LEGGI
BENI IN PERICOLO
INTERVENTI E RECENSIONI
RASSEGNA STAMPA
COMUNICATI DELLE ASSOCIAZIONI
EVENTI
BIBLIOGRAFIA
STORIA e FORMAZIONE del CODICE DEI BENI CULTURALI E DEL PAESAGGIO
LINK
CHI SIAMO: REDAZIONE DI PATRIMONIOSOS
BACHECA DELLE TESI
per ricevere aggiornamenti sul sito inserisci il tuo indirizzo e-mail
patrimonio sos
in difesa dei beni culturali e ambientali

stampa Versione stampabile

Recensione a S. Settis, Italia Spa
10-01-2003
Daniele Manacorda

“Il patrimonio culturale italiano - scrive Salvatore Settis – non è mai stato minacciato quanto oggi, nemmeno durante guerre o invasioni: perché oggi la minaccia viene dall’interno dello Stato, le cannonate dalle pagine della Gazzetta Ufficiale”.
Settis è uno dei pochi archeologi italiani che siano conosciuti al grande pubblico: le sue parole, tratte dal suo ultimo libro, che affronta nodi fondamentali del rapporto fra cultura, società civile e istituzioni, cadono quindi come pietre sulle coscienze dell’opinione pubblica italiana. Nel testo (S.Settis, Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale, Torino, Einaudi 2002, 150 pp., € 8,80) si respira una evidente tensione morale, sostenuta da una altrettanto manifesta libertà di pensiero, che rende ancor più efficaci i giudizi affidati a quelle pagine e le proposte che vi sono illustrate.
Il libro è infatti un saggio, ma anche uno strumento di battaglia ideale, che, non facendo sconti a nessuno, accomuna i passati governi e l’attuale in un giudizio assai negativo. Anche se solo le ultime drammatiche accelerazioni conseguenti alla legge che ha istituito le società Patrimonio dello Stato S.p.A. e Infrastrutture S.p.A. (di qui il titolo del libro) hanno fatto precipitare gli eventi. Si è così determinata quella che (al recensore almeno) sembra una forte discontinuità qualitativa tra gli operati criticabili delle precedenti amministrazioni e gli scenari che la nuove legge spalanca, che mettono a rischio la salvaguardia stessa della nostra memoria, anzi – direbbe Settis - della nostra anima.
Ma andiamo con ordine.
Il nostro patrimonio culturale – questo è il filo conduttore del ragionamento - è il fulcro della nostra identità nazionale e della nostra memoria storica. E’ diffuso nelle città e nelle campagne, sui monti e lungo le coste: è un patrimonio che incontriamo “anche senza volerlo e anche senza pensarci”. Il capillare intreccio di bellezze storiche e naturali è il tessuto connettivo del nostro paese, un caso unico al mondo per contiguità e continuità tra opere alte e opere cosiddette minori, che insieme danno vita al nostro bene culturale più prezioso, cioè il contesto, che lega tra di loro le opere sparse nel territorio, i musei che le accolgono, i cittadini stessi. Questo è, infatti, per Settis, il punto centrale. Noi cittadini (e non solo una élite intellettuale, che pur in Italia fortunatamente esiste) ci sentiamo parte di questo contesto, e di quella “secolare cultura della conservazione” messa a punto dagli Italiani per generazioni e generazioni nelle istituzioni e nella coscienza civile. E’ un sentimento e una prassi che con bella immagine Settis definisce come “un dato essenziale dell’essere italiani, che, come i gesti e la lingua, si trasmette e si radica senza che ce ne accorgiamo”.
Per una fortunata coincidenza questo patrimonio è oggetto anche di una recentissima pubblicazione (S.Dell’Orso, Altro che musei. La questione dei beni culturali in Italia, Roma-Bari, Laterza 2002, 193 pp., € 14,00), che con la pacatezza e il piglio dell’indagine giornalistica dà un’immagine aggiornatissima, fitta di cifre e di esemplificazioni, dello “stato delle cose”, passando in rassegna la natura dei beni (pubblica, privata, ecclesiastica…), il rapporto con il paesaggio, il contenzioso fra centro e periferia, le risorse economiche, il tema attualissimo dell’impresa culturale, del mecenatismo, dell’economia indotta dal turismo culturale, i vecchi e i nuovi protagonisti. Si tratta di una lettura avvincente che farà da sfondo, con la asciutta ma non distaccata presentazione dei dati, al tema sollevato dallo stesso Settis che, per quanto riguarda la gestione del patrimonio artistico, viene da una lunga esperienza maturata negli Stati Uniti come Direttore del Getty Research Institute di Los Angeles.
Gli italiani – ci conforta dunque Settis - in materia di patrimonio culturale non hanno da imparare quanto piuttosto da insegnare, perché l’ampliamento del concetto stesso di patrimonio artistico è un prodotto della cultura italiana. E’ anzi questa consapevolezza che ci fa sorridere delle sciocchezze che periodicamente riecheggiano a proposito di quale percentuale di beni culturali sarebbe custodita nel nostro Paese, e che ci dovrebbe far essere gelosi custodi del “modello Italia”: un modello che riconosce nel patrimonio culturale un insieme organico di manufatti e paesaggi che costituisce un elemento irrinunciabile della nostra stessa identità. Per questo i beni artistici e storici hanno avuto sempre un ruolo centrale nelle strategie di gestione dello Stato, che ha il compito di proteggerli “o assicurandosene la proprietà o stabilendo norme di tutela applicabili anche a quanto resta in mani private”.
Grazie alla gestione pubblica noi tutti esercitiamo la sovranità popolare su questo patrimonio garantendone la massima accessibilità (è il tema della valorizzazione) e assumendoci la responsabilità di preservarlo per le generazioni future (è il tema della tutela dei beni culturali): una tutela concepita non solo come difesa dell’esistente, ma come attività costante di conoscenza (è il tema della ricerca).
Questa funzione è stata a lungo saldamente nelle mani dello Stato. Poi qualcosa nel meccanismo si è rotto, paradossalmente in coincidenza con la nascita di un ministero apposito, quello appunto dei Beni Culturali, che avrebbe dovuto rafforzare l’efficienza della mano pubblica sul settore. In questi anni sono stati discussi nuovi modelli di organizzazione della tutela, anche in relazione alla nascita delle amministrazioni regionali. Ci si potrebbe domandare, ad esempio, come mai ad un “modello Italia” che – come scrive Settis - “concepisce come un tutto unico la conservazione dell’ambiente, del paesaggio, delle città, degli edifici, dei quadri, dei manoscritti” si sia continuato a far fronte sinora con un sistema di soprintendenze territoriali sì, ma che operano secondo rigidi settori disciplinari (arte, archeologia, architettura…) mutuati dagli steccati accademici, e si sia guardato come il fumo negli occhi a quelle Soprintendenze unificate che avrebbero potuto dare il segno di un’amministrazione che affrontava con unicità di metodi e di intenti ciò che nel territorio è appunto intimamente legato.
Non è questo, comunque, che Settis discute nelle sue pagine (che se hanno un aspetto da sviluppare è quello dello iato che si è venuto creando tra principi ispiratori della gestione del nostro patrimonio culturale e forme di attuazione di quella gestione), quanto la deriva più recentemente avviata dalla concezione economicistica del nostro patrimonio. Questo, infatti, se ha un evidente valore, non per questo deve necessariamente avere anche un prezzo, non necessariamente doveva tramutarsi da patrimonio su cui investire in una risorsa da spremere.
Il vulnus risale anche a una malintesa concezione del ruolo delle tecnologie nell’amministrazione del patrimonio culturale, che chiamò i privati “a surrogare le deficienze dell’amministrazione, date per insanabili”, e all’iniziativa dell’allora ministro Ronchey, che aprì ai privati le porte per la gestione dei servizi all’interno dei musei: su quella strada si sarebbero poi succeduti i provvedimenti di altri ministri “innovatori”, come Veltroni e Melandri e, ultimamente, Urbani. Il recensore, personalmente, ritiene che, se un addebito va fatto all’operato del ministro Ronchey, questo riguarda il provvedimento che impose spropositati diritti di riproduzione per le opere di proprietà statale, che ha dato un colpo duro alla ricerca scientifica nel settore e alla buona divulgazione, nell’illusione che la redditività dei nostri beni culturali dovesse essere misurata in termini grettamente patrimoniali invece che in termini macroeconomici (ciò che conta infatti è l’indotto che il nostro patrimonio culturale produce per l’economia nazionale).
Settis non guarda affatto con ostilità al ruolo dei privati nella gestione dei beni culturali, ma richiede giustamente chiarezza. Altra cosa, infatti, è il lodevole mecenatismo (che in Italia non ha una grande tradizione), altra cosa sono i possibili accordi di collaborazione che vanno giudicati caso per caso nel concreto delle premesse e dei risultati, altra cosa, infine, è una visione che valuti questo intervento non in termini di risultati culturali ma di bilancio.
La pericolosa confusione che si è andata creando fra l’affidamento ai privati della gestione prima di alcuni servizi e poi degli stessi beni culturali apre infatti la porta ad una separazione tra tutela dei beni e loro gestione che significa dare allo Stato in prospettiva le perdite e ai privati i profitti (in assenza dei quali ci si può solo attendere un calo nella qualità dei prodotti, della protezione del patrimonio, della sua stessa accessibilità).
Ma solo la Pubblica Amministrazione – osserva Settis - può avere un concetto allargato di ricchezza e favorire meccanismi di compensazione fra aree ‘forti’ e aree ‘deboli’ del sistema. E allora: “non sarebbe meglio che il denaro pubblico fosse speso per far funzionare la macchina pubblica?”. Invece di abbandonare in uno stato di crisi l’amministrazione dei beni culturali favorendone una elefantiasi burocratica per poi proclamarne l’inefficienza delegando ai privati le funzioni di uno Stato pesante ma debole, quanto meglio sarebbe stato rafforzare questa macchina amministrativa e darle quindi le leve per governare anche un proficuo inserimento dell’iniziativa privata nella gestione del patrimonio di tutti.
E’ una conclusione condivisibile nella convinzione che non si tratta tanto di difendere l’attuale inefficiente centralismo, quanto di concepire una riforma dell’amministrazione, che costruisca un sistema unitario che renda meno conflittuale, anzi sinergico, il rapporto fra centro e periferia, modellando uno Stato più leggero, ma più forte, dotato di funzioni delicate ed altissime, che detti le regole del gioco e ne controlli l'osservazione, che possa così riqualificare il suo ruolo nazionale. Occorre cioè chiamare tutte le competenze disponibili - e quindi, perché no?, anche i privati - a partecipare a un “sistema della tutela”, di cui facciano parte le Regioni, gli Enti locali, le Università, sul cui ruolo per la ricerca e per la formazione di nuovi profili professionali Settis avanza proposte concrete.
(A proposito di formazione, è il caso di segnalare l’uscita di un bel manuale, che, articolato in tre moduli dedicati ai principi della legislazione in materia di beni culturali, all’esercizio pratico della tutela e al sistema dei musei, unifica in una trattazione informata ed aggiornata una materia che dovrebbe avere sempre maggiore spazio sia nei corsi scolastici che in quelli universitari: F.Bottari-F.Pizzicannella, L’Italia dei tesori, Bologna, Zanichelli 2002, 312 pp., € 16,80).
Ma le cose vanno in tutt’altra direzione. Ormai siamo in presenza di un mostro che, come il Crono di Goya che divora i suoi figli sulla copertina del libro, mette in vendita il nostro patrimonio culturale, tra vecchie caserme e caselli ferroviari, in una lunga lista di gioielli di famiglia. Attraverso la Patrimonio S.p.A, creata “per la valorizzazione, la gestione e la alienazione del patrimonio dello Stato”, può partire l’assalto a un patrimonio, che è costituito per la sua massima parte da beni culturali.
La legge istitutiva prevede (art. 7, comma 10) anche il trasferimento di beni pubblici “di particolare valore artistico e storico”: per effettuarlo bastano le firme di due soli ministri (se non saranno gli attuali, potrebbero essere quelli di un prossimo governo fra 5 o 10 anni, ma potranno farlo, per legge, e non si potrà tornare indietro).
Il Presidente Ciampi ha scritto una lettera molto preoccupata al Presidente del Consiglio per rammentargli che la nostra Costituzione tutela i beni pubblici “in primo luogo quelli culturali e ambientali, che costituiscono identità e patrimonio comune di tutto il Paese”. Il Presidente Berlusconi ha risposto che si può restare tranquilli, perché la legge prevede sì meccanismi che consentono di alienare anche ciò che è di particolare valore artistico e storico, ma servirà solo a vendere “terreni e immobili di non particolare pregio”. E dove cade questo confine? si domanda Settis. Quanta approssimazione, quanta confusione – se solo di questo si tratta – dobbiamo registrare noi cittadini ai più alti vertici del potere esecutivo? Perché si vota una legge che apre prospettive gravissime per il futuro del nostro patrimonio e poi si afferma che non si ha intenzione di applicarla, che possiamo stare tranquilli?
E invece non c’è da stare tranquilli; ed ha ragione Settis nel manifestare il suo stupore di fronte alla relativa assenza di reazioni da parte anche dell’opinione pubblica più avveduta. Come se la cosa fosse talmente grossa, talmente impensabile, che si stenti a credere che possa essere vera. Eppure è così. Non vorremmo tradire il pensiero dell’autore, se interpretiamo il suo allarme come un accorato appello a “resistere, resistere, resistere”. Non vogliamo sentirci chiamare “i talibani di Roma”, come ha scritto un importante quotidiano tedesco, che con questo titolo ha informato i suoi lettori del fatto che, con la nuova legge sull’alienazione del patrimonio dello Stato, “l’Italia sta per svendere i propri beni culturali”.



news

18-01-2021
Petizione Petizione "No alla chiusura della Biblioteca Statale di Lucca"

11-01-2021
RASSEGNA STAMPA aggiornata al giorno 11 gennaio 2021

27-12-2020
Da API-Mibact: La tutela nel pantano. Il personale Mibact fra pensionamenti e rompicapo assunzioni

25-12-2020
CORTE CONTI: TUTELA PATRIMONIO BASATA SU LOGICA DELL’EMERGENZA

03-09-2020
Storia dell'arte cancellata, lo strano caso di un dramma inesistente, di Andrea Ragazzini

06-06-2020
Sicilia. Appello di docenti, esperti e storici dell'arte all'Ars: "Ritirate il ddl di riforma dei Beni culturali"

06-05-2020
Due articoli da "Mi riconosci? sono un professionista dei beni culturali"

05-05-2020
Confiscabile il bene culturale detenuto all’estero anche se in presunta buona fede

30-04-2020
In margine a un intervento di Vincenzo Trione sul distanziamento nei musei

26-04-2020
Vi segnaliamo: Il caso del Sacramentario di Frontale: commento alla sentenza della Corte di Cassazione

25-04-2020
Turismo di prossimità, strada possibile per conoscere il nostro patrimonio

24-04-2020
Un programma per la cultura: un documento per la ripresa

22-04-2020
Il 18 maggio per la Giornata internazionale dei musei notizie dall'ICOM

15-04-2020
Inchiesta: Cultura e lavoro ai tempi di COVID-19

15-04-2020
Museums will move on: message from ICOM President Suay Aksoy

08-04-2020
Al via il progetto di formazione a distanza per il personale MiBACT e per i professionisti della cultura

06-04-2020
Lettera - mozione in vista della riunione dell'Eurogruppo del 7 aprile - ADESIONI

30-03-2020
Da "Finestre sull'arte" intervista a Eike Schmidt

30-03-2020
I danni del terremoto ai musei di Zagabria

29-03-2020
Le iniziative digitali dei musei, siti archeologici, biblioteche, archivi, teatri, cinema e musica.

21-03-2020
Comunicato della Consulta di Topografia Antica sulla tutela degli archeologi nei cantieri

16-03-2020
Lombardia: emergenza Covid-19. Lettera dell'API (Archeologi del Pubblico Impiego)

12-03-2020
Arte al tempo del COVID-19. Fra le varie iniziative online vi segnaliamo...

06-03-2020
Sul Giornale dell'Arte vi segnaliamo...

06-02-2020
I musei incassano, i lavoratori restano precari: la protesta dei Cobas

31-01-2020
Nona edizione di Visioni d'Arte, rassegna promossa dall'Associazione Silvia Dell'Orso

06-01-2020
Da Finestre sull'arte: Trump minaccia di colpire 52 obiettivi in Iran, tra cui siti culturali. Ma attaccare la cultura è crimine di guerra

06-01-2020
Dalla stampa estera di ieri: minacce di Trump contro siti culturali iraniani

20-12-2019
Riorganizzazione Mibact, Casini: non è ennesimo Lego, ma manutenzione amministrativa in continuità

04-12-2019
Libero riuso delle riproduzioni di beni culturali: articolo di Daniele Manacorda sul "Giornale dell'arte"

Archivio news