il privilegio di disporre di quel patrimonio unico al mondo cui sopra accennavo - il nostro “bene comune” per eccellenza - si paga con una difficoltà aggiuntiva: la storica assenza di una classe dirigente, cioè di quel solo elemento che potrebbe far accettare all’insieme della società il differimento di un utile immediato (derivante dal trattare i beni culturali come valori di scambio) a favore di un utile futuro e assai maggiore (la crescita culturale e civile, quindi in definitiva anche economica, dell’intera collettività). Che ci vogliano decenni o anche secoli, temo che non possiamo sottrarci all’impegno di costruire prima o poi una simile classe dirigente.



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