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Riflessioni sull'emendamento della Legge di stabilità
23-12-2015
Carlo Pavolini

Il 21 dicembre è comparso sul sito Patrimonio.SOS il testo (con relativa relazione illustrativa) di un emendamento alla Legge di Stabilità, che il Parlamento - mentre scrivo - sta praticamente varando. Per la precisione, se la legge, già approvata dalla Camera, lo sarà anche dal Senato senza ulteriori cambiamenti, tale emendamento ne costituirà il comma 174-bis. In sintesi, si dà mandato al Ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo di emanare, entro 30 giorni dall'entrata in vigore della Legge di Stabilità, un decreto nel quale si provveda "alla riorganizzazione, anche mediante soppressione, fusione o accorpamento, degli uffici dirigenziali, anche di livello generale, del medesimo Ministero".
Alcuni passi della breve relazione illustrativa si incaricano di fare un po' di chiarezza, rispetto al linguaggio un po' criptico caratteristico dei testi di legge. Lo vedremo, ma intanto completiamo l'informazione "di base" dicendo che nella stessa giornata del 21 dicembre Tomaso Montanari ha pubblicato su "La Repubblica" un articolo sulla politica dei beni culturali che parla anche di altro, ma che esordisce con un commento critico dedicato proprio all'emendamento in esame.
Dico subito che sugli intenti generali di una misura come questa - presa a sé - non posso personalmente dirmi in disaccordo, e su questo mi differenzio da Montanari, che sembra invece schierarsi su una posizione nettamente negativa. Ma dico anche che forti perplessità affiorano invece subito se guardiamo al modo con cui l'emendamento viene adottato, alle finalità esplicitate dai suoi estensori e al contesto legislativo recente in cui la misura si inserisce (poiché nessun provvedimento, in realtà, può essere giudicato davvero "a sé", nel vuoto).
Ma andiamo per ordine. Un passo della relazione illustrativa dice testualmente che, mediante accorpamenti e fusioni, il Ministro potrà "realizzare, ove necessario, soprintendenze uniche, in cui unire in una sola struttura le competenze delle attuali soprintendenza archeologia e soprintendenza belle arti e paesaggio". Le denominazioni degli uffici (purtroppo sono quelle scaturite dalla cosiddetta "riforma Franceschini" del 2014) sono inverosimili e ne risente la stessa correttezza grammaticale della frase, ma non importa, guardiamo alla sostanza. Espressioni come "soprintendenza unica" (al posto dell'orribile termine "soprintendenza mista", talvolta spregiativamente usato), oppure "unire in una sola struttura le competenze…." ecc., nel momento in cui diventano legge della Repubblica, non possono che essere salutate con soddisfazione da chi - come il sottoscritto - ha propugnato questi principi a mezzo stampa fin dal 1996, trovandosi allora nettamente isolato, e li ha poi ripresi (vedi il mio intervento su Patrimonio.SOS dell'8 gennaio 2015) dopo che, di recente, persone come Giulio Volpe e Daniele Manacorda li avevano di nuovo fatti propri. Per spiegarne le motivazioni metodologiche, culturali e amministrative manca lo spazio, e d'altronde non ci sarebbe ragione di farlo, perché sono state appunto esposte altrove: ad esempio, nel contributo che ho citato tentavo di spiegare come - nella "riforma Franceschini" - l'accorpamento delle sole ex soprintendenze storico-artistiche e di quelle architettoniche non fosse affatto da considerare una parziale vittoria, bensì un grave travisamento di come dovrebbe configurarsi una struttura davvero "olistica" (come si dice oggi) della tutela territoriale. Quindi, di fatto, un passo indietro.
Ma torniamo all'oggi. Procedendo nell'esame del nuovo comma arrivano le dolenti note. In una cosa ha ragione Tomaso Montanari: una decisione così importante (perché può non sembrare, ma lo è) piove dal cielo senza che vi sia stato un adeguato dibattito in grado di coinvolgere le forze culturali, i tecnici, i cittadini, lo stesso Parlamento. Viene adottata di corsa, nella distrazione generale e - si direbbe - senza che lo schieramento politico che la voterà in queste ore mostri di avere un'idea chiara della sua reale portata, così da poterla spiegare al Paese.
Ci sono altri elementi che preoccupano. Uno, si potrebbe dire, si situa ancora sul terreno della forma (ma in democrazia la forma è sostanza): l'emendamento è stato "infilato" in una legge-omnibus, secondo una buona vecchia abitudine che dimostra come, nel passaggio dalle "finanziarie" di una volta alle attuali "leggi di stabilità", sia cambiato magari il nome, ma certi comportamenti tendano a rimanere gli stessi.
Tuttavia, è esaminando due altri aspetti che entriamo realmente nel merito. Da un lato, infatti, si avverte un'inconfondibile aria di strumentalità, come se il Ministro e il governo stessero avanzando questa proposta non per le finalità culturali che realmente dovrebbero sottenderla, ma - paradossalmente - per parare in fretta e furia i possibili effetti negativi di misure che lo stesso governo aveva adottato poco prima (ed è come se solo ora ne vedesse i pericoli). Lo ammette onestamente la stessa relazione: il riordino e gli accorpamenti servono "per poter meglio fronteggiare le richieste di nulla osta provenienti da altre amministrazioni e da privati, limitando così le ipotesi in cui, a causa di un'eccessiva frammentazione di uffici e competenze, potrebbe più facilmente scattare il meccanismo del silenzio-assenso" (quel nefasto silenzio-assenso varato l'estate scorsa nell'ambito della c. d. legge Madia).
Su un altro versante si intravede un rischio molto grave, e stavolta - poiché resta fra le righe - fa bene Montanari a denunciarlo: l'accorpamento, dice l'autore, è un passo funzionale (io voglio essere ottimista e dico: potrebbe rivelarsi un passo funzionale) "alla sottomissione delle soprintendenze, così unificate, alle prefetture: l'obiettivo indicato dalla legge delega Madia" (e ci risiamo), con il conseguente, definivo schiacciamento della componente tecnica della tutela e delle competenze che essa detiene, a favore, invece, di strutture puramente amministrative e meglio manovrabili da parte del potere esecutivo.
In conclusione, i casi sono due. O il profondo cambiamento che si prospetta avverrà tenendo conto di finalità e principi legati essenzialmente alla sfera della tutela del patrimonio culturale e paesaggistico, e quindi rimodellando con attenzione ed equilibrio gli uffici, garantendo a ciascuna professionalità tecnico-scientifica il proprio spazio (anche a livello dirigenziale), costruendo strutture dipartimentali, interdisciplinari, diacroniche, finalmente adeguate all'oggi e capaci di porsi in relazione col resto della società (non sto ad allineare troppe spiegazioni, perché chi vuole le trova nei libri e nelle prese di posizione di Volpe, Manacorda, mie… e di altri): e in tal caso saremo tutti ben lieti di esserci preoccupati inutilmente. Oppure si avvereranno i neri pronostici di cui sopra, e in tale evenienza i contraccolpi sarebbero molto gravi. E lo sarebbero non solo perché verrebbe inferto un altro colpo ad una tutela territoriale che già oggi arranca drammaticamente, ma anche perché verrebbe compromessa per sempre una prospettiva politico-culturale che era partita, invece, da premesse importanti e serie.
In altri termini, chi si è battuto per la soprintendenza unica verrebbe allora tacciato di aver "oggettivamente" aperto la strada all'ennesima nefandezza del potere. Ingiustamente, secondo me: perché bisognerebbe essere sempre in grado di distinguere fra il merito intrinseco di un'ipotesi politica e l'indebito uso che può farne chi - investito di cariche pubbliche - decidesse di cavalcarla, strumentalizzando una proposta giusta per fini sbagliati.

Carlo Pavolini




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