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Professione archeologo, oggi
11-10-2015
Carlo Pavolini

PROFESSIONE ARCHEOLOGO, OGGI

Il dibattito sui beni culturali sembra oscillare sempre pi fra i due poli della tutela e della valorizzazione, e uno dei rischi che, proseguendo su questa strada, si finiscano per trascurare altri corposi fattori in campo. Qui ne vorrei toccare uno, quello dei liberi professionisti non "incardinati" in istituzioni quali l'Universit e le Soprintendenze, prendendo come esempio la situazione degli archeologi (altri potranno parlare con competenza degli storici dell'arte, dei demo-etnoantropologi, e cos via).
Beninteso, la questione tutt'altro che nuova. Si ha per l'impressione che di recente i mezzi di comunicazione di massa l'abbiano un po' messa in ombra, a favore delle polemiche gridate sul degrado del patrimonio, o sui modi per "metterlo a frutto", o sui "supermusei": cio, sugli aspetti che. fanno pi audience. Ma un grosso errore. Primo, perch tutto si tiene, e conoscenza, tutela, valorizzazione, "riforme" camminano sulle gambe delle persone, interne ed esterne alle amministrazioni. E in secondo luogo, per le dimensioni quantitative che la schiera dei professionisti del settore ha via via assunto.
Snobbato dunque dai media (a parte i momenti in cui si conquistato una visibilit pubblica, come accaduto per le varie manifestazioni tenutesi al Pantheon), il tema ha continuato a essere posto non solo dagli organismi che gli operatori hanno costituito, e che ormai rappresentano una robusta realt associativa del Paese, ma anche dal sindacato e dai ricercatori inquadrati nel Ministero e nelle Universit. Di una tavola rotonda svoltasi nel luglio scorso a Roma (e promossa dall'Associazione Bianchi Bandinelli e dalla CGIL) vale la pena di riportare il titolo per intero: "Occultati o respinti. Professionisti del patrimonio e MiBACT fra crisi e riforma". Sara Parca vi ha esposto i risultati dell'autocensimento dei collaboratori del MiBACT: settore per settore si vedeva svettare, negli istogrammi, la colonnina della percentuale degli "esterni", schiacciante rispetto alla misera colonnina degli "interni". A me veniva in mente quel film di qualche anno fa (protagonista Diego Abatantuono) in cui, per magia, una bella mattina una cittadina del Nord Italia si sveglia e si accorge che tutti gli extracomunitari sono spariti. Nel giro di poche ore gli "italiani" (compresi i leghisti pi arrabbiati) scoprono che in questa situazione impossibile mandare avanti qualsiasi attivit: sono bloccati i mercati, le fabbriche, i servizi per gli anziani, la pulizia delle strade. L'esile metafora funziona, e si pu agevolmente applicare al nostro campo.
Eppure, per un'Associazione Bianchi Bandinelli che ha pi volte convocato convegni e riunioni sulla questione, per un'Associazione Funzionari che ne dibatte fin dagli anni '80, quanti, nell'accademia, nelle stesse Soprintendenze, non "vedono" il problema, o ne vedono solo l'aspetto strumentale? "Va bene, il mondo dei beni culturali diventato pi complesso di un tempo, ci vuole pi gente, ma i concorsi non si possono fare; i collaboratori sono necessari, ma si contentino di avere almeno un po' di lavoro, prendano quello che gli possiamo dare, seguano le direttive e. stiano zitti". Estremizzo, ma in fondo la mentalit - consapevole o meno - un po' questa.
E tuttavia, volerla contrastare impostando un'alleanza sulla sola base di una generica "solidariet" verso dei colleghi meno. favoriti sarebbe fuorviante. In realt, evidente che uscire dall'attuale giungla farebbe bene a tutti: anche a prescindere dagli aspetti economici, lavorerebbero meglio non solo gli operatori "esterni" ma anche i funzionari della tutela, non pi costretti a slalom stressanti fra norme di spesa tortuose, disparit macroscopiche, impossibilit di retribuire i collaboratori per quel che realmente producono, incertezze sulle loro effettive competenze, ecc.
L'alleanza, al contrario, dev'essere politica e dotarsi di precisi fondamenti giuridici. Ora, la maggioranza dei documenti che compaiono sul sito Patrimonio.SOS sono denunce, appelli disperati, vibrate proteste per cose che non vanno: giusto, e metto nel mazzo anche i miei contributi precedenti; ma nel caso in esame (e non vorrei illudermi) sono invece convinto che nella recente legislazione qualche spiraglio di positiva "modernizzazione" si stia delineando. Ancora parziale e carente, per carit: per cui, assolutamente non bisogna abbassare la guardia. Del resto, in una nazione che a propria vergogna riuscita solo dopo 23 anni (!) a ratificare la Convenzione Europea della Valletta sulla protezione del patrimonio archeologico, tutto pu succedere e ogni ritorno indietro possibile.
Comunque, per comprovare l'affermazione ottimistica di cui sopra vorrei richiamare l'attenzione su due testi di natura normativa. La legge 22/7/2014 n. 110, nota come "legge Madia-Ghizzoni-Orfini", ha sancito allart. 1, in sintesi, che - a parte le professioni gi regolamentate - gli interventi di tutela e valorizzazione dei beni culturali siano affidati alla responsabilit e all'attuazione di archeologi, storici dell'arte, archivisti, bibliotecari. (segue l'elenco delle professioni). Ha disposto altres, allart. 2, che a questo scopo vengano istituiti e via via aggiornati elenchi nazionali relativi alle diverse professionalit, e ci a cura del MiBACT, ma in accordo col MiUR e con un ampio arco di forze sindacali e imprenditoriali, di associazioni rappresentative del settore, ecc.
Nessuno canti vittoria, l'ho gi detto. Manca infatti quel cruciale decreto attuativo al quale la legge fa riferimento, e che dovr stabilire modalit e requisiti per l'iscrizione dei professionisti negli elenchi (ed sull'assenza, magari per anni, di decreti attuativi e regolamenti che tante buone intenzioni legislative si sono gi arenate in Italia). E tuttavia il salto di qualit cos ottenuto gi innegabile, e la memoria non pu non correre agli anni '80 e '90 e ai tanti tentativi frustrati di far approvare dal Parlamento provvedimenti di questa natura. Se ora ci si arrivati non certo per benevola concessione di una forza politica, ma perch il numero e la pressione dei collaboratori esterni hanno finito per configurare un vero e proprio movimento di massa.
Quelli che oggi si istituiscono non sono n devono essere degli Ordini o degli Albi (forme corporative che l'Europa oggi non vede affatto di buon occhio, figuriamoci fondarne di nuove): ma una volta che si passer al decreto attuativo si dovr attentamente vagliare, appunto, il capitolo "requisiti". Perch i professionisti ottengono oggi dei nuovi diritti, ma ad essi dovranno corrispondere dei doveri (che - beninteso - esistono e vengono osservati gi oggi, ma allo stato fluido e non adeguatamente normato). Da archeologo, li individuo soprattutto nel fatto che gli iscritti agli elenchi dovranno fornire verificabili garanzie sulle metodologie di scavo e sugli standard di documentazione (su questo, rinvio al mio contributo del 13 aprile). E' stato detto giustamente che a tale proposito si dovr tenere conto dei curricula universitari di ciascuno e perfino degli esami sostenuti, perch - se non vogliamo fare della demagogia - a ciascun grado di formazione universitaria e di esperienza dovr corrispondere la possibilit di svolgere l'uno o l'altro lavoro, a livelli diversi di responsabilit. In compenso, la giungla retributiva gi accennata (per la quale oggi, scandalosamente, un archeologo che fa le stesse cose viene pagato in un modo a Taranto, in un altro a Firenze, ma sono exempla ficta) dovr cessare di esistere.
Inoltre, la legge 110 non si occupa dei diritti pi strettamente "sindacali" di chi - di fatto - lavora continuativamente su un cantiere di scavo, o in situazioni simili. Con quali norme regolare gli aspetti relativi alla malattia, alla maternit, alla pensione (tenendo conto che le mansioni dell'archeologo "sul campo" sono senza dubbio da annoverare fra quelle usuranti)? Come impedire i finti licenziamenti e le riassunzioni (magari con un solo giorno di interruzione.), funzionali a non rischiare di dover prendere alle proprie dipendenze il lavoratore? Come combattere il fenomeno deleterio delle false Partite IVA, con cui le imprese aggirano i problemi di cui sopra (fenomeno che il tanto sbandierato Jobs Act non sta affatto eliminando, perch, in mancanza di investimenti, si verifica solo la stabilizzazione di una quota limitata di precedenti "precari")?
Ma voglio riassumere le vesti dell'ottimista e passare al secondo segnale positivo cui sopra accennavo. Da alcuni anni l'archeologia preventiva all'ordine del giorno anche in Italia, e questo un bene. In particolare, l'istruttoria di "verifica preliminare d'interesse archeologico" stata inserita qualche anno fa nel Codice Appalti (D. L. 12 aprile 2006, art. 95 e 96), con un impianto normativo e un linguaggio che a me sembrano la prima reale trasposizione delle conquiste dell'archeologia stratigrafica moderna in un testo di legge. Vale a dire, gli estensori di questi articoli - non ancora applicati, per la verit, in modo sistematico - hanno finalmente tenuto conto di quali passi si devono fare, e in quale sequenza, per accertare la consistenza archeologica di un sito. Certo, anche tale presa d'atto arriva con enorme ritardo (gi negli anni 1980 simili procedure erano patrimonio della parte pi aggiornata dell'archeologia italiana), e anche questo risultato non stato certo graziosamente octroy, ma dovuto al crescente diffondersi di "buone pratiche" nell'indagine sul campo.
Intanto il Codice degli Appalti in corso di revisione al Senato, e in quella sede bisogner gi predisporre delle integrazioni. Infatti - come al solito - mancano le linee-guida per la redazione del documento di valutazione archeologica, che il MiBACT avrebbe dovuto stendere (a questo scopo l'Associazione Nazionale Archeologi ha diffuso una propria proposta:
http://www.archeologi.org/images/documenti/OSSERVAZIONI_ANA_LINEE_GUIDA_ARCHEOLOGIA_PREVENTIVA_7_06_2015-1.pdf), e comunque negli attuali art. 95-96 si rilevano dei vuoti: ad esempio, quale raccordo prevedere fra le liste degli operatori abilitati a redigere le valutazioni e gli elenchi previsti dalla legge Madia-Ghizzoni-Orfini di cui sopra?
In ogni caso, gi nell'odierno regime dell'archeologia preventiva i liberi professionisti hanno un ruolo di primo piano: ma anche qui, sotto la superficie, si annidano problemi complessi. Fra i soggetti abilitati a svolgere le verifiche figurano fra l'altro i Dipartimenti archeologici degli Atenei, e dico subito che ci mi trova d'accordo, perch l'Universit la sede della ricerca e della didattica e in un cantiere di archeologia preventiva e d'urgenza - fatte salve certe condizioni, che vedremo - uno studente tirocinante pu imparare molto e in fretta, forse pi che in uno scavo programmato (tanto pi che di scavi programmati non se ne fanno quasi pi, perch mancano i soldi!). Ma che cosa succede se un'Universit, visto che i tirocinanti, giustamente, sono a costo zero, cade nella tentazione di svolgere l'indagine solo - o quasi solo - con l'ausilio degli studenti? Non si altera cos il "mercato archeologico" a sfavore degli archeologi professionali? E dico questo, si badi bene, non certo perch i professionisti ormai. ci sono, sono ex allievi delle medesime Universit, rappresentano un investimento economico e sociale, sono tanti e devono lavorare. Lo dico perch, tanto pi su uno scavo d'urgenza, tanto pi quando bisogna fare presto e bene, proprio allora che si rendono necessari operatori esperti, i quali saranno in grado contemporaneamente di far fare pratica ai pi giovani, di garantirne la sicurezza (che non certo lultimo dei problemi) e di farli rendere: perch i parametri di produttivit di uno scavo non vanno mai trascurati.
Quello che in tal modo si pone in fondo un problema etico, e siccome l'etica non si impone per decreto, a costo di farmi ridere dietro arrivo a proporre che si stabiliscano delle quote percentuali per le figure professionali che - a parte il personale operaio - devono essere presenti in un cantiere di archeologia preventiva, o in qualsiasi scavo importante: tot studenti, tot professionisti, tot "incardinati" nelle Universit (professori, ricercatori, assegnisti, tecnici: ma numericamente si tratterebbe solo di un sottile velo, che non sarebbe in grado di gestire, senza l'intervento di figure intermedie, uno scavo in estensione).
Tirando le somme, l'archeologia "sul campo" una sfera che nel tempo ha acquistato una sua notevole complicazione: e di ci ringraziamo il cielo, dico io, perch non vorrei mai dovermi schierare con coloro che dicono "si stava meglio quando non si dovevano registrare tutte queste Unit Stratigrafiche e censire tutti questi cocci!". Al contrario, l'esperienza insegna che solo cos si riesce realmente (quando ci si riesce) ad estrarre da un lembo di terra il suo peculiare contenuto storico. Inoltre l'archeologia "sul campo" fondamentalmente un settore di interesse pubblico, e per me deve restare tale (quando dico "pubblico" non intendo naturalmente solo "statale"). Con l'irruzione dell'archeologo libero professionista diventato per anche un anomalo settore "di mercato", e da questa dialettica fra prevalenza dell'interesse pubblico e libero mercato - se non ben gestita - derivano le frizioni, le contraddizioni, le storture.
Semplificando, nel caso dei grandi progetti di trasformazione territoriale con risvolti archeologici i principali attori in commedia possono essere di quattro tipi: l'Ente che promuove la trasformazione (per dire: la TAV, o la Metro C), e al quale spettano gli oneri delle indagini preventive, paghe degli archeologi comprese; l'ufficio di tutela, che sceglie i professionisti da impiegare, o d il suo benestare; i professionisti stessi, dunque dei privati; e in certi casi un'Universit o altro Ente di ricerca, nella logica di cui sopra. Governare un simile intreccio in modo corretto e produttivo per la tutela e per la conoscenza non certo facile, ma non nemmeno impossibile, e ne abbiamo la prova nei tanti progetti che si sono risolti positivamente.
Di recente si dibatte anche sulle forme associative di cui molti archeologi si dotano per partecipare a scavi grandi e piccoli, e in particolare sulle cooperative e organismi analoghi (societ, studi associati, ecc.). In diversi passaggi di un libro di qualche anno fa (Archeologia Classica, Einaudi 2007, pp. 15-17, 163-66), Andrea Carandini giudica severamente il rapporto perverso che a suo avviso ha finito per stabilirsi fra simili strutture professionali e i funzionari di Soprintendenza, sotto la cui direzione esse agiscono. Pu sembrare curioso che a farlo sia la stessa persona che nei decenni 1970-80 ha dato un potente impulso alla costituzione delle prime cooperative archeologiche e alla loro diffusione: del resto si trattava - e si tratta - della forma organizzativa pi consona alla conduzione di indagini stratigrafiche di ampio respiro e dotate delle caratteristiche proprie della "nuova archeologia", propugnata in Italia, fra i primi, da Carandini stesso. Ma limitarsi a muovergli questo rilievo sarebbe sciocco, perch vari decenni sono passati e il mondo delle cooperative non pi la fragile, embrionale realt di un tempo: fenomeni di favoritismo e di clientelismo da parte di alcuni funzionari possono ben essersi diffusi, posizioni di monopolio da parte di alcune strutture professionali possono ben essersi determinate, come Carandini denuncia. Il problema , da un lato evitare le generalizzazioni, dall'altro chiedersi quali misure adottare per contrastare simili derive: misure che non devono per andare nella direzione di un ritorno al passato, che significherebbe abolire le conquiste dell'archeologia stratigrafica (vedi sopra) proprio ad opera delle forze che a suo tempo le avevano realizzate. N sufficiente invocare solo l'intervento e la mediazione degli Atenei (quella che di fatto la sola proposta adombrata, ma non compiutamente esplicitata, nelle pagine che Carandini dedica alla questione), perch i Dipartimenti universitari possono s avere in molti casi un ruolo decisivo nel guidare e nel risolvere una situazione di scavo, ma - quando la mole dell'indagine supera una certa dimensione - organizzativamente non sono in grado di farlo n da sole, n utilizzando i soli studenti (anche qui, vedi sopra).
In definitiva, sono d'accordo con chi propone l'istituzione di strutture "terze" di monitoraggio e di osservatorio, dotate di poteri sufficienti per combattere sia le deviazioni di alcune strutture professionali rispetto allo spirito originario del movimento cooperativo, sia il pigro adagiarsi di alcuni funzionari di Soprintendenza nel rapporto privilegiato con un dato gruppo di operatori, che finisce cos per approfittare di una sorta di rendita di posizione. E ci vale naturalmente anche per il rapporto fra uffici di tutela e archeologi che agiscono uti singuli, e che non dimentichiamolo restano la maggioranza. Lungi da me scendere nel dettaglio di come un osservatorio del genere dovrebbe essere composto e funzionare, ma direi che vi dovrebbero aver parte i due Ministeri interessati (MiBACT e MiUR) e le rappresentanze delle cooperative e delle associazioni professionali accreditate su scala nazionale.
Questa o altre misure analoghe possono certo servire, ma anche vero che se il mondo delle cooperative archeologiche non provvede gi da s ad isolare al proprio interno le "mele marce" (combattendo apertamente, per esempio, i casi di favoritismo o di clientelismo nelle cooptazioni dei membri o nello smistamento di parte del lavoro a consulenti, o di sfruttamento in qualunque forma del lavoro, ecc.) prepara a lungo andare la propria crisi.
Daltra parte, anche vero che il rapporto fra ispettori di Soprintendenza e professionisti privati include un altro aspetto molto delicato, quello della fiducia scientifica, che in astratto potrebbe anche giustificare il ricorso costante a persone o ad organismi dei quali si sperimentata la competenza. Ma allora il parametro che deve contare, quello che l'ipotetico osservatorio dovrebbe poter in qualche modo "misurare", va individuato prima di tutto nella qualit della documentazione di scavo prodotta e nella sua rispondenza a standard e a criteri uniformi e condivisi. E qui si torna a ci che ho tentato di esporre in un mio precedente intervento su questo stesso sito (13 aprile), al quale rinvio.
Nello stesso articolo ho parlato per esteso anche dell'ultimo argomento che andrebbe affrontato qui: quello della scandalosa percentuale degli scavi che rimangono inediti, un macigno che pesa sull'archeologia italiana al punto da rappresentarne uno dei guai principali, denunciato da Carandini con giusta veemenza. Dei motivi, e di qualche modesta proposta per cominciare a invertire la tendenza, ho accennato in quel contributo, ma la questione talmente connessa col tema dell'archeologo professionista che vale la pena di riprenderla qui da un'altra angolazione. Il problema semplice: finito lo scavo, sono proprio i collaboratori pi "bravi" quelli che scompaiono per primi, perch subito chiamati su altri cantieri (e d'altra parte la loro sola possibilit di sopravvivere); l'intero team si disperde, e i tentativi di rimetterlo insieme per studiare i materiali, le fasi stratigrafiche, la documentazione, ecc., costano sforzi inumani e allungano smisuratamente i tempi della pubblicazione, se pure mai ci si arriva.
Il rimedio principe - oltre a quelli elencati nell'intervento di cui sopra - sarebbe anch'esso semplice, se vivessimo in un Paese interessato a sostenere davvero la ricerca: prevedere sistematicamente, nel budget di ogni scavo programmato o "preventivo", da chiunque finanziato, una voce non modificabile destinata allo studio e all'edizione definitiva dell'indagine (lo si comincia a fare, ma in ordine sparso, in modo insufficiente e senza consapevolezza "culturale" del problema). Si scaverebbe quindi un po' meno, per pubblicare per sempre: e quel direttore di scavo o quell'istituto che poi non lo facessero andrebbero sanzionati, cos come coloro che, per "fame" di accumulare dati, si rendessero colpevoli di espandere in modo ingiustificato le dimensioni o i tempi dell'indagine.
Quanto ai "collaboratori esterni", la misura che qui si propone sarebbe un modo formidabile per ancorarli ad iniziative di ricerca delle quali, altrimenti, essi finiscono per cogliere solo il segmento iniziale (cio l'intervento sul campo); per impedire loro di trasformarsi in cieche "macchine da scavo"; per farli crescere scientificamente e culturalmente, il che - a pensarci - dovrebbe rappresentare per tutti noi uno degli obiettivi principali da conseguire.
Per concludere. Le persone di cui stiamo parlando (gli archeologi, ma anche gli operatori di altra competenza) venivano un tempo chiamati "i precari", termine brutto e rivelatore, che indicava una condizione perennemente in bilico fra l'essere assunti nell'amministrazione o sparire dalla scena. Il vocabolo non si usa quasi pi nel settore dei beni culturali (nella scuola s), segno che queste realt si sono consolidate come vere e proprie professioni e hanno anche conquistato un primo assetto normativo, nei modi che abbiamo visto. Ma per uscire dalla giungla, a beneficio di tutti gli attori coinvolti e soprattutto del patrimonio, ancora ce ne vuole.
Solo pochi anni fa Carandini poteva parlare, a questo proposito, di "forze strumentali, subalterne, facilmente liquidabili", oppure di "bracciantato archeologico": definizioni crude e anche vere, se intese per come denuncia di una condizione sbagliata per tutti, dalla quale si deve uscire in avanti. Indietro, infatti, non si pu n si deve tornare, l'ho detto: e se non dobbiamo stancarci di chiedere concorsi e assunzioni, dobbiamo per anche sapere che in nessun caso basteranno. D'altronde, che oggi l'occupazione nel settore dei beni culturali non sia pi coperta soltanto dallo Stato, dai Comuni, dalle Universit, un dato ineliminabile e anche una cosa buona, cos come bene evitare di cadere nellequazione archeologi = scavo: ci sono infatti anche i vastissimi campi della didattica archeologica, della catalogazione, della musealizzazione e quantaltro, ma in parte ne ho gi accennato, in parte se ne potr fare un tema di ulteriore riflessione.
In ogni caso, si parla tanto di superare le artificiose contrapposizioni fra "pubblico" e "privato": quello della libera professionalit in campo culturale un tipico settore nel quale mettere alla prova coloro che vogliono realmente farlo, e farlo nel modo pi giusto.
Carlo Pavolini



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