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La riforma Franceschini e lo Spirito del tempo
19-08-2016
Alessio De Cristofaro


Linesorabile avanzare della riforma Franceschini, tra lirriducibile opposizione della gran parte degli addetti ai lavori e il generale disinteresse della pubblica opinione, induce a riflessioni di pi ampio respiro su quella che, in effetti, si presenta come una riforma destinata ad incidere in modo radicale e permanente sulle politiche di tutela e di gestione dei nostri Beni Culturali. Superata la fase di critica analitica dei singoli aspetti tecnici e teorici della riforma, e presa coscienza di alcune delle sue aberranti e pericolose proposte, necessario forse interrogarsi sul perch una simile riforma possa essere maturata cos repentinamente ed a prescindere dai pareri e dalle idee di chi dedica ogni giorno del suo lavoro alla causa dei Beni Culturali. Nella consapevolezza che anche queste riflessioni non serviranno a migliorare sul piano pratico la riforma, come daltra parte gi accaduto per le mille proteste e proposte messe in campo fin qui dalla comunit scientifica, ho per lingenua speranza che esse possano ritornare almeno utili a qualcuno come spunti per pensare, in tempi tumultuosi e confusi come i nostri, in cui anche solo il pensare con lucidit e distacco a cose dinteresse generale sembra essere diventato un privilegio di pochi.
Nel farlo, mi servir, tra il serio e il faceto, di una vecchia categoria di matrice hegeliana, oggi sempre meno in uso nellermeneutica storica: lo spirito del tempo, ovvero quellidea geniale, tra metafisica e realt oggettiva, che la storia e i suoi singoli fatti rechino sempre non solo la forma, ma anche lessenza data loro dai sentimenti, le credenze, le ideologie ed i grandi movimenti spirituali di uomini, societ e popoli. Mi sembra infatti che una reale comprensione della riforma Franceschini sia possibile solo a patto di riconoscere che essa, pur se apparsa allimprovviso e forzatamente imposta, sia di fatto lespressione di quello che oggi il modo prevalente di intendere il senso e la funzione della nostra memoria culturale e dei suoi resti.
Le numerose ed inedite proteste degli ultimi mesi contro la riforma, infatti, sono almeno servite a mettere in evidenza in modo plastico la contrapposizione netta e quasi irriducibile di due modi di accostarsi e rivivere il passato profondamente diversi. Amici e nemici della riforma sembrano muovere le loro considerazioni a partire da ideologie agli antipodi.

I nemici partono dallidea che lo studio e la tutela del passato e delle sue memorie materiali sia uno dei fluidi vitali delle societ occidentali, un lievito indispensabile anzitutto alla crescita ed alla maturazione etica degli uomini e delle societ. Conoscere il passato significa conoscere ed amare meglio se stessi ed i propri simili; rispettarlo e conservarne la memoria sono azioni indispensabili alla promozione di una societ pi giusta, equa, solidale, consapevole dei propri limiti e delle proprie possibilit. E un approccio che chiamerei contestuale ed etico. Contestuale perch basato sullidea che tutto il nostro passato sia degno di attenzione e memoria, che la storia vada studiata in modo razionale e lucido, che non esistano solo grandi personaggi e capolavori ma contesti, fatti dellinestricabile intreccio di paesaggi, citt, uomini, classi sociali, credenze, morti, dei, merci, scambi, animali, piante, acque, terre, nuvole, fuochi, sentimenti, paure ed estasi. Lo storico anela a ricostruire il pi possibile il tutto, circoscrivendo un dato luogo e un dato tempo, inseguendo cos il fantasma di una completezza che sa bene impossibile, e che eppure ugualmente gli appare come una meta irrinunciabile. Per questi nemici della riforma, il piccolo e il grande fatto hanno un senso e un valore vero solo se immersi nel tutto del divenire storico, ed acuta in loro la consapevolezza che separando gli elementi, anatomizzando e selezionando la storia a proprio piacimento, si distrugge inesorabilmente la via pi autentica di accesso al nostro passato. Lapproccio etico perch, come in una religione rivelata, i chierici di questo modo di fare storia richiedono alliniziato lacrime e sangue, promettendo al fine, se non la felicit, almeno una pi serena consapevolezza di se stessi e del mondo in cui si vive. Per seguire questa via bisogna impegnarsi e studiare molto, temprare il proprio senso critico, aprirsi al nuovo ed al diverso, lasciarsi trascinare dalla curiosit, viaggiare nel tempo e nello spazio, amare la propria umanit e quella degli altri, coltivare il senso del limite e della provvisoriet, serbare gelosamente la gioia dellessere solo una parte di un tutto millenario. E una religione, quella dei nemici della riforma, che non ha dogmi o divinit supreme, ma solo sacerdoti e fedeli uniti dalla convinzione che lumanesimo sia la pi grande eredit che gli uomini da secoli si tramandano, pur tra immani tragedie e crisi epocali.
Un umanesimo che ha radici antichissime, dallet classica allOttocento, ma che qui da noi il figlio diretto di una cultura delite borghese rifiorita tra il secondo dopoguerra e gli anni Settanta: una cultura di altissimo livello scientifico e morale, che ha provato a plasmare di s la societ di massa italiana negli anni pi caldi e straordinari della sua formazione. Di questa religione laica ed umanistica sono figli lambientalismo, i diritti civili, lestensione del diritto allo studio, lemancipazione delle masse, il rifiorire urbano e paesaggistico dei nostri mille campanili e tante altre cose. Sono assolutamente convinto che a questo umanesimo, di cui lapproccio al passato dei nemici della riforma parte integrante, che lItalia contemporanea deve tanta parte dei suoi aspetti migliori.
I nemici della riforma non hanno pregiudizi sul fatto che dai Beni Culturali si possa anche trarre un profitto economico: ma sanno bene, per averlo studiato per decenni, che questo profitto si ricava solo in modo indiretto grazie allindotto turistico ed a patto di considerevoli e preliminari investimenti a fondo perduto. Musei, palazzi storici, aree archeologiche, parchi sono quasi sempre voci passive per il bilancio dello Stato: questo perch la loro funzione non quella di produrre reddito economico, ma benessere spirituale, fisico e sociale, come accade per le scuole e gli ospedali. Coltivare e tutelare le memorie del passato richiede tempi di ricerca lunghi e pazienza, attenzione scrupolosa ai dettagli ed al rispetto dei contesti cronologici e geografici, collegialit e misura di giudizio, consapevolezza di essere solo i temporanei custodi di un tesoro che va curato, se possibile arricchito, e trasmesso con equilibrio alle successive generazioni.

I promotori e gli amici della riforma muovono invece da presupposti diversi. Il loro un approccio al passato che definirei utilitaristico ed emozionale. I nostri Beni Culturali, in quanto beni, possono produrre, prima che benessere, un reddito economico: perch solo in una societ ricca e soddisfatta pu fiorire la felicit individuale e sociale. Negli ultimi decenni, dicono, il Ministero ha svolto egregiamente il suo ruolo di tutore delle memorie, talvolta in modo cos egregio da riuscire ad ostacolare persino delle speculazioni perniciose. Ma dal punto di vista della valorizzazione, i nostri Beni hanno un potenziale ancora sostanzialmente inespresso, perch mal gestiti o indirizzati da tecnici dalla formazione scientifica ineccepibile, ma dalla forma mentis tutto sommato obsoleta. Gli amici della riforma amano la rapidit, i tempi certi, i risultati e gli effetti speciali: catalogare pazientemente una collezione museale o i documenti di un archivio operazione lunga e poco comprensibile per il grande pubblico; meglio organizzare mostre deffetto o riscoprire verit scioccanti che sollecitino la curiosit voyeristica e la pruderie del pubblico pagante. Palazzi, musei ed aree archeologiche sono scrigni che proteggono lultima grande arma magica contro il disorientamento e la paura sociali montanti: la Bellezza. La Bellezza, col suo misterioso equilibrio di forme, un balsamo potente che, come un farmaco miracoloso o un talismano magico, pu lenire le ansie ed appagare la sete di infinito delle masse. Ed un farmaco che, se ben intendo, pu funzionare anche solo per semplice ed immediato contatto; non serve conoscere i dettagli sulla storia di quel dato monumento od opera darte, i suoi significati, la sua tradizione, basta avvicinarsi e guardare, e magari se possibile toccare e goderne da privilegiati con accessi e permessi speciali: il sortilegio fa il suo effetto, e se ne esce rinfrancati e migliori di prima. Bisogna dunque aprire il pi possibile al pubblico, per permettere il contatto taumaturgico: non solo mostre e musei, ma eventi, concerti, matrimoni, sfilate, fiere, mercati, sagre organizzate nei luoghi della memoria, purch per godere del contatto carismatico col passato si paghi il dovuto. Solo pagando il giusto prezzo, infatti, si pu apprezzare il vero valore delle cose.
Ecco allora emergere lo Spirito del nostro tempo: il passato che progressivamente scompare e lascia solo il presente, lesperienza immediata e confusa con la Bellezza, che si fa emozione. Emozione vissuta in libert, con leggerezza e senza vincoli di sorta, inseguendo quei 15 minuti di senso dellinfinito che, parafrasando Wahrol, il contatto con le memorie di un passato sempre pi indistinto ed incompreso sembra promettere al suo pubblico. E la logica dell hinc et nunc, la stessa che anima la nuova societ occidentale formatasi negli ultimi trentanni allombra della rivoluzione informatica. Il contatto col passato non pi unindispensabile esigenza quotidiana per orientarsi nella selva del reale, ma un momento carico di emozioni positive e indistinte, che serve a dare euforia e a potenziare lego, e che pu essere illusoriamente eternato grazie ad un bel selfie. Studiosi e divulgatori, spesso ingenuamente, si affannano ad inseguire i bisogni di questo pubblico che col tempo si fatto legione: la ricostruzione del passato, allora, non pi una scrupolosa operazione critica fatta alla debita distanza, un altrove dove abbiamo le radici ed in cui possiamo viaggiare per cercare di conoscere meglio noi stessi, ma uno specchio riflettente, in cui a volte limmagine di chi ci ha preceduto su questa terra scompare del tutto per lasciare spazio solo a noi, col nostro misero ed ingombrante io. Molti, nella ricerca, sono i temi attuali, di cui si cercano paralleli ed origini, a volte improbabili, nel passato: lidentit di genere, lautorappresentazione, le diseguaglianze sociali, i flussi migratori, la vita privata e quotidiana: e questo certo un bene, se fatto con la necessaria acribia, perch lo studio del passato deve sempre aiutare la comprensione del presente, risultando altrimenti inutile. Ma negli ultimi anni dilaga nella divulgazione e nella valorizzazione uninarrestabile tendenza a banalizzare, accorciare le distanze, a divertire senza stancare o chiedere un minimo di impegno al pubblico, che sta obbiettivamente riducendo di molto la capacit formativa e benefica dei nostri Beni Culturali. E tutto un proliferare di mostre ed eventi su presunti capolavori estetici, rarit, riscoperte di tesori perduti o dimenticati, artisti di genio assoluti e sregolati, profetici precursori di mode o tendenze, fantasmagorie di colori, luci, ombre, forme e spazi che devono prima di tutto disorientare e stupire. Sommerso dagli oggetti e dalle immagini, abituato a tutto almeno virtualmente, il pubblico dei Beni Culturali anela alla novit per la novit, allo straordinario, alla contaminazione post moderna tra passato e presente che azzera la profondit temporale e finge di riproporre interrogativi eterni, spesso tra il conformismo e la banalit pi sconcertanti. Ci si avvicina cos ad esperienze performative come le vacanze esotiche, i parchi divertimento a tema, la dancefloor: tutti importanti fenomeni della contemporaneit in cui lego si abbandona al momentaneo ristoro dellanima confidando in emozioni forti, irrazionalit, piaceri sensuali. Non che il contatto con le forme della storia non debba passare per i sensi, anzi: ma, nel caso dei Beni Culturali, i sensi vanno prima educati ed affinati, altrimenti si rischia loverdose e il rigetto.

Alcuni nemici della riforma hanno quindi parlato di vera e propria simonia, come se tutto questapproccio non fosse altro che lesito di un barbaro tentativo di commercializzare a fini di lucro i Beni Culturali. Su questo punto per si sbagliano, almeno un po, forse perch ancora in parte confusi dai fumi di un marxismo mai realmente digerito fino in fondo. La trasformazione in merce della nostra memoria culturale non infatti n linizio n il fine ultimo dei riformatori, ma solo una logica conseguenza del loro diverso approccio al passato e del loro essere figli fedeli del tempo attuale: quel tempo che insegue il benessere materiale come fine ultimo dellesistenza. I Beni Culturali possono rendere di pi se hanno qualcosa da offrire, e quel qualcosa deve essere plasmato sulle aspettative e le esigenze dei consumatori, come in un normale rapporto commerciale. Il pubblico mostra nuovi bisogni, il produttore provvede ad offrire nuove merci e servizi e a soddisfare le richieste, orientando a sua volta le scelte del pubblico. La crescita esponenziale dei flussi turistici interessati alla cultura mostra il bisogno crescente di contatto con il passato, ed i riformatori sembrano realmente intenzionati a cambiare le cose perch questo contatto avvenga sempre pi spesso e con reciproca soddisfazione. Il problema, per, che oggi la gran parte del pubblico cerca in primo luogo relax, evasione, novit e meraviglia: tutte emozioni che servono a lenire il sempre pi diffuso senso di smarrimento e precariet che affligge il nostro presente; tutte emozioni che non hanno necessariamente bisogno della storia ricostruita in modo scientifico, ma che neppure, per loro natura, ne devono prescindere a priori. Anche la Bellezza, al pari della storia contestuale e filologica, pu avere profondit ed effetti di lunga e benefica durata sul pubblico, a patto che chi vi si accosti sia disposto ad interiorizzarla e a lasciarsene pervadere a lungo, e non per lattimo fuggente di un selfie o di una giornata particolare: cosa che pu avvenire solo impegnandosi a comprenderne lorigine ed il senso, attraverso lo studio e la conoscenza della sua lunga e complessa storia.



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