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A proposito del nuovo concorso per 60 funzionari MiBACT
25-01-2016
Alessio De Cristofaro

Poco prima Natale, quando l’attenzione dei cittadini è tutta presa da regali e panettoni, il MiBACT ha pubblicato sul proprio sito il bando di un concorso per l’assunzione a tempo determinato di 60 funzionari tecnici, da destinare ad alcune delle sue sedi periferiche rimaste maggiormente scoperte nell’organico. Il bando, rivolto al reclutamento di archeologi, archivisti e bibliotecari, prevede l’assunzione per 9 mesi di professionisti “…al fine di fare fronte a esigenze temporanee per il miglioramento e potenziamento degli interventi di tutela, vigilanza e ispezione, protezione e conservazione nonché valorizzazione dei beni culturali in istituti e luoghi della cultura statali..”.
Ora, se fossimo in un’epoca in cui lo stesso ministero effettua regolarmente concorsi per le medesime posizioni a tempo indeterminato ed in cui l’abitudine ad un regolare turn-over del personale mantiene in efficienza la grande macchina burocratica della tutela, saluteremmo questo bando tutto sommato con favore: assumere e testare a termine nuove leve da inserire nei propri ranghi è operazione in linea teorica ottimale, come anche il manager più digiuno di economia aziendale sa almeno per sentito dire. Ma poiché così non è, neppure alla lontana, è assolutamente necessario aprire qualche riflessione su questo bando natalizio, così alla chetichella apparso al nostro orizzonte annebbiato dai bagordi festivi.
Anzitutto, le sedi di destinazione scelte, secondo il bando eufemisticamente necessitarie di “esigenze temporanee”, sono tutti uffici prossimi al collasso, progressivamente indeboliti, come d’altra parte tutte le altre sedi consorelle nazionali, dal sistematico taglio dei fondi ordinari e dalla mancata sostituzione del personale tecnico-scientifico regolarmente andato in pensione: perché dunque solo 9 mesi? Cosi si pensa di fare dopo questo breve periodo?
Le soluzioni possibili sembrerebbero almeno due: o, dopo i 9 mesi, si decide di lasciar lentamente morire quelle sedi, prima riassorbendole entro uffici maggiori e poi sopprimendole (o sopprimendo le posizioni in organico); oppure, si comincia, italico more, il solito minuetto dei rinnovi pro tempore degli assunti con il bando, fino alla proclamazione della loro assunzione a tempo indeterminato tramite apposita scappatoia legislativa.
Dirò subito che, alla luce della vecchia e recente storia del Ministero, questa seconda soluzione mi sembra l’obbiettivo cui, neppure troppo velatamente, il bando mira realmente. Fatta eccezione per pochissimi veri concorsi, infatti, peraltro per pochi posti e non di rado organizzati sulla base di prove d’esame scientificamente discutibili, la gran parte del personale del MiBACT è stata per decenni assunta con criteri che hanno violato palesemente i diritti costituzionali di ciascun cittadino, a prescindere dal colore politico del governo momentaneamente in sella: dai tempi della legge 285, che all’improvviso immise nelle soprintendenze un esercito di giovanissimi funzionari spesso senza alcuna specifica preparazione (molti dei quali, per fortuna, rivelatisi col tempo di grandi capacità), agli assistenti museali giubilari, di sei mesi in sei mesi prorogati ben oltre il santo giubileo e quindi assunti definitivamente, fino all’ultimo e recente concorso per funzionari, con vincitori mandati nelle sedi messe a bando e successivi ripescati tra gli idonei inviati invece in sedi originariamente non previste, in totale spregio di coloro che a quel bando non avevano deciso di partecipare proprio per l’iniziale mancanza di destinazioni a loro congeniali.
Niente di nuovo sotto il sole, quindi, se anche questa volta, nella luminosa ora del nuovismo renziano, il Ministero provi ad imbucare alla chetichella dalla porta di servizio una sessantina di facce nuove, forse solo l’avanguardia di quei 500 nuovi assunti recentemente promessi a più riprese dal ministro Franceschini: della serie, se si riesce a far passare facilmente questi primi 60 senza un vero e serio concorso, per gli altri 440 sarà una passeggiata di salute, alla faccia di chi da una vita si prepara professionalmente per una simile occasione e del rispetto delle regole costituzionali.
Ma in che modo verranno scelti questi nuovi funzionari? Ad una prima scorsa, il bando sembrerebbe ottimamente impostato sulla base di chiari criteri meritocratici: una serie di punteggi differenziati saranno attribuiti ai titoli di studio e scientifici che il candidato presenterà assieme alla domanda di partecipazione. Se però si approfondisce con maggior attenzione il testo, ci si accorge che questa valutazione dei titoli, apparentemente basata sulle sole capacità e meriti del candidato, avverrà con criteri fumosi e a dir poco discrezionali: non parlo tanto della parte riservata ai titoli di studio ed alle competenze linguistiche, entrambe valutabili con buona approssimazione grazie ai punteggi certificati dagli enti che li hanno rilasciati, ma di quella riservata all’esperienza professionale necessaria per le funzioni richieste dai posti messi a bando, che il candidato negli anni deve aver già maturato per almeno tre anni complessivi.
Il testo così recita: “ esperienza professionale non inferiore a tre anni nel settore dei beni culturali collegate alla tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale: punti 0,50 per ogni ulteriore anno aggiunto”. Scritto così, vuol dire praticamente tutto e niente. Mi chiedo infatti in che modi il candidato possa sottoporre a giudizio le sue esperienze pregresse, in assenza di modalità definite per la loro certificazione e valutazione qualitativa. Cercherò di spiegarmi meglio parlando del caso del candidato tipo che conosco meglio, quello dell’aspirante funzionario archeologo.
Tra le esperienze professionali maturate dall’archeologo fondamentali per ricoprire il ruolo di funzionario MiBACT, possono esserci scavi, schedature, ricognizioni topografiche, valutazioni di rischio archeologico, organizzazioni di mostre ed eventi, lavori di inventariazione e archiviazione dati e tutta quella serie infinita di attività che da anni, i funzionari archeologi delle soprintendenze, effettuano, spesso vilipesi dai concittadini ed in condizioni terribili, per onorare e portare avanti la mission dell’istituzione per cui lavorano: conoscere, tutelare e valorizzare i nostri Beni Culturali.
Queste esperienze possono essere il frutto di incarichi di consulenza conferiti direttamente dalle Soprintendenze al candidato, o, più spesso, come nel caso di scavi e schedature connesse con l’archeologia preventiva e d’emergenza, essere state eseguite solo sotto la direzione scientifica dei funzionari ministeriali, ma pagate ai candidati dai committenti dell’opera architettonica o urbanistica che le ha occasionate. In che modo, quindi, saranno certificate e valutate queste due modalità di collaborazione, nella sostanza identiche, ma nella pratica amministrativa così diverse? Nel bando non se ne fa minimamente cenno.
Ancora più oscuro, poi, è il modo con cui l’amministrazione intende valutare la qualità delle esperienze dei suoi aspiranti funzionari. A parte l’idea di considerare un’esperienza di tre anni come requisito minimo, e di attribuire mezzo punto per ogni anno in più di lavoro prestato, il bando non fa alcun accenno pratico al tipo ed alla qualità dell’esperienza maturata. Un criterio realmente meritocratico vorrebbe che le commissioni richiedessero non solo l’elenco dei lavori svolti, ma anche un qualcosa di più tangibile e concreto per valutarne pregi e difetti: nel caso di scavi, catalogazioni, ricognizioni, andrebbero valutate, con differenti punteggi, le relative pubblicazioni scientifiche o, in assenza di queste, le copia della documentazione depositata presso gli archivi delle Soprintendenze. Oppure, nel caso di organizzazione di mostre, il tipo di lavoro realmente svolto attraverso un dettagliato resoconto delle mansioni ricoperte, corredato da una valutazione del responsabile scientifico e organizzativo dell’evento. Inoltre, dovendo assumere personale da destinare a specifici territori, sarebbe veramente troppo pretendere dal candidato, non dico titoli scientifici esplicitamente riferibili a quei territori, ma quantomeno rientranti nei vasti campi disciplinari delle antichità romane, preistoriche ed etrusco-italiche, magnogreche, medievali? O l’idea che un’intelligente ed efficace tutela nasca solo da una profonda e consapevole conoscenza scientifica è definitivamente tramontata, assieme a tante altre buone cose di quel Ministero dei Beni Culturali che ha avuto tra i suoi servitori Giovanni Urbani, Alessandra Melucco Vaccaro, Adriano La Regina, Pier Giovanni Guzzo, Fausto Zevi, solo per citare qualche grande nome a me più familiare?
Può darsi che mi sbagli, e me lo auguro col cuore, ma tutta questa vaghezza del bando, se non è solo frutto di pressappochismo, mi puzza non poco. Lasciato al libero arbitrio della commissione giudicante, ovvero senza aver prima fissato con rigore regole e criteri di valutazione, il punteggio espresso per le attività professionali del candidato, certamente determinante ai fini della selezione, sarà facilmente utilizzabile per assumere non i migliori, ma parenti, amici, amici degli amici, come la migliore tradizione nazionale insegna.
Vale forse la pena di ricordare che l’era Franceschini si è aperta con l’ormai celebre bando internazionale per la direzione dei 20 Musei: un bando ammirevole nei propositi, ma che poi solo in parte è riuscito realmente a selezionare tra gli aspiranti direttori i migliori sulla piazza. Per il resto, la fumosità dei requisiti richiesti, uniti alla forte discrezionalità politica nella decisione finale sulla proclamazione dei vincitori, ha fatto sì che, affianco a professionisti di provate capacità, finisse su qualche poltroncina museale di seconda fascia la solita mezza tacca miracolata da amicizie politiche o consuetudini contubernali.
Qualcuno dirà che pecco di pessimismo e di dietrologia, e che prima di giudicare il nuovo, come direbbe il buon Jannacci, bisognerebbe sempre vedere l’effetto che fa. Io invece credo che a volte basti guardare al vecchio, spesso così simile all’attuale nuovo, per essere in grado almeno di farsi un’idea di come andrà a finire: farò poi volentieri palinodia, se da un simile concorso verrà effettivamente solo del buono al nostro ministero.
Intanto, però, fomentato dai miei pregiudizi e dai miei pronostici funesti, ho deciso di rispondere al bando, nonostante un odioso ed anticostituzionale comma vieti addirittura agli ultraquarantenni, come me, di accedere al concorso: lo faccio, se non altro, per provare a bloccare dall’interno l’ennesimo e ingiusto tentativo dei nostri soloni ministeriali di aggirare le elementari regole del gioco. Invito quindi tutti gli interessati, e so che sono tanti, a fare lo stesso, coalizzandoci così per cercare, con la forza dei numeri, di imprimere al concorso un garbo più rispettoso del merito e dei diritti di noi cittad



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