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Per una brevissima storia della Soprintendenza Archeologica di Roma (a promemoria dei riformatori)
19-03-2016
Alessio De Cristofaro

Nei giorni convulsi in cui una riforma, inattesa e frettolosamente imposta dall’alto, giunge a sconvolgere nuovamente l’assetto dell’amministrazione dei Beni Culturali, ed in particolare quel suo fiore all’occhiello che ormai da decenni è la Soprintendenza Archeologica di Roma, vale forse la pena di richiamare alla mente, a memoria dei posteri, quale patrimonio di saperi e capacità si rischia di distruggere intervenendo pesantemente e senza adeguata consapevolezza su strutture di eccellenza formatesi in lunghi anni di meditato lavoro.

Quando, nel 1976, Adriano La Regina viene nominato Soprintendente Archeologo di Roma, i monumenti di Roma antica giacciono per la gran parte in condizioni miserevoli: sporchi, degradati, assediati dalle auto, incombono quasi come vecchi e scomodi antenati su una cittadinanza frastornata, reduce da quell’industrializzazione di massa che nei ceti medi e popolari ha quasi cancellato ogni legame con la nostra secolare tradizione e che più di tutti, almeno per Roma, ha saputo ben descrivere Pier Paolo Pasolini. Le antichità romane sono ancora appannaggio di studiosi e cultori della romanità, di elites sociali spesso con tendenze conservatrici o reazionarie, anche se già, da quasi un ventennio, va progressivamente maturando una nuova sensibilità ambientale e culturale, per merito soprattutto di associazioni come Italia Nostra e di intellettuali e giornalisti liberali o di sinistra. Protagonista di questa storica rivoluzione culturale è anche una nuova generazione di archeologi di grande levatura, cresciuti per gran parte alla scuola di Ranuccio Bianchi Bandinelli, che presto prende servizio nelle università e al ministero.

La Regina, allievo del Bianchi Bandinelli, forte dell’esperienza già maturata in Molise e delle possibilità offerte dal neonato Ministero dei Beni Culturali, imposta sin da subito a Roma un grande piano di interventi di lungo periodo, fondato sul paradigma scientifico che vede la conoscenza, la tutela e la valorizzazione come necessarie e inscindibili azioni di un unico approccio alle testimonianze materiali del mondo antico. Questo approccio, figlio di un nuovo umanesimo storicista e ambientalista specificatamente italiano, concepisce la tutela dei resti del passato non come una difesa, ma un potente lievito per la crescita sociale e culturale degli italiani e di tutti coloro che riconoscono Roma antica quale parte fondamentale di un patrimonio comune all’umanità. La tutela si fa così occasione per una conoscenza del passato più autentica e ricca di sfumature, veicolo di riconciliazione dei cittadini con le proprie radici storiche, lievito per la crescita etica della società, strumento per il recupero di molte delle ferite urbanistiche inferte nel secolo trascorso al corpo di quella che, fino al 1860, appariva ancora agli stranieri come la più bella città del mondo.
Troppe, impossibili da riassumere in poche righe, le realizzazioni che negli ultimi quaranta anni Adriano La Regina, i successori (che ne hanno seguito le linee guida pur tra le difficoltà poste da una politica che col tempo si è fatta sempre più proterva ed invadente), e i suoi eroici e preparati funzionari hanno saputo portare a termine. Realizzazioni possibili anche grazie al concorso scientifico ed economico di Università italiane e straniere, Istituti di ricerca ed Accademie, sponsors, collaboratori esterni e liberi professionisti: perché la Soprintendenza Archeologica di Roma è stata per decenni la communis Patria degli studiosi di archeologia romana di tutto il mondo, un luogo di dialogo e collaborazione interdisciplinare di eccellenza europea, un vanto per la cultura italiana e per quella Roma che già Ruggero Bonghi sognava come faro culturale per l’occidente intero.
Sin dal suo insediamento, La Regina progetta interventi fondamentali e di lungo respiro: affida alla direzione di Antonio Giuliano il catalogo delle sculture del Museo Nazionale Romano, tra i più rilevanti al mondo per importanza e numero di opere d’arte, fino ad allora rimaste per la gran parte invisibili ed inedite. Attività scientifica indispensabile per quella lunga operazione museografica che, negli anni Novanta, porterà poi alla totale riorganizzazione del Museo, con l’apertura delle sue tre sedi tematiche di Palazzo Massimo, Palazzo Altemps e delle Terme di Diocleziano, che a tutt’oggi formano il più importante polo museale dedicato alle antichità romane del mondo.
Il centro monumentale, negli anni Settanta ormai in stato miserevole ed in condizioni conservative precarie, è fatto subito oggetto di studi approfonditi, col determinante concorso dell’Istituto Centrale del Restauro, di architetti, urbanisti, archeologi: studi tesi a chiarire fondamentali questioni storiche, tecniche, conservative, che sole possono consentire una corretta sopravvivenza e fruizione dei monumenti stessi. Gli sforzi trovano ascolto in una congiuntura politica straordinaria, che mai più si ripeterà nella Capitale e nel Paese: sindaci con una nuova sensibilità sociale e culturale, parlamentari e ministri ancora consapevoli delle responsabilità del proprio ruolo e dell’importanza del nostro patrimonio. La legge Biasini, nel 1981, provvede la Soprintendenza delle risorse necessarie a programmi così urgenti e indispensabili. La soppressione di via della Consolazione, con i contestuali scavi diretti da Gabriella Maetzke, dà l’avvio a quella riunificazione dell’area archeologica centrale che troverà, negli anni successivi, il suo motore primo nel sogno di eliminare via dei Fori Imperiali, consentendo la creazione del più grande parco archeologico urbano del mondo: sogno di molti, spesso discusso aspramente ed apertamente osteggiato, ma infine almeno in parte realizzato, seppure tra polemiche ancora oggi non del tutto sopite. Ma basti confrontare una cartolina del Colosseo degli anni Sessanta, con l’osceno carosello d’auto attorno al monumento, con la situazione attuale: la pedonalizzazione della piazza, gli scavi di Clementina Panella nell’area della Meta Sudans col conseguente recupero urbanistico dell’area, i mirabili interventi sull’Arco di Costantino, testimoniano da soli come un sogno ampiamente condiviso abbia la forza di plasmare positivamente la realtà.
Proprio i lunghi lavori per il recupero dell’Arco di Costantino, monumento emblematico per l’idea stessa di Roma nella cultura europea, rappresentano forse meglio di ogni altra realizzazione quello che per decenni è stato il carattere della Soprintendenza Archeologica di Roma: qui, sotto la direzione di Alessandra Melucco Vaccaro, altra allieva del Bianchi Bandinelli, il monumento è fatto oggetto di studi interdisciplinari complessi e di eccezionale livello, che conducono ad un restauro che è un capolavoro di metodo e filologia. Grazie ad esso nuove ipotesi e conoscenze sul monumento sono rese possibili, rinnovando così in modi meno retorici e convenzionali la sua memoria nel presente: e lo stesso si può dire per tutti quei monumenti sopravvissuti quasi intatti dall’antichità che la Soprintendenza, sempre sotto la direzione della Melucco Vaccaro, ha saputo riportare a nuova vita: la Colonna Traiana, la Colonna Antonina, l’Arco di Settimio Severo, il Tempio di Saturno.
Altrettanto importanti sono gli scavi che, direttamente o col concorso di università e accademie straniere, la Soprintendenza promuove sin da subito quale occasione di conoscenza, tutela e valorizzazione: una tappa epocale è il progetto Crypta Balbi, codiretto da Daniela Manacorda e dallo studio di architetti StudioF27, primo compiuto laboratorio di archeologia urbana a Roma ed oggi quarta sede del Museo Nazionale Romano. Ma l’elenco dei cantieri degli ultimi quaranta anni è impressionante. Il Palatino si fa scuola per tutta l’Europa: vi scavano i francesi, alla vigna Barberini; gli inglesi, con Henry Hurst a S. Maria Antiqua, gli svizzeri, con Clemens Krause alla Domus Tiberiana; gli italiani, con le rivoluzionarie scoperte su Roma arcaica di Andrea Carandini e le indagini di Patrizio Pensabene alla Magna Mater. Ma vi scava direttamente anche la Soprintendenza, proseguendo in questo la benemerita attività intrapresa già dal Carettoni e procedendo col tempo ad un lungo e paziente lavoro fatto di recuperi antiquari, indagini stratigrafiche, restauri architettonici. Analogo fervore investe anche l’area forense, con lavori alla Curia, al Lapis Niger, al Tempio dei Castori, alla Basilica Giulia; ma tutto il tessuto della città antica è interessato da indagini ed interventi conservativi di ampia portata: il Colosseo, la Domus Aurea, il Sessorium, il Tempio di Adriano, il Pantheon, il Quirinale, le Mura Serviane.
I nuovi scavi non interessano però solo l’area archeologica centrale, ma anche la periferia romana: basti qui rimandare al magnum opus dell’Osteria dell’Osa, sulla via Prenestina, o alle straordinarie indagini preistoriche della Polledrara, dove viene realizzato un nuovo e importante museo.
Proprio le attività della Soprintendenza nella periferia romana, meno note al grande pubblico e spesso ancora meno visibili ai cittadini, sono la miglior testimonianza del valore e dell’efficacia del tipo di tutela esercitata da La Regina e dal suo piccolo esercito di funzionari. Qui, in luoghi sfregiati da decenni di abusivismo edilizio e da un’architettura quasi sempre amorfa e ripetitiva, la Soprintendenza è stata spesso baluardo, oltre che della tutela archeologica, della difesa del paesaggio contro gli a volte inutili consumi del suolo, della bellezza contro alcune sconcertanti proposte architettoniche ed urbanistiche.
L’elenco degli interventi è lungo quasi come il catalogo delle conquiste di Don Giovanni: interventi in cui tutela e valorizzazione dei beni archeologici e paesaggistici si sono fatti strumenti per la redenzione di non-luoghi e per il riscatto civile dei suoi abitanti, restituendo loro quella possibilità di conoscere meglio se stessi tramite le memorie storiche dei luoghi in cui vivono. Dal parco di Crustumerium-La Marcigliana, miracoloso incanto paesaggistico scampato all’assedio dell’abusivismo edilizio, a quello dell’Appia antica, dove la Soprintendenza, più di tutti, ha saputo raccogliere la grande eredità di Antonio Cederna, portando avanti uno straordinario piano di recupero dei monumenti che ha pochi confronti nel mondo. Dal museo di Malborghetto sulla via Flaminia, sogno antiquario con radici antiche, al Museo Drugstore sulla via Portuense, bell’esempio romano di archeologia sociale realizzato in un altrimenti anonimo condominio privato. E ancora: il parco archeologico di Gabii, con le sue stupefacenti scoperte di età arcaica e repubblicana, l’antiquarium di Lucrezia Romana e quello di Ponte di Nona, dimostrazione di come l’archeologia preventiva possa accompagnare, valorizzandolo, il Piano Regolatore, la villa delle Colonnacce ed il parco di Castel di Guido, dove da decenni la Soprintendenza si spende perché Regione e Comune colgano l’irripetibile occasione di creare un parco archeologico-naturalistico di rinomanza europea.
Infiniti, poi, gli scavi di archeologia preventiva e d’emergenza che hanno accresciuto a dismisura e, talvolta, rivoluzionato le nostre conoscenze sul mondo antico, spesso arricchendo le stesse collezioni del Museo Nazionale Romano con un ritmo che non ha eguali in nessun altra città del mondo: gli scavi protostorici di Acqua Acetosa Laurentina, Crustumerium, Fidene, S. Palomba, Romanina, fondamentali per il rinnovamento delle nostre conoscenze sulla più antica storia di Roma e del Lazio; quelli della Fonte di Anna Perenna, che hanno aperto nuove prospettive di indagine sulla religiosità popolare di età romana; gli scavi di ambito funerario, con la scoperta, in diverse zone della periferia romana, di estese necropoli popolari che hanno permesso per la prima volta di conoscere il volto dei romani di condizione più umile, o col ritrovamento clamoroso di nuovi monumenti funerari come quello di Marco Nonio Macrino sulla via Flaminia; e poi scavi di ville, fattorie, impianti produttivi, santuari di campagna, sepolcri, riportati alla luce a centinaia, quindi indagati e tutelati: ritrovamenti sfuggiti così all’ingloriosa fine toccata invece a gran parte dei beni archeologici della periferia romana fino ai primi anni Settanta, quando una tutela riduttiva e timida si limitava a preservare solo grandi monumenti o bei reperti.
Scavi preventivi che hanno interessato ovviamente con ritmo costante anche la città storica, in concomitanza sia con le grandi opere pubbliche, che coi più piccoli interventi privati: le tante indagini per le opere del Giubileo del 2000, per il nuovo Auditorium, per la Metro C, per la Rinascente, per la Stazione Termini, per l’Istituto Geologico, solo per citarne alcuni.


Ora, di fronte ad una mole di lavoro così impressionante, all’impegno decennale di così tante e preparate professionalità, a risultati d’eccellenza acclamati internazionalmente, la riforma Franceschini sembra giungere come un inatteso tornado pronto a devastare tutto, in nome di una malintesa volontà di nuovo. Si separano allora con una logica incomprensibile i musei del territorio, interrompendo così quel secolare rapporto vitale che ha reso possibile la stessa esistenza dei musei italiani; si indebolisce la tutela archeologica a Roma, smembrando la Soprintendenza in porzioni amministrative che violano l’integrità di quella Roma antica che, in età classica, col suo Suburbio formava un unico e inscindibile organismo; ci si appresta a nominare nuovi dirigenti, nel cui curriculum spesso manca anche la più elementare conoscenza scientifica dei monumenti che dovrebbero valorizzare; si sottomettono i Soprintendenti ai Prefetti, esponendo così la tutela al virus mortale della politica di parte; si immaginano valorizzazioni facili e d’effetto, rinunciando alla missione di civilizzazione che, in definitiva, è la stessa ragion d’essere dei beni culturali.
Nessuno è così fuori dal mondo da credere sul serio che, come diceva il vecchio adagio, fin qui tutto fosse andato bene, madama la Marchesa! Che l’idea di soprintendenze unificate in alcune regioni italiane possa essere un’ottima idea per facilitare la lavorazione delle pratiche di nulla osta è anche cosa possibile, così come indubbio è il fatto che sul piano della valorizzazione di musei e siti archeologici molto si possa e si debba ancora fare.
Ma una cosa è discutere, confrontarsi, approfondire, capire prima di mettere mani a riforme cosi radicali: cosa che è stata negata alla gran parte di noi; altro è agire all’improvviso, con tempestività sospetta, sfasciando in una notte quello che decenni di buon governo amministrativo avevano saputo pazientemente costruire. Il nuovismo a tutti costi di recente conio, sembra volutamente ignorare che se oggi l’Italia ha un così straordinario patrimonio museale da valorizzare, è perché c’è stato fino ad ora proprio quel sistema contro cui ci si sta inutilmente e pericolosamente accanendo!
Il ministro Franceschini, certo animato da propositi sinceri, è riuscito, dopo anni di scandalosi tagli, a migliorare le disponibilità finanziarie del ministero; ha in programma di assumere 500 nuovi funzionari, che però tamponeranno in gran parte il personale uscente per limite d’età raggiunto; ha prefigurato la creazione di un Istituto Nazionale di Archeologia per venire incontro alle richieste di valorizzazione della professione avanzate da tempo da noi archeologi, ignorando forse che un simile istituto già esiste dal 1918, per merito di Benedetto Croce e Corrado Ricci, e che basterebbe dotare questo di adeguato personale e sufficienti fondi per assolvere perfettamente a tal compito. Ma queste pur meritorie misure e buoni propositi, non bastano da soli a stornare i timori sugli effetti devastanti che la riforma rischia di avere per la tutela archeologica di Roma antica. L’eccezionale ricchezza di testimonianze archeologiche, architettoniche, storico-artistiche, paesaggistiche della Città Eterna, devono infatti far riflettere il ministro sull’assoluta inopportunità di una soprintendenza unificata a Roma. Il ministro ed i suoi consiglieri, prima di passare alla fasi attuative della riforma, devono fermarsi a riflettere e a discutere con la comunità scientifica in modi meno approssimativi e disinvolti. Riforme così radicali richiedono studi approfonditi, equilibrio, ampio consenso: a meno che il ministro Franceschini e suoi collaboratori non vogliano correre veramente il rischio di passare alla storia come quei vandali in casa che, con Antonio Cederna, credevamo, forse troppo ingenuamente, di aver sconfitto per sempre.





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