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La parata del 2 giugno: sì, ma non ai Fori Imperiali
31-03-2016
Carlo Pavolini

LA PARATA DEL 2 GIUGNO: SI’, MA NON AI FORI IMPERIALI

Dall’intervento che segue vorrei, in primo luogo, stornare ogni sospetto di antimilitarismo vecchio stile, “ottocentesco”, come si usa dire. Non che simili atteggiamenti, ancora pochi decenni fa, non avessero alcune corpose giustificazioni. I più anziani si ricorderanno dei tentativi golpisti del generale Di Lorenzo negli anni ’60, del “tintinnio di sciabole” degli anni ’70, del clima autoritario che vigeva allora nelle caserme, e così via. Quando poi fu abolita la leva obbligatoria, molti temettero che il passaggio ad un esercito di mestiere - e non più “di popolo” - avrebbe fatto correre ancora maggiori rischi alla libertà. Fortunatamente sembra che non sia andata così, almeno fino a prova contraria; dell’esercito si parla di recente poco, ce lo siamo un po’ scordato, e a intuito mi sembra di poter dire che questa - in democrazia - è di norma una cosa buona. Ci saranno indubbiamente sprechi e ruberie anche in questo settore, come in ogni altro della vita nazionale, e c’è il fenomeno del bullismo: e tuttavia - in un panorama mondiale sempre più minaccioso - i generali che compaiono in televisione hanno solitamente l’aria di persone sagge e competenti, e i reparti italiani impegnati nelle missioni all’estero sono quasi sempre apprezzati. Che poi gli obiettivi di quelle missioni siano giusti o sbagliati è un altro discorso, che non dipende da loro.
Oggi non vedo quindi niente di male nel fatto che l’annuale festa della Repubblica venga celebrata con una sfilata rappresentativa delle forze armate, purché essa conservi il carattere di un incontro pacifico fra l’esercito e i cittadini. Anche perché c’è sullo sfondo l’altro discorso - che andrebbe anzi potenziato - dell’utilizzo dei militari per le tante emergenze naturali e civili: terremoti, alluvioni, ma forse anche i drammi connessi con i movimenti migratori; e c’è l’interessante proposta di reintrodurre il servizio civile, rendendolo obbligatorio, e (questo è il mio auspicio) finalizzandolo in primo luogo all’altra e perenne emergenza, quella dei nostri beni culturali e ambientali. Discorsi grossi, come si vede; discorsi diversi, ma tutti connessi fra loro.
Torniamo comunque alla ricorrenza del 2 giugno, un’altra di quelle realtà delle quali – se ci fate caso – ci siamo un po’ dimenticati: magari facciamo il “ponte” e ne approfittiamo per andare al mare. A decenni di distanza si tende ad adagiarsi nel godimento di certe conquiste, che vengono date per scontate. Si finisce per non pensare quasi più a quanto siano costate, né all’enorme valore di rottura che ebbero quando vennero ottenute: basta dire che, se in una certa domenica del 1946 i nostri padri e le nostre madri non avessero votato in un certo modo, noi oggi saremmo sudditi di Vittorio Emanuele IV di Savoia. Parliamo molto della nostra bellissima Costituzione (e della promozione e della tutela della cultura contenute nel suo bellissimo articolo 9); parliamo meno del cambiamento istituzionale che rese possibile scriverla e promulgarla.
Quindi: bene rilanciare in tutto il suo significato la festa del 2 giugno, compresa di parata militare. Ma perché mai, tuttora, farla svolgere a Via dei Fori Imperiali? E qui devo confessare che a volte ho la sensazione di vivere in un Paese schizofrenico e, di conseguenza, in una capitale schizofrenica. Ricordiamo brevemente i fatti. C’è stato il grande scavo stratigrafico dei decenni 1990 e 2000 ai due lati della strada; sono seguiti anni di incomprensibile silenzio (o quasi) da parte di giunte comunali, politica nazionale, mezzi di comunicazione di massa, intellettuali, addetti ai lavori; poi, da poco, si è ricominciato finalmente a parlare di un progetto di sistemazione dei grandi invasi archeologici che le indagini ci hanno lasciato in eredità, e di una loro nuova connessione con la città moderna. Sarebbe bene, per inciso, ricordarci che stiamo parlando dell’area monumentale potenzialmente “continua” più importante del mondo classico, estesa dal Circo Massimo al Palatino, al Foro Romano e ai Fori imperiali (appunto), e dal Colosseo alla Colonna Traiana.
Nel frattempo Ignazio Marino ha lanciato con grande clamore, praticamente come primo atto del suo mandato di sindaco (estate 2013), la pedonalizzazione di Via dei Fori Imperiali, della quale si parlava da tanto tempo. Lo ha fatto in un modo che personalmente, all’epoca, non mi ha convinto, per una certa inconfondibile aria di fretta e di strumentalità, quasi che si volesse conseguire visibilità immediata e consenso politico fuori di ogni organico progetto di soluzione di uno dei più grossi e affascinanti problemi di sistemazione urbana che attualmente si possano immaginare. Di qui gli inevitabili problemi di traffico, le immancabili polemiche e perfino un certo estremismo ambientalista (non capisco perché non permettere il passaggio su quella strada, non solo ai pedoni e alle biciclette, ma anche alle navette elettriche e ad un mezzo poco inquinante e “amichevole” come il tram, visto che si parla tanto di potenziare il trasporto pubblico).
Ma insomma, sia pure in modo pasticciato, il processo di graduale e irreversibile pedonalizzazione si è avviato (anche nella prospettiva di disporre prima o poi della Metro C, per il tratto Colosseo-Piazza Venezia). E’ ora disponibile, inoltre, uno strumento culturale e progettuale di grande importanza come il libro curato da Raffaele Panella (purtroppo mancato nel frattempo) dal titolo Roma: la città dei Fori (2014). Il volume segna quella salutare ripresa del dibattito sui Fori imperiali cui accennavo prima, e va detto che sulle sue linee di fondo convergono anche le conclusioni – rese note nello stesso 2014 - della Commissione paritetica MiBACT-Roma Capitale per la sistemazione dell’area archeologica centrale di Roma. In sintesi, il programma prevede il mantenimento del solo asse stradale fra Piazza Venezia e il Colosseo, come segno storicamente consolidato, sì, ma ormai privo di alcun rapporto con il ruolo che ad esso venne assegnato al momento della sua creazione come “Via dell’Impero”. Questo asse, concepito come un viadotto, si avvarrà di appoggi a terra che permetteranno la circolazione pedonale continua alla quota delle piazze antiche, e di passerelle e piattaforme che raccorderanno i differenti livelli e potranno essere sfruttate per usi culturali e di servizio.
Le motivazioni e gli infiniti dettagli progettuali e tecnici che corredano tale progetto di massima non possono certo essere riportati qui. Piuttosto, mi pare che – molto stranamente – nessuno si sia finora chiesto: ma allora (e torniamo così all’assunto di fondo del presente articolo), che cosa c’entra tutto questo con la meccanica riproposizione di una prassi che una volta all’anno costringe a cambiare la faccia dei luoghi (installandovi grandi tribune, deviando il traffico anche dei mezzi pubblici e “leggeri”, ostacolando l’afflusso dei turisti, ecc.) per farvi passare una parata militare? Mi si potrebbe rispondere: ma che vuoi che sia, semel in anno…. No, perché tutti sappiamo quanto siano importanti i simboli: e, ridotto all’osso, il gesto simbolico della parata ripropone - sia pure in un contesto istituzionale e ideale felicemente mutato rispetto a quello delle sfilate del regime fascista – l’eterna e negativa concezione per la quale i grandiosi monumenti della romanità vengono utilizzati, e ancor prima percepiti, quali sfondi ideali per qualcosa di diverso rispetto al significato storico loro proprio.
Un’altra risposta riduttiva e caricaturale potrebbe essere: va bene, non facciamoci passare i mezzi pesanti o i cingolati, facciamoci passare solo i reparti a piedi o…. a cavallo, oppure privilegiamo (ad esempio) la sanità militare, o i corpi adibiti agli interventi di soccorso alle popolazioni, o le forze dell’ordine, ecc. Ma il punto non è questo: non sarà l’inquinamento da gas di scarico di quel solo giorno che darà il colpo di grazia ai rilievi marmorei a cielo aperto del Foro di Nerva o della Colonna Traiana, e non saranno i cingoli dei carri armati che, passandoci una volta tanto, rovineranno il manto stradale della via. Il nocciolo del discorso è ben diverso, e la sua evidenza credo non sfugga a nessuno.
Ma se è così, sorprende e sconcerta che nessuno, invece, abbia finora mostrato di accorgersi della macroscopica contraddizione: che nessuno (diciamo così) abbia fatto due più due. E ciò né da parte statale, né da parte comunale, benché ambedue le istituzioni fossero rappresentate nella Commissione paritetica di cui sopra: nelle cui dettagliate conclusioni - per altri versi importanti e condivisibili, e tali da costituire il più recente e utile “repertorio” di idee su tutti gli altri problemi dell’area archeologica centrale - non si trova, salvo errore, alcun cenno alla questione della rivista del 2 giugno.
Non mi nascondo che c’è un ultimo e non minore punto al quale accennare. All’inizio parlavo del valore democratico di quel momento di comunicazione fra esercito e popolo che costituisce tuttora il momento culminante della festa della Repubblica. Ma se la rassegna non dovesse più svolgersi ai Fori imperiali, dove farla svolgere, allora? A questo punto “un po’ di storia” può essere utile. Mi sono documentato e ho scoperto – non lo ricordavo bene nemmeno io, come credo molti, fra cui sicuramente i più giovani - che sono stati molti gli anni nei quali la parata militare non ha avuto luogo: ad esempio, nel 1976 perché c’era stato il terremoto del Friuli, e dal ’77 in poi per più prosaiche considerazioni di spesa (veniva sostituita da una manifestazione in Piazza Venezia). Negli anni ’80 le scelte operate dai governi Craxi sono state oscillanti: si è riaffacciata periodicamente l’opzione Fori imperiali, ma nell’83 le truppe hanno sfilato fra l’Aventino e Porta San Paolo (con un giusto richiamo alla difesa di Roma contro i tedeschi da parte di granatieri e civili, quarant’anni prima), e nell’85 fra Via dei Cerchi e le Terme di Caracalla. C’è stata poi di nuovo una lunga sospensione, finché nel 2000 il presidente Ciampi ha preso l’iniziativa di reintrodurre nel cerimoniale del 2 giugno la tradizionale rivista militare, che da allora (tranne che nel 2013, allorché - in piena crisi economica - Napolitano l’ha sospesa di nuovo) si svolge sempre ai Fori.
Se mai oggi si dovesse pensare di nuovo ad un cambiamento, personalmente devo dire che l’opzione Passeggiata Archeologica/Terme di Caracalla mi sembrerebbe ambigua, perché riproporrebbe implicitamente quella visione – che sopra ho criticato - delle grandi emergenze architettoniche romane come fondali appropriati per eventi politici o militari. D’altra parte, l’ipotesi “Viale Aventino” comporta il sequestro temporaneo di un settore urbano fittamente abitato, con i conseguenti prevedibili problemi. Il primo tratto di Via Cristoforo Colombo, ad esempio, presenterebbe minori controindicazioni in tal senso: è inoltre dotato di parcheggi ed è facilmente raggiungibile con la metropolitana.
Ma proseguire su questo terreno, e scendere realmente nel merito delle possibili scelte alternative ai Fori, sarebbe - da parte di un archeologo – un segno di ridicolo dilettantismo. Ci sono fior di organi preposti, anche se di qui fino al 2 giugno Roma continuerà a essere governata da un commissario. D’altra parte non ho la minima dell’idea dell’anticipo con il quale si comincia annualmente a pensare alla gestione pratica della festa della Repubblica, e inoltre può darsi benissimo che quest’anno prevalga (per altri motivi) l’orientamento di non organizzare affatto la parata. In tal caso questo contributo sarà stato inutile, o magari varrà a futura memoria. In caso contrario: presidente Mattarella, presidente Renzi, ministro della Difesa Pinotti, ministro dei Beni Culturali Franceschini, prefetto Tronca, volete dedicare una qualche attenzione al problema? Grazie.

Carlo Pavolini



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