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Mostre no, mostre sì
15-05-2018
Enzo Borsellino

Il 15 novembre 2017 (http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getintervento&id=1224) avevo avanzato riserve sulla presenza nella mostra di Bernini alla Galleria Borghese della statua di Santa Bibiana in quanto esposta in modo del tutto decontestualizzato. L’opera è stata infatti realizzata per un edificio di culto a scopo devozionale e ha una sua ragion d’essere solo nella nicchia dell’altare per la quale è stata ideata dal genio di Gian Lorenzo Bernini. E’ quindi fuori luogo da parte della direttrice del museo aver lamentato che la statua sarebbe tornata alla fine della mostra “in una posizione per lei così punitiva”.
Oggi, dopo la ferale notizia che durante la ricollocazione della scultura sull’altare della chiesa di Santa Bibiana un urto accidentale ha prodotto la rottura dell’anulare della sua mano destra, quella considerazione sembra quasi una premonizione. Notizie di stampa assicurano che i dirigenti del MiBACT hanno coinvolto l’Istituto Superiore di Conservazione e Restauro (ISCR) con i suoi migliori restauratori ma solo per supervisionare il delicato intervento del reinserimento del dito, non eseguito dall’ISCR ma da una società privata.
Il danneggiamento della statua di Santa Bibiana costringe ad una ulteriore riflessione sulla opportunità di aver voluto esporre nella mostra di Bernini un’opera di tale particolare natura e consistenza.
Vengono inevitabili prima di tutto alcune domande: chi ha autorizzato e perché il “restauro” della scultura di Bernini? La statua era stata restaurata già nel 1997/98, ma in situ. Aveva proprio bisogno di un nuovo “restauro”? E c’era veramente bisogno di rimuoverla dall’altare per eseguire tale “restauro”? O il “restauro” è stato solo il pretesto per aggiungere un’opera di Bernini in mostra?
Il soprintendente per l’archeologia belle arti e paesaggio di Roma ha dichiarato che “l’opera non avrebbe avuto l’autorizzazione alla sua rimozione dalla chiesa se non fosse stato necessario un restauro importante”. Una utile pulitura a causa della mancata depolverizzazione periodica, che andava programmata dalla Soprintendenza dopo il 1997/98, non assolve la rimozione attuata.
L’attuale reggente della Direzione della Galleria Borghese (visto che la direttrice è stata sospesa dal servizio, ma non per la questione della statua), ha dichiarato che dopo il 13 marzo 2018, data in cui la scultura berniniana “su richiesta del Vicariato” è stata riportata nella chiesa di Santa Bibiana in attesa del posizionamento sull’altare, “si è interrotta la responsabilità della Galleria Borghese e la sua competenza a effettuare scelte di ogni natura in merito alla sua conservazione”: quasi che il danno fosse stato provocato dal Vicariato che reclamava la restituzione della Santa Bibiana e come se la Galleria Borghese non fosse stata parte dirigente nella richiesta di rimozione della statua e quindi non responsabile della sua completa ricollocazione. Non parliamo poi della “grande scoperta” sulla esatta posizione della statua nella nicchia (su cui è stata organizzata una Giornata di studio il 22 gennaio 2018): essa non giustifica la rimozione della scultura; si poteva ruotare la statua e lasciarla al suo posto. Affermare poi che la rotazione sia andata anche “a beneficio della comunità dei fedeli” ha del paradossale! Citare infine, per minimizzare l’accaduto odierno, che già un pollice della statua “è interessato da una antica rottura”, conferma la difficoltà a trovare giustificazioni valide per una operazione di marketing culturale oltremodo stigmatizzabile.
Se queste sono le giustificazioni avanzate dagli organi preposti alla gestione e alla tutela del nostro patrimonio artistico, c’è da restare preoccupati.
Tra l’altro, viste le alte somme spese per l’ennesima esposizione di Bernini alla Galleria Borghese, mi auguro che si trovino anche le risorse per revisionare l’impianto di climatizzazione del museo che da anni versa in precarie condizioni, ma si sa, purtroppo, che tale attività non dà lustro quanto una mostra.
Io stesso mi sono trovato l’estate scorsa nella Galleria Borghese con l’impianto di climatizzazione fuori uso, col rischio che si potessero danneggiare le opere di Raffaello, Antonello da Messina, Giovanni Bellini, Pinturicchio, Perugino, ecc. Le opere d’arte però non possono protestare… ma solo mostrare eventualmente gli effetti di una cattiva conservazione.
Una mostra tuttora in atto che, al contrario, è giusto menzionare per rigore scientifico e opportunità di progetto, è quella dei Musei Capitolini dedicata a Johann Johachim Winckelmann, padre fondatore della moderna archeologia, in occasione dei 300 anni dalla nascita (1717) e i 250 dalla morte (1768) in cui sono stati messi a fuoco i suoi studi sulle Antichità Capitoline fondamentali per la famosa elaborazione della sua Storia dell’arte antica pubblicata nel 1764. L’incontro del famoso studioso tedesco con il primo museo pubblico in Europa, il Museo Capitolino, è infatti il leit motiv di un percorso che ricostruisce un periodo storico di assoluta importanza per la riscoperta e i nuovi studi sulle antichità romane.
L’esposizione è stata allestita in spazi che non invadono il consueto percorso museale (come è successo invece ancora una volta alla Galleria Borghese), in sale cioè dedicate alle esposizioni temporanee, ma che rimanda al suo interno a sollecitare il visitatore a soffermarsi in altre parti dei Musei Capitolini su opere a cui Winckelmann dedicò studi e attenzioni particolari. E ciò fatto con didascalie con il logo della mostra aggiunte a quelle esistenti.
Il progetto ha avuto tra l’altro il merito di recuperare alla fruizione pubblica alcune sale del piano terreno del Palazzo Nuovo, da molti anni chiuse al pubblico e reinserite nel percorso museale storico con la presentazione di straordinari pezzi come il monumentale sarcofago con le storie di Achille.
Un progetto nato all’interno della direzione scientifica della Sovrintendenza Capitolina e non, come spesso accade, offerto a “pacchetto” da società esterne e che è stato finanziato con le esigue risorse interne dell’Amministrazione di Roma Capitale. La mostra si è avvalsa di pochi ma qualificati e pertinenti prestiti esterni, in alcuni casi costituiti da opere inedite o mai esposte a Roma. E’ stata anche l’occasione per mettere sotto osservazione opere delle collezioni comunali non esposte o poco note al pubblico con una operazione in cui il termine “valorizzazione” trova qui il suo corretto significato. E non solo valorizzazione dei beni culturali pubblici ma anche delle risorse umane e delle competenze interne alla direzione dei Musei Capitolini. Ne è chiara testimonianza il ponderoso e ben documentato catalogo (“Winckelmann e il Museo Capitolino nella Roma del Settecento. Il Tesoro di Antichità” a cura di Eloisa Dodero e Claudio Parisi Presicce).
Roma 10 maggio 2018



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