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Cos si decapitano Ministero e tutela
25-08-2015
Fausto Zevi

Il funerale dei Casamonica, mediaticamente pi impattante, ha rapidamente estromesso dai titoli dei giornali il dibattito, che dobbiamo far in modo che resti ancora ben aperto, sulle recenti (e non meno inqiuetanti) nomine dei direttori dei grandi Musei italiani. Ma ha ragione Montanari (che dobbiamo ringraziare, una volta di pi, per la battaglia che sta conducendo in difesa dei nostri beni culturali): stato un errore portare l'attenzione, con accento quasi esclusivo, sulla presenza, tra i nominati, di tanti stranieri, ben 7 su 20, s che quello che in altri casi poteva riguardarsi come l'eccezione, giustificata dal non trovarsi nel nostro paese le competenze adeguate per incarichi determinati, sembra trasformarsi in una regola. Una regola (ha detto bene Sgarbi) volta a mortificare e penalizzare sistematicamente i tecnici dei nostri Musei nel raggiungere quelle funzioni direttive che rappresentano non solo il legittimo coronamento di una carriera, ma la possibilit di realizzare progetti di ricerca ed esperienze museali spesso perseguite nell' attivit scientifica di un'intera esistenza. Che si tratti di una scelta a priori indubbio: per il profilo degli eletti, in molti casi palesemente inadeguato e certo non confrontabile con quello di tanti funzionari in servizio nella amministrazione; ma, almeno in un caso a mia conoscenza, confermato da un commissario ad una candidata vanamente in concorso per un posto, destinato, cos le stato detto, a candidati esterni.
I sette posti agli stranieri, infatti, hanno fatto passare in secondo piano la circostanza che i tredici posti residui, tutti salvo uno, sono stati assegnati a personaggi esterni alla Amministrazione dei Beni Culturali: posso ben immaginare il disagio dell unica salvata tra i tanti, tantissimi sommersi. Le ragioni certo non sono da ricercare in quegli ambiti normalmente concorsuali, come la competenza e l'attivit scientifica, le pubblicazioni, l'esperienza direzionale in strutture equipollenti o confrontabili. Mi limito ai casi che meglio posso giudicare, quelli degli archeologi, che a me appaiono singolarmente gravi. Riguardano quattro strutture museali, tutte nel Mezzogiorno, a cominciare dal Museo Nazionale di Napoli che, per le antichit classiche, il maggiore del nostro paese e, per certi riguardi, del mondo. In due casi almeno i protagonisti risultano (non solo a me) totalmente sconosciuti. Nel caso del primo la mia ignoranza giustificata dal fatto che, pago di conoscere quanto ha scritto e detto in merito Mario Torelli realizzando il magnifico Museo di Cortona, ignoravo lesistenza di una guida di quel museo scritta dal nuovo titolare dell'Archeologico di Napoli, il dott. Giulierini, che non risulta abbia altri titoli di qualche peso, salvo la direzione dello stesso Museo coritano ottenuta, a quanto pare, per nomina diretta. Sar interessante vedere, nell'accesso agli atti concorsuali, quali meriti abbia individuato la commissione per preferirlo a funzionari dal prestigio internazionalmente riconosciuto, di cui l'archeologia napoletana pu legittimamente menare vanto; e cito solo, per il caso in questione, Valeria Sampaolo, Maria Paola Guidobaldi, Francesco Sirano, tutti inclusi, e con punteggi altissimi, nella selezione iniziale dei dieci prevista dalle regole del concorso. Lo stesso vale per Paestum, anche se il giovane Zuchtriegel, pur affatto sprovvisto di esperienze per quanto riguarda Musei e gestione di zone archeologiche (ha fatto la guida a Berlino, quanto ha dichiarato al Corriere della Sera), ha scritto qualche buon articolo di argomento etrusco-laziale, preludio ad una carriera universitaria che di buon grado gli auguriamo svilupparsi in futuro. Ma va ancor peggio con le ultime due nomine, quella della sconosciuta signora Degli Innocenti di Pisa, attualmente funzionaria in un centro museale della Bretagna di interesse assolutamente locale, che si apprende essere in possesso di un master in storia e archivistica medievale: dunque una medievista, che ci si domanda a chi e perch sia venuto in mente di preporre al Museo della pi importante citt greca dOccidente, quella Atene della nostra penisola che in et classica fu Taranto.
Quanto a Malacrino, il solo fra i quattro che abbia al suo attivo una reputazione consolidata e una rispettabile sequenza di pubblicazioni, nondimeno un architetto, non un archeologo, e quindi a priori non in possesso dei requisiti necessari per dirigere il Museo che custodisce i bronzi di Riace. Questo infatti un altro insegnamento che si ricava dallesito del concorso: che per dirigere un Museo archeologico, diversamente da quanto si praticato per secoli, da Winckelmann in poi, e anche prima, ormai non serve pi la tradizionale preparazione, fatta di studi universitari specifici e di sempre pi elevata specializzazione; i colleghi storici dellarte hanno gi denunziato il caso Felicori, del tutto analogo. Cos, le categorie professionali degli storici dellarte e degli archeologi, tradizionalmente caratterizzate da unelevata coscienza professionale e quindi potenzialmente ostative e resistenti ad azioni nocive al patrimonio, possono essere sostituite, senza colpo ferire, con dirigenti di altra estrazione e qualifica. Il corollario dovrebbe essere, per coerenza, labolizione, nelle Universit, delle scuole di specializzazione e dei masters, e forse anche, in definitiva, della laurea magistrale, che non procurano titoli utili per future attivit professionali. Naturalmente avverr proprio lopposto (a poltrone e poltroncine non si rinunzia), anzi ci si appresta ad unaltra riforma-pasticcio che snaturer unistituzione di eccellenza tra le pi prestigiose allestero che lItalia abbia avuto e abbia, la Scuola Archeologica Italiana di Atene, dipendente (e un tempo ci appariva una fortuna!) dal MiBAC.
Questi i dati; mi astengo dallo scendere sul terreno delle congetture e dal cercare il cui prodest, anche se non sembra difficile assegnare nomi e cognomi ai patroni, pi o meno occultamente alle spalle delle singole nomine. Loperazione complessivamente gravissima. Non possiamo accreditare il ministro Franceschini e i suoi consiglieri di una cos scarsa intelligenza da non rendersi conto che, ancor oggi, il MiBAC tra i suoi funzionari tecnici comprende livelli di professionalit e di competenza che raro trovare altrove nella pubblica amministrazione: una risorsa eccezionale, dunque, che qualunque buon dirigente dazienda curerebbe di conservare e potenziare. Il fatto che, viceversa, si sia voluto deliberatamente umiliarli, facendoli apparire agli occhi dellopinione pubblica come inetti e impreparati e quindi inadeguati a dirigere le strutture che pure grazie a loro continuano a funzionare, significa falsificare pretesti per riforme sempre pi incisive contro la specificit professionale del Ministero. Ma un collega mi ha fatto meglio riflettere su un altro risvolto, e forse su una delle finalit profonde delloperazione. E di poco tempo addietro la riforma del MiBAC, che ha separato le Soprintendenze dagli Istituti museali che ne dipendevano, creando una dicotomia fra il territorio, da un lato, e, dallaltro, i musei come luoghi di presentazione delle forme di cultura espresse dal e nel territorio stesso, che finir per distruggere la specificit storica del nostro paese: anche i risvolti pratici di questa separazione sono enormi, tra laltro per le gigantesche spese che comporter il raddoppio degli apparati se si vorranno mettere le nuove strutture in grado di funzionare.
Finora, quanto meno in molte delle Soprintendenze archeologiche, la situazione ancora regge perch vige uno spirito di collaborazione, direi anzi di mutuo soccorso, tra funzionari che, pur se ora divisi in strutture diverse, hanno per unorigine e una formazione comuni e intendono reciprocamente la realt dei problemi che ciascuno deve affrontare. Decapitando, come si fatto, le strutture dei musei della loro dirigenza attuale, sostituendola interamente con persone attinte dallesterno nel modo che sappiamo, e che nulla condividono, n formazione n esperienze, con i colleghi delle altre istituzioni, si accelera quella separazione definitiva, senza ritorno, che ridurr le soprintendenze, dora in avanti sottomesse alle prefetture (la demenziale legge Madia) a organismi isteriliti e privati di quella grandiosa funzione culturale acquisita in un processo di formazione e di messa a punto durato pi generazioni e che aveva reso lItalia un modello di riferimento per tutta lEuropa. Un disegno non nuovo, e nel tempo, fino ai recenti governi Berlusconi, pi volte contrastato con successo dalla intellettualit del paese; e che oggi purtroppo sembra trovare nel nostro paese il brodo di cultura che lo mander a realizzazione.



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