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PAESAGGI COMPRATI E VENDUTI
03-11-2006
Nino Criscenti

“Monticchiello, Toscana. Il paesaggio italiano”: sotto questo titolo si è tenuto sabato 28 ottobre un convegno nazionale nel granaio dell’antico borgo senese.

Vi hanno partecipato centinaia di persone provenienti in prevalenza dalla Toscana e dall’Umbria ma anche dalla Lombardia e dall’Emilia-Romagna, insieme con il ministro Francesco Rutelli e il vertice delle associazioni impegnate sul fronte della tutela dell’ambiente, del patrimonio e del paesaggio.

Erano presenti il Fai con Giulia Maria Mozzoni Crespi, Italia nostra con Carlo Ripa di Meana, Legambiente con Roberto Della Seta, il WWF, il Comitato per la bellezza con Vittorio Emiliani.

A coordinare i lavori era Alberto Asor Rosa, autore del primo articolo sulla lottizzazione alle pendici del borgo di Monticchiello, pubblicato su La repubblica il 24 agosto scorso.

Dal caso specifico si è passati con il convegno a questioni decisive per il futuro del Paese: il rapporto centro-periferia, le prerogative di Comuni, Province, Regioni, il loro rapporto con il Governo e le Soprintendenze, la tutela e la salvaguardia del territorio, in sostanza il destino della “forma Italia”.
Sul tema riceviamo e pubblichiamo un articolo di Nino Criscenti.
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“Paesaggio vendesi”. Questa è la novità che viene dalla lottizzazione dei “Casali di Monticchiello”: 95 appartamenti in undici palazzine alle pendici di una collina su cui sorge un borgo storico fino ad oggi esempio di conservazione intelligente del patrimonio culturale. Si vende paesaggio da contemplare, si vende la strada coi cipressi immortalata e francamente resa anche stucchevole dall’abuso pubblicitario. Solo che nel momento stesso in cui lo si vende lo si nega perché dai “Casali di Monticchiello” vedo la strada coi cipressi ma dalla strada vedo ahimé i “Casali di Monticchiello”. Ora quello che è straordinario, incredibile, che non avevamo messo nel conto è che quello che Alberto Asor Rosa nel suo articolo ha definito “ecomostro”, che l’assessore Conti ha battezzato “uno schifo”, che il ministro Rutelli non ha esistato a definire “bruttarello” si materializza in un’Italia consapevole.
Una delle prime immagini che ho di Monticchiello, e che mi è tornata in mente in questo periodo, un’immagine dei primi anni 80, quando ci sono andato per la prima volta, è l’immagine dei monticchiellesi che guardano la loro valle, escono dalla porta e si affacciano sulla valle e ci restano a lungo, stanno lì a guardare un paesaggio che conoscono da sempre, incantati. Allora era un paesaggio inedito, la sua bellezza non era certificata da film e da spot, ma loro lo sapevano che era bello il posto in cui vivevano. In quello stare affacciati sulla valle c’era una capacità di sguardo che era già allora abbastanza rara e che oggi si è quasi perduta, bombardati come siamo da immagini e immagini che per il paesaggio sono quelli dei dépliants, delle agenzie di viaggio, del repertorio dell’industria turistica di massa. Monticchiello resisteva nei monticchiellesi che si andavano a vedere la loro valle. E resisteva facendo, fin dal 1967, quel suo teatro civile, di scavo nella memoria, di interrogativi sulle radici e sul futuro della comunità e del territorio. D’altra parte è proprio a Monticchiello che nasce il Parco naturale, storico e culturale della Val d’Orcia.

Siamo dunque in un’Italia estremamente consapevole, non siamo nell’Italia inconsapevole degli anni del boom, nella Liguria che allegramente va incontro alla distruzione delle sue coste, non siamo a Rapallo nei primi anni 60, Rapallo che era stato uno dei posti mitici della vacanza in Italia, Rapallo che diventa in pochi anni “Lambrate sul Tigullio” secondo un memorabile reportage di Giorgio Bocca sul Giorno di quei tempi. Ora, Lambrate arriva in una delle zone pregiate della campagna italiana, anzi nel luogo che è da qualche tempo vera e propria icona dell’identità, della bellezza del paesaggio toscano, una zona connotata da una forte consapevolezza civile. Allora la domanda è: come si tutela un luogo che sta in un Parco, che è nel patrimonio mondiale dell’Unesco, che si direbbe quasi tutelato di per sé, dalla sua bellezza universalmente riconosciuta e dalla consapevolezza dei suoi abitanti?
Come lo si difende quando il Parco, l’Unesco, la strada dei cipressi, le torri, le pietre, la memoria, lo stesso teatro diventano merce? Qui si vendono non tanto case ma un contesto, una storia, una cultura, il Parco e l’Unesco. E non mi meraviglierei se domani trovassi testimonial di non so quale campagna promozionale Pio II, che aveva fatto del suo borgo natale Corsignano una città ideale col nome di Pienza proprio a partire dal rapporto col paesaggio della Val d’Orcia. I venditori insomma hanno capito che il paesaggio è una risorsa forte, determinante, come lo è la storia e l’eredità culturale. Ma non possiamo dirci sicuri che lo abbiano capito gli amministratori locali che, almeno in alcuni casi, non lo danno a vedere. E la consapevolezza allora a che serve? A che serve l’esperienza fatta in questi decenni sulla pelle del territorio, del paesaggio, con tutti gli scempi, le devastazioni, le speculazioni, le brutture, gli schifi di cui ci pentiamo e non possiamo che vergognarci? Nelle discussioni seguite all’articolo di Asor Rosa esponenti della regione come l’assessore Conti non hanno perso occasione per rivendicare primati e sensibilità della Toscana quanto alla tutela del paesaggio, citando riconoscimenti come quello dell’Unesco. Vero, la Toscana si è difesa nel degrado generale del paesaggio italiano. Ma questo aumenta le responsabilità. Proprio perché non è un lembo perduto, la Val d’Orcia e tutte le valdorcia di Toscana e d’Italia vanno difese fino in fondo. Il danno a Monticchiello è stato fatto. Ma un danno ancora maggiore è il cattivo esempio. Se si fa in Val d’Orcia, se si fa in un luogo celebrato della bellezza italiana, si può fare dovunque. Ecco che Monticchiello è una questione nazionale, qui si gioca davvero il destino della “forma Italia”. D’altra parte, quando si costruirono le prime palazzine a Rapallo chi avrebbe detto che la perla del Tigullio sarebbe stata assimilata a una periferia milanese, e che la costa ligure avrebbe fatto la fine che ha fatto? Passa per i villaggi-vacanza lo sviluppo di aree pregiate come la Val d’Orcia? Qualcuno pensa che possa essere attraente una Val d’Orcia inzeppata di villaggi turistici, di non luoghi, di borghi artificiali, di Monticchiello 2, di Contignano 2? Il paesaggio messo in vendita è un paesaggio destinato a scomparire. La strada dei cipressi è sempre bella ma ormai è come una quinta teatrale.





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