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L’archeologia italiana agli inizi del terzo millennio
25-02-2016
AA.VV.

Testo dell'intervento delle Consulte di Archeologia presentato al convegno: Formazione ricerca tutela professione. L’archeologia italiana agli inizi del terzo millennio (Firenze, Tourisma, 19 febbraio 2106)

L’archeologia italiana agli inizi del terzo millennio giustamente riconosce una sempre maggiore centralità al rapporto con la società civile, che si traduce in una diversa declinazione del concetto stesso di patrimonio e della sua valorizzazione. Questo nuovo concetto tocca direttamente la natura stessa della fonte archeologica, attribuisce significato e valore agli aspetti immateriali del patrimonio, contribuisce ad abolire gerarchie su base cronologica o estetica ed identifica nel contesto (e nelle relazioni che esso contiene) il centro del suo agire. Da ciò ne consegue l’ovvietà di una pratica preventiva e non a posteriori, come invece il dettato della legge ancora in uso impone. Tutto questo ha prodotto, come risultato concreto, una maggiore sensibilità non solo nei riguardi delle testimonianze monumentali, ma anche nei riguardi di una miriade di attestazioni meno appariscenti, ma non per questo meno significative, anzi in taluni casi più rilevanti, sul piano storico e della conoscenza del nostro passato. Se la monumentalità e la dimensione estetica sono facilmente riconoscibili, e pertanto più agevolmente tutelabili, non di meno le testimonianze materiali dell’uomo, anche le più minute e primordiali, sono fonti indispensabili per la conoscenza della sua storia. Una lezione che non dobbiamo mai dimenticare se non vogliamo far arretrare di decenni l’archeologia italiana.
Lo sviluppo del turismo, la crescita significativa di visitatori nei Musei, anche nelle aree archeologiche meno famose sono testimonianza di questa nuova sensibilità.
Tuttavia questo cambiamento di prospettiva scientifica e questa necessità di un maggiore confronto con la società civile, ha evidenziato anche situazioni di crescente criticità determinate da una non adeguata disponibilità in termini di risorse umane, economiche e di spazi, necessarie a far fronte alle esigenze poste dalla tutela, dalla conservazione, dallo studio, dalla valorizzazione e dalla formazione. Troppi sono i casi di interventi che hanno salvaguardato i beni dalla loro distruzione sul campo, ma che poi non hanno trovato un’adeguata disponibilità di risorse per essere opportunamente restaurati e conservati, studiati e infine valorizzati, rendendo pressoché nulla l’esposizione di spesa effettuata dalla collettività. Una politica che ha prevalentemente favorito la realizzazione di opere, non sempre e solamente pubbliche e volte al bene comune, non tenendo sufficientemente conto delle esigenze di tutela che lo Stato è chiamato a garantire dal dettato costituzionale.
Le Università hanno dato un forte contributo alla crescita della Archeologia, con l’attività di formazione, con la sperimentazione sul campo, con la qualità delle loro ricerche, e con lo sforzo a valorizzare un patrimonio diffuso nel territorio e sono state di stimolo alla promozione della sua corretta conoscenza. Forse, se un autocritica va fatta, è quella di non aver avuto quella sufficiente incisività per governare il cambiamento, quando era possibile ed opportuno, cercando di trasformare in maniera determinante il profilo professionale e non limitandosi, come è stato fatto, a rivedere curricula e lavorare sulla formazione post laurea per adeguarli alle esigenze mutate di formazione, pur con i limiti e condizionamenti posti dalle tabelle ministeriali, dal susseguirsi di riforme del sistema universitario e dal progressivo impoverimento numerico del corpo docente. Ciò nonostante, le Università italiane hanno saputo creare ricercatori archeologi con un livello di professionalità e con una molteplicità di competenze atte ad affrontare un panorama estremamente articolato quale è quello della complessa situazione italiana.
Molto si deve ai giovani e all’entusiasmo con cui hanno accompagnato questi nuovi indirizzi: lo testimonia il numero di quanti si sono iscritti e laureati in materie archeologiche e si stanno misurando, con grande forza d’animo, con un apparato statale e pubblico che non sempre ha seguito questa crescita civile e che ha stentato a sviluppare occasioni di lavoro, determinando frequentemente sacche di inaccettabile sfruttamento oppure fughe all’estero per poter proseguire una carriera scientifica e professionale che in Italia è pressoché impossibile, soprattutto per chi non appartiene a fasce economicamente e socialmente agiate, che consentano di sopravvivere senza uno stipendio fino a quarant’anni ed oltre.
Il mondo dell’archeologia, per altro verso, soffre di ritardi, in alcuni casi secolari.
Nel campo della tutela, l’Italia non dispone di una Carta archeologica nazionale che registri tale patrimonio: naufragata all’inizio del Novecento l’iniziativa della Carta Archeologica d’Italia, promossa dall’allora Ministero per la Pubblica Istruzione, con il fine della conoscenza e tutela, abbiamo registrato vari tentativi di riprenderla, da parte di Enti di Ricerca e Università, con esiti che hanno stentato ad essere recepiti dagli organi preposti alla tutela. La gravità della situazione appare evidente quando si consideri come a livello nazionale il numero delle evidenze archeologiche conosciute (quindi note agli Enti preposti) rilevabili dalla bibliografia o dagli archivi, è in media pari a 10% di quanto è ancora esistente e rilevabile sul terreno con analisi capillari o altri metodi scientifici di indagine. Manca ad oggi, e salvo casi particolarmente illuminati, una normativa che imponga nei piani Urbanistici, paesaggistici, di trasformazione del territorio la redazione di una Carta del Potenziale Archeologico sia delle città storiche che del territorio. Uno strumento che appare sempre più indispensabile per avviare davvero quell’archeologia preventiva (prevista peraltro dalla Convenzione di Malta, tardivamente ratificata) di cui tanto si è parlato negli ultimi anni, ma che resta un passaggio inefficace se ad essa non si associano procedure selettive nella gestione del patrimonio; uno strumento, inoltre, senza il quale gli organi pubblici preposti alla tutela, gestione e non sono in grado di governare, con criteri e metodologie moderne, il complesso delle valenze archeologiche del territorio nazionale.
Come è noto la maggior parte delle Regioni italiane non ha ancora concluso l’iter per l’adozione dei Piani Paesaggistici territoriali, che, grazie anche alle banche-dati dei beni culturali associate, dovrebbero rappresentare un indispensabile ausilio nella gestione del territorio.
E’ evidente come in mancanza di una conoscenza preventiva, sia difficile, quasi impossibile la tutela del territorio senza forze, mezzi e tempo adeguato per la sua conoscenza.
Hanno spesso gravemente nociuto alla ricerca archeologica e alla formazione dei giovani i condizionamenti alla conoscenza e all’accesso ai beni posti da norme, circolari e interpretazioni che hanno teso a identificare competenze di tutela con una sorta di “proprietà dei beni” o di riserva della ricerca archeologica (anche in questo caso in palese contraddizione con il dettato costituzionale), determinando una divaricazione non felice e non produttiva tra il mondo della formazione e quello della tutela. Ha stentato così ad affermarsi un concetto di tutela partecipata e condivisa, vista come esigenza per la conservazione di un patrimonio comune. In questo campo, per superare questi limiti, tutti dovremo molto lavorare nei prossimi anni, con uno spirito collaborativo, lontano da quelle sterili conflittualità che non producono benefici ad un patrimonio che, non dimentichiamolo, è un bene comune e pubblico
Nel campo dei Musei e dei Parchi, dopo una stagione di sviluppo e potenziamento, frutto anche dell’entusiasmo e delle disponibilità economiche di Enti regionali e comunità locali che vi riconoscevano la propria identità, la politica delle “eccellenze”, dei “grandi attrattori” rischia di far retrocedere quell’interesse e sensibilità verso il patrimonio diffuso, abbandonato per carenza di investimenti: così alla perdita dei sentimenti di identità si accompagna anche il crollo dei flussi turistici verso aree minori, polmone per il loro sviluppo.
In questo panorama le consulte Universitarie per l’Archeologia del Mondo Classico, per le Archeologie Postclassiche, di Preistoria e Protostoria e di Topografia antica
avvertono la rilevanza delle trasformazioni previste con la riorganizzazione del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, che avranno anche importanti ricadute sul piano formativo e della ricerca.
La penalizzazione, o comunque contrazione, delle competenze archeologiche che la riforma lascia intravedere, sia a livello centrale che periferico, costituisce, ad avviso delle Consulte, un vulnus per il territorio e, di ricaduta, un danno sui progetti di formazione degli archeologi, ai quali le Università per competenza guardano con grande preoccupazione. Costituisce un danno forte soprattutto nei confronti delle tante professionalità che sono state formate, delle loro aspirazioni di lavoro, per le quali la promessa di un prossimo concorso nel MiBACT è solo una prima risposta, alla quale è necessario segua una politica di forte attenzione alla professionalità dell’archeologo, sia all’interno delle istituzioni pubbliche che al loro esterno, nel campo della libera professione.
La formazione nelle Università ha riguardato infatti migliaia di giovani, che hanno creduto, con noi, nello sviluppo dell’Archeologia, dei Musei, dei Parchi e nelle possibilità di lavoro che si sarebbero aperte nel campo pure della archeologia preventiva. Le società in house, anche del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con le loro politiche di assunzioni senza una politica di regolare reclutamento attraverso concorsi, hanno tolto spazi e occasioni ai giovani migliori, costringendoli spesso ad emigrare verso Paesi in cui l’attenzione verso la cultura e la ricerca sono maggiormente sostenuti sia sul piano economico che sociale, rendendo quindi vano l’investimento in formazione impartito in Italia.
Siamo convinti che sia fondamentale portare al centro dell’attenzione il ruolo del Museo e delle aree archeologiche, come punto di incontro tra la comunità scientifica e i cittadini, puntando sul valore culturale, sociale ed economico della valorizzazione, ma preoccupa nell’impianto della riforma il solco che si potrà creare tra le azioni di tutela e di valorizzazione, soprattutto per il fatto che negli ambiti territoriali che costituiscono un insieme integrato sono estrapolati sia i musei a vocazione territoriale sia alcuni importanti parchi e aree archeologiche. La stragrande maggioranza dei Musei archeologici italiani non sono raccolte statiche, ma organismi in continuo divenire che acquisiscono e socializzano i risultati delle ricerche condotte sul campo nel territorio di cui sono espressione. Occorre dunque che i Musei pubblici, se vogliamo dare loro una centralità, siano dotati di quelle risorse umane economiche e di spazi che consentano di conservare e valorizzare nel modo migliore le raccolte, tenendo conto che qualsiasi seria disseminazione non può prescindere da una ricerca che la preceda. In tal senso, il ruolo delle Università potrà essere fondamentale per una collaborazione volta a migliorare le politiche relative a tale tematica
E’ appena il caso di ricordare che proprio nell’ambito della ricerca universitaria, (a partire dalle esperienze di scavo) sono stati elaborati modelli di valorizzazione innovativi, quali i musei diffusi (o open air museum, o musei del paesaggio) o gli archeodromi, in cui si sperimentano nuove forme di interazione fra patrimonio e comunità, in linea con i dettati delle Convenzioni europee (ad esempio Convenzione di Firenze sul paesaggio, Convenzione di Faro). Si tratta di realtà il più delle volte promosse e sostenute dagli Enti locali (Comuni e Regioni) e che rappresentano un potenziale bacino occupazionale per i laureati in beni culturali. Si osserva però in questo settore una incredibile disparità di situazioni (lungo la Penisola), quale riflesso di un’assenza di politiche condivise dagli stessi enti locali, di linee guida generali che ne ostacolano il pieno funzionamento, bloccando le ricadute positive anche in termini economici ed occupazionali Una riflessione più ampia sul tema della valorizzazione dovrebbe pertanto impegnare tutte le realtà coinvolte in tale processo.
Un cambiamento tanto radicale, quale quello previsto dalla riforma, che implica forti ricadute sul territorio, sulla sua gestione e valorizzazione, dovrebbe fondarsi sulla massima condivisione possibile e soprattutto tenere conto delle conoscenze e delle esperienze sia di chi lavora all’interno dell’amministrazione, sia di chi lavora nel campo dell’archeologia, in tutte le sue diverse componenti.
Proprio in questo spirito, le Consulte Universitarie segnalano le criticità maggiori emerse nelle prime discussioni condotte al loro interno e che hanno trovato massima condivisione:
- La frattura fra azione di tutela territoriale svolta dalle soprintendenze e di valorizzazione svolta da Musei, aree e parchi archeologici
- l’indebolimento dell’autonomia del personale tecnico-scientifico;
- la frammentazione nella gestione amministrativa del patrimonio e la riorganizzazione degli uffici periferici su criteri esclusivamente burocratico-amministrativi;
- la necessità di definire una politica di investimento in risorse e in innovazione tecnologica;
- le competenze per l’accesso ai ruoli dirigenziali;

In considerazione di questi aspetti messi in luce da tutti i soggetti dell’archeologia italiana e in relazione alle forti preoccupazioni da più parti espresse, le Consulte chiedono con forza al Ministro una moratoria nell’attuazione della riforma, in modo da favorire una discussione più ampia e partecipata alla riforma, che tenga conto delle esperienze di chi lavora all’interno della Amministrazione e di chi pur essendone esterno è parte integrante della archeologia italiana.

Nel campo della formazione le Consulte Universitarie hanno congiuntamente promosso da tempo una riflessione sui suoi vari livelli in campo archeologico, in quanto sentono forte, nei confronti della società, la responsabilità di una formazione universitaria che sappia mantenere viva la coscienza della storia e sappia positivamente incidere sulla conservazione, tutela e valorizzazione del nostro straordinario patrimonio archeologico.
Hanno avviato una riflessione sulle Scuole di Specializzazione, nella consapevolezza che è necessario adeguare la formazione alle nuove sfide poste dall’insieme complesso di competenze richieste a si prepara ad occupare livelli di responsabilità nella gestione del patrimonio.
Rimangono pertanto molto perplesse nell’apprendere di un Istituto Centrale per l’Archeologia e di una Scuola del Patrimonio, i cui obiettivi, fini e organizzazione non sono stati mai esplicitati e tanto meno discussi con la comunità scientifica alla quale lo Stato ha affidato il compito della formazione. (Ci chiediamo: su quali risorse intellettuali ed economiche si baserà? In cosa questa alta formazione distinguerà, rispetto agli attuali profili universitari, le professionalità destinate al patrimonio culturale del nostro paese?).
Le Consulte ritengono infatti che la formazione in campo archeologico, nel terzo millennio potrà avere un significato solo in un piano condiviso previsionale fondato sulla storia e cultura del territorio, in modo che possa rispondere con forme e modi adeguati alle nuove e più complesse esigenze della società, per conservare e dare nuovo impulso una tradizione che per anni è stata punto di orgoglio per il nostro Paese.
Da questo confronto serrato e sinergico dovrà necessariamente scaturire anche il riconoscimento dei vari mestieri dell’archeologo.
In questa fase. il confronto fra le varie componenti dell’archeologia italiana (MIBACT, Università, CNR, Regioni ed Enti locali, libera professione) deve prevalere affinché questa riforma diventi l’occasione per un rilancio e non per una debacle dell’Archeologia italiana. In tal senso le Consulte Universitarie sono favorevoli alla creazione di una forma di coordinamento associativo nella quale le identità delle varie componenti siano preservate e messe in condizione di trovare una possibile sintesi per il futuro dell’Archeologia italiana.

Andrea Cardarelli
Presidente Consulta di Preistoria e Protostoria

Sauro Gelichi
Presidente Consulta per le Archeologie Postclassiche

Stefania Gigli
Presidente Consulta di Topografia Antica

Grazia Semeraro
Presidente Consulta per l’Archeologia del Mondo Classico



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