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Fotografare
19-09-2015
Daniele Manacorda

D. Manacorda, FOTOGRAFARE, in “L’Italia agli Italiani”, Bari 2014, pp. 87-92

Il recente decreto voluto dal ministro Franceschini, noto con il nome di Art Bonus, entrato in vigore nel giugno 2014 ha introdotto, quasi in sordina, una rivoluzione nel rapporto Stato/cittadini avviando una parziale liberalizzazione del regime di autorizzazione alla riproduzione e divulgazione delle immagini di beni culturali senza scopi di lucro, e quindi per studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero, espressione creativa e promozione della conoscenza del nostro patrimonio culturale. Che cosa ha di rivoluzionario un simile provvedimento? Nulla. È assolutamente ovvio che i cittadini abbiano libero accesso alla riproduzione dei beni che costituiscono il LORO patrimonio culturale e sono custoditi nei musei PUBBLICI. Eppure, la parola ‘rivoluzionario’ non è affatto sprecata, né enfatica. Il provvedimento di Franceschini ha rimosso, infatti, un macigno, un malcostume imbellettato dall’ossequio a leggi primitive che aveva vietato da sempre le fotografie nei musei o nelle biblioteche statali e infettato le istituzioni locali. Il visitatore che entrava nel museo con la macchina fotografica in mano era guardato come un ladro dei fumetti, di quelli che girano con il grimaldello in mano e la mascherina sugli occhi. Ladro in casa propria, ovviamente.

Dietro a questa vicenda ci sono due aspetti: uno economico, l’altro psicologico-culturale. Quello economico si manifesta sotto la veste di stupide royalties, che dovrebbero andare ad incrementare la finanza pubblica, quando forse sarebbe facile impresa dimostrare che lo Stato probabilmente spende per incassare quei soldi più di quanto ne ricavi. Personalmente ho sempre ritenuto che, quando la proprietà dei beni è pubblica, la Pubblica Amministrazione non dovrebbe tanto trarre redditi dal suo patrimonio, quanto metterlo a disposizione della società perché produca redditi. Una concezione proprietaria del patrimonio culturale, diffusamente coltivata da parte delle istituzioni pubbliche, ha trasformato lo Stato in un bottegaio, declinando il tema del rapporto cultura-economia ad un livello di bassissimo profilo. Va detto, tuttavia, che verso questo atteggiamento c’è stata una diffusa acquiescenza, anche da parte del mondo degli addetti ai lavori, come se fosse ovvio che, se lo Stato ha la proprietà di un bene, debba chiedere un copyright sull’uso delle immagini invece di mettere gratuitamente in rete le informazioni perché circolino e vivano: con beneficio dell’editoria culturale, certo, ma anche della crescita culturale collettiva e del senso di appartenenza. L’aspetto psico-culturale si manifesta se andiamo a mettere il naso nella vicenda parlamentare che ha maldestramente peggiorato il testo governativo del decreto ministeriale, introducendo una assurda limitazione alla riproduzione dei beni archivistici e librari. Il mantenimento del divieto di libera fotografia colpisce innanzitutto gli studiosi, e in particolare i più giovani, negando loro un notevole risparmio, in termini di tempo e denaro, a tutto vantaggio delle ditte private concessionarie del servizio di riproduzione, a norma della legge Ronchey. «A ben guardare, però, il sistema dell’outsourcing nasceva per gestire i cosiddetti servizi aggiuntivi, come bookshop o caffetterie, e dunque per dotare gli istituti di quelle competenze di cui normalmente sono sprovvisti. Questa delega diventa però del tutto superflua, anzi un vero ostacolo, se lo stesso servizio è perfettamente gestibile dagli utenti in autonomia grazie al mezzo digitale che, rispetto alla tecnologia analogica, ha reso la fotografia finalmente alla portata di tutti»

Gli argomenti a sostegno del divieto di riproduzione dei beni archivistici e librari hanno sollevato dunque il problema economico e quello di tutela. Ignari dell’esistenza dell’art. 108 del Codice dei Beni Culturali, che stabilisce la gratuità delle riproduzioni a scopo di studio, ci si è affrettati a dire che la piccola percentuale di quel balzello andava pur sempre a incrementare le sguarnite casse degli istituti. L’argomento – dispiace dirlo – è di natura pezzente, e scarica sui ricercatori le inadempienze dell’amministrazione. Ma la sua pretestuosità è rafforzata dal secondo cavillo burocraticamente sollevato all’attenzione dei nostri parlamentari (che ci sono caduti ‘con tutte le scarpe’). La liberalizzazione riguarderebbe, infatti, la riproduzione dei beni senza contatto fisico, ed ognun sa che per fotografare un libro o un codice – a differenza di una statua, un quadro o un coccio in una vetrina – occorre sfogliarlo! Impeccabile argomento: in base al quale i frequentatori dei nostri archivi dovranno rinunciare non a fotografare, ma finanche a leggere qualunque pezzo di carta, a meno che un funzionario del nostro Ministero (uno per studioso!) non stia compuntamente alle spalle di ciascun lettore pronto a girare le pagine del libro, come il voltaspartito ad un pianista!

Sorvoliamo per carità di patria su queste squallide lepidezze, e andiamo a vedere gli aspetti culturali che stanno dietro a questa vicenda. «V’è il forte sospetto – scrive Modolo – che dietro a simili motivazioni economiche se ne celino altre di più subdole, e in particolare l’idea inconfessata che la proliferazione delle copie dei documenti, senza i limiti imposti da un tariffario che scoraggi di fatto la riproduzione, svilisca l’unicità dell’originale. In quest’ottica archivi e biblioteche rischiano di somigliare più alle collezioni dei principi dell’evo moderno che limitavano o proibivano il disegno dei loro cimeli per imporne l’unicità. Sono tracce di una concezione proprietaria e patrimoniale dei beni culturali, che è l’esatto opposto della moderna nozione democratica di bene pubblico. La missione delle biblioteche e degli archivi è, infatti, sì quella di conservare, ma anche di garantire, agevolando le libere riproduzioni, la massima fruibilità dei documenti e dei loro contenuti a tutti quegli studiosi che, attraverso la ricerca, restituiscono un valore al materiale documentario, e in fin dei conti un senso alla loro stessa conservazione. È questo che indica il combinato disposto degli artt. 9 e 33 della Costituzione»

Ma c’è dell’altro. Non si creda, infatti, che la liberalizzazione delle fotografie nei musei sia invece indolore. Anche all’estero, per tradizione assai più liberale delle nostre contrade, il fatto fa discutere. Dopo il Louvre e il Moma anche la National Gallery di Londra ha recentemente liberalizzato quanto da sempre è permesso nel mitico Museo Nazionale archeologico di Copenhagen. I responsabili della galleria hanno candidamente confessato che l’uso ormai pervasivo di smartphone e tablet rendeva difficile ai guardiani distinguere se si stesse o no fotografando qualcosa: insomma, più che di una presa di coscienza, la liberalizzazione ha un po’ il sapore di una resa. Sorge il dubbio se questa giustificazione così sgangherata serva piuttosto a tacitare le ire di qualcun altro. Di chi? Ce lo fa capire un editoriale del Guardian, che ha moralisticamente stigmatizzato coloro che «preferiscono fotografare ed essere fotografati invece di guardare», mentre l’esperto Sam Cornish dal sito Abstract Critical deplora: «La cosa più grave è la cultura del ‘non guardare’ che le macchine fotografiche promuovono», dando così fiato a quegli ‘esimi palati’, che piangono per la dissacrazione che la fotografia introduce nei ‘loro’ templi portando con sé «la fine dell’ultimo bastione della contemplazione» (Michael Savage, critico d’arte). Si sa, per certi supponenti [...] i musei belli sono quelli vuoti. Quei musei dove un visitatore, per qualunque motivo, voglia portarsi a casa un’immagine di quello che ha visto, magari per coltivare la propria cultura o solamente i suoi ricordi, sono veramente qualcosa di insopportabile! A ben pensarci, sarebbe il caso di vietare le fotografie anche ai turisti per strada, così finalmente vedranno dal vero il Colosseo e la Fontana di Trevi! A volte si ha davvero l’impressione che anche i più colti fra gli addetti ai lavori ritengano che sia un obiettivo sensato indurre in milioni di abitanti del pianeta coinvolti dal turismo culturale i nostri stessi comportamenti, invece di trovare le vie più efficaci perché il patrimonio parli anche a loro e da loro sia fatto parlare. È assolutamente vero che la pratica ossessiva della fotografia turistica entra in conflitto con l’osservazione diretta e sposta compulsivamente l’attenzione dall’oggetto alla macchina per rinviarla ad un tempo e ad una situazione indefinita; ma sarebbe davvero paradossale se questo argomento venisse utilizzato con atteggiamento pedagogico per conculcare un diritto fondamentale.

D’altra parte, il pensiero antropologico ci aiuta a capire alcuni aspetti della paura dell’immagine, che ossessiona certi sacerdoti della tutela. Come in alcune tribù sperdute nella giungla o nell’oceano, la fotografia scatena la paura che la macchina rubi le loro anime. Per chi vive l’ossessione da possesso l’anima può effettivamente risiedere in un quadro.

https://fotoliberebbcc.wordpress.com/tag/riproduzione-beni-culturali/


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