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“Così si (s)comunicano i Beni Culturali”
19-11-2006
Fabio Isman*

Salone “Com. PA”, Bologna, 8 novembre 2006

(*)Fabio Isman, inviato speciale de “Il Messaggero”


Ho scelto un titolo abbastanza banale, ma forse un po’ sacrilego: perché io ritengo che, oggi, i beni culturali, in Italia, non siano comunicati come si dovrebbe. E quindi, finiscano appunto per essere scomunicati: cioè esclusi dalla gerarchia, s’intende quella dell’informazione. Giacché, ormai, non basta più soltanto divulgare: bisogna coinvolgere. E la difficoltà di creare un coinvolgimento è costituita dalla necessità, inderogabile, di riuscire ad interessare. La comunicazione sta tutta qui: se no, è un banale orario ferroviario, oppure un misero elenco telefonico, un elenco di dati e di date.

Articolerò il mio discorso in questo modo: prima, vedremo perché i Beni culturali sono periferici nel sistema dell’informazione; ma anche, e non meno, per lo Stato e la pubblica opinione. Poi, cercheremo di capire perché i Beni culturali non sanno comunicare, quali siano le deficienze pubbliche nel settore specifico, e perché la comunicazione non possa essere affidata agli studiosi, come oggi normalmente avviene. Infine, parlerò più propriamente dei musei, che ormai sono – essi pure- a rischio di mutismo, e cercherò di delineare qualche alternativa in positivo


I Beni culturali sono assolutamente periferici nel sistema dell’informazione. L’assunto può essere dimostrato attraverso tre semplici esempi. Il primo, è una leggenda metropolitana, che da anni percorre e percuote il mondo dei media, dei Beni culturali, dei convegni d’ogni razza e genere. Nel tempo, la leggenda metropolitana è stata continuamente propalata, e rinvigorita, dai soggetti più vari e perfino insospettabili: anche da qualche direttore generale del Ministero dei Beni culturali, e da intellettuali di pregio; ricordo, solo tra i più recenti, due architetti che pur mi sono cari ed amici, come Gae Aulenti (ospite in tv di Fabio Fazio) e Massimiliano Fuksas (sull’Espresso).

La leggenda dice che il nostro Paese deterrebbe una percentuale variabile, di volta in volta, dal 30 al 70% dei beni culturali presenti in Europa, se non perfino nel Mondo; la statistica, come vedremo assolutamente fasulla, è stata attribuita all’Unesco, al Consiglio d’Europa, ad altre più o meno rilevanti Istituzioni. Una ventina di anni fa, insieme all’economista Pietro Valentino, ci siamo presi la briga d’interpellare questi enti, per sapere quale fosse la fonte della notizia, e ciascuno di essi ha smentito la paternità d’un simile sondaggio. Non solo: ma, siccome non è mai stata compiuta la catalogazione del patrimonio del nostro Paese, e non n’è stato stilato neppure un inventario, né tanto meno simili strumenti esistono a livello europeo, o mondiale, ogni comparazione percentuale risulta impossibile, non essendoci attività più futile e vana –lo sappiamo fin dai banchi di scuola – che paragonare tra loro due entità, o “misure”, sconosciute. Eppure, la diceria continua a trovare dei fans, dei supporters, dei propalatori, in modo - si direbbe a Roma – del tutto “impunito”.

Io vorrei invitarvi a riflettere, invece, quante smentite, correzioni, stracciamenti di vesti vi sarebbero, se venisse pubblicamente riportata, ma in modo errato e con un errore percentuale anche soltanto dello zero virgola, la percentuale di mercato posseduta da una grande Casa automobilistica, o la variazione nella quotazione di Borsa d’un importante Istituto di credito, o anche l’oscillazione, nel tempo, del Pil. Per quanto riguarda i Beni culturali, invece, l’errore non suscita alcun tipo di reazione, precisazione, o puntualizzazione. Non ci basta, non ci accontentiamo di dire che massima in Italia, e questo lo apprezziamo ictu oculi, sono la disseminazione, la stratificazione, la presenza (per carità: non numerica) dei tesori d’arte e di cultura: abbiamo bisogno di raccontare qualcosa che non esiste, forse, appunto, anche perché l’iperbole resta impunita, non viene sanzionata. E uno.

Secondo punto: nelle redazioni dei giornali, assai raramente c’è chi s’occupi esclusivamente, o almeno soprattutto, di beni culturali. Esistono i redattori sportivi, politici, economici, scolastici, militari, i vaticanisti, i quirinalisti, ma mancano i “beniculturalistici”. Questo, per svariati motivi: i giornali tendono a minimizzare i costi delle Redazioni; per occuparsi di beni culturali occorre una preparazione specifica, e non basta “orecchiare”; occuparsi di altri temi premia, anche in campo professionale, assai di più: si finisce più spesso in prima pagina, e così via. Quindi, comunicare i Beni culturali è già, di per sé, un lavoro “in salita”, anche per carenza di referenti e d’interesse.

Il terzo esempio riguarda un giorno remoto: a Firenze, un mezzo folle prende a martellate il David di Michelangelo. Mi ritrovo in una riunione di vertice d’un giornale: qualcuno era sorpreso che il David fosse di Michelangelo (lo credeva di Donatello, equivocando con il più noto premio cinematografico); altri, che si trovasse all’Accademia (i più ritenevano che l’originale fosse la copia davanti a Palazzo Vecchio); altri ancora, che fosse definita la scultura più famosa al mondo (era un cattolico, pensava che il ruolo spettasse alla Pietà vaticana); e quando io, certo un po’ irriverente, ho provato a dire che «di David n’esistono tanti: Michelangelo e Donatello, ma anche Verrocchio e Golia», solo dopo una riflessione a scoppio ritardato mi sono sentito chiedere chi fosse lo scultore Golia (ho spiegato che si trattava di un’altra storia). Ma la stessa cosa sarebbe accaduta se si fosse discusso d’un film famoso, d’un best-seller, o anche d’un Presidente, o Amministratore delegato, di qualsiasi grande azienda, pubblica o privata?

Del resto, i Beni culturali sono periferici anche per lo Stato. Per decenni sono stati la “Cenerentola” tra tutti i dicasteri, e il ruolo di Ministro era attribuito come l’ultimo dei resti nel celebre “manuale Cencelli”, che distribuiva le cariche nei governi di coalizione; così abbiamo avuto dei personaggi assolutamente memorabili, come Ferdinando Facchiano, o Vincenza Bono Parrino (assai spesso, l’ultimo dei “resti” spettava ai socialdemocratici). Per capire quanto i Beni culturali siano posti in sottordine, basta guardare al livello, sempre inadeguato, dei finanziamenti che essi ricevono: a parole, il patrimonio storico e artistico è considerato tra le maggiori, quando non la massima, ricchezze del Paese; una grande risorsa per lo sviluppo, anche economico, della Penisola. Ma non si trasforma in un tema centrale di governo: non diventa una grande “questione nazionale” da cui, prima ancora che il turismo, dipendano l’educazione dei cittadini, la “diversità” rispetto agli abitanti d’ogni altro Paese, lo stesso sentimento d’identità nazionale. Non possiamo riconoscerci più, per esempio, nella “Leggenda del Piave”, non foss’altro perché troppo remota: in tempi di federalismo, forse ci tengono tutti assieme soltanto la nostra Costituzione e il nostro Paesaggio, il nostro Ambiente, il nostro patrimonio di Storia e di Cultura.

Per dimostrare in che misura, e fino a qual punto, i Beni culturali siano periferici per lo Stato, basta un unico esempio, una specie di paradossale lapsus. I soprintendenti sono una sorta di Prefetti, per la distribuzione geografica, i poteri, la rappresentanza dello Stato centrale in periferia. Bene: non troppi anni fa, è stata varata la riforma con cui è nata la Polizia di Stato, finalmente smilitarizzata. E sono stati chiamati sovrintendenti alcuni sottufficiali, gli ex brigadieri. Ma cosa sarebbe successo, quale scandalo sarebbe divampato, se, per dirne una, si fossero chiamati ministri, o ambasciatori, gli ex appuntati? Un giorno, in ufficio, le segretarie mi dicono che «da Napoli ti sta cercando un soprintendente amico tuo»: si chiamava Sciancapecora, apparteneva al Commissariato Ponticelli, voleva gentilmente informarmi che era stata ritrovata (a pezzi) la mia automobile, che qualcuno aveva rubato.

Terzo assunto: i Beni culturali sono periferici anche per la società. Si sa che esistono, si pensa che qualcuno provvede, comunque, a loro. Ci s’interessa assai più della fontanella sotto casa, o di una buca nel selciato, che non di una chiesa del Cinquecento, magari poco più lontana. I Beni culturali non sono percepiti come qualcosa che appartiene a ciascuno di noi. Recentemente, hanno subito dei tagli di bilancio davvero terribili; ma nessuno, se non al massimo qualche gruppetto di addetti ai lavori, si è mobilitato, è sceso in piazza a protestare. Assai maggiore mobilitazione si crea, invece, per i “tagli” alla Sanità, perfino alla Ricerca, per non dire alla Scuola, o all’Università. Credo che, sul tema, sia davvero indispensabile una grande campagna di “mobilitazione nazionale”; magari, una sorta di “adozione a distanza” per il restauro del patrimonio, pubblicando per un certo tempo i nomi dei sottoscrittori davanti al monumento che hanno contribuito a salvare.

Queste perifericità derivano, almeno in qualche discreta misura, anche dal fatto che i Beni culturali non sanno comunicare. Non sanno che cosa è una notizia, che è faccenda profondamente diversa dalla più o meno rilevante scoperta, cui uno studioso ha lavorato magari per anni, e di cui finisce, inevitabilmente, per innamorarsi. Comunicare è un mestiere, una professione, un lavoro: perfino non semplice ed alquanto sofisticato; possiede delle proprie regole, più o meno codificate. Io non penserei mai di effettuare un restauro, o azzardare un’attribuzione; e così, mi parrebbe assai meglio che agli studiosi non si attribuisse il compito d’informare e comunicare, che non è certo il loro. Nel campo, la comunicazione avviene, oggi, spesso secondo dei criteri di stampo accademico; che non sono quelli propri della cronaca, e anzi, sovente, sono assolutamente opposti ad essi, come poi vedremo. E la tanto famigerata gente, vuole notizie; esige storie; cerca gli uomini che mordono i cani; ma presta scarsa attenzione alle informazioni più “alte”, che non la impressionano, non la coinvolgono.

Ogni mostra o dipinto, ogni oggetto o luogo, possiedono in sé qualcosa che è suscettibile di trasformarsi in notizia, di colpire ed interessare il grande pubblico. La difficoltà sta solo nel reperire questo “qualcosa”. Ma spesso, piuttosto di spiegare che il tal dipinto è rimasto per 20 anni sopra il letto del pittore che l’ha eseguito, si preferisce indugiare sul fatto che, magari, esso segna un punto di svolta nell’attività dell’artista. Mi limito soltanto a pochi esempi di quanto generalmente viene ignorato. Le traversie delle opere nel tempo; gl’itinerari del collezionismo, delle vendite antiche; i tortuosi percorsi delle provenienze: perché da noi il collezionismo, a lungo paragonato al mercato e quindi “demonizzato”, è stato, ed è ancora, assai poco studiato, indagato, insegnato. Ma, forse, è interessante sapere che la prima asta di dipinti, a Venezia e probabilmente al mondo, risale al 1506: quando vanno in vendita quelli della collezione di Michele Vianello, eternato nel Ritratto d’uomo di Antonello da Messina, nella Galleria Borghese di Roma; o identificare, l’ha fatto una brava studiosa di Udine, Rosella Lauber, tutte le 20 opere dipinte nel soggiorno di 13 mesi a Venezia dal suddetto Antonello, per scoprire che una soltanto rimane in Laguna, altre due in Italia, e le rimanenti sono invece disseminate in tanti importanti musei del mondo. Anzi, a proposito degli sciocchi che usano propalare le vane percentuali sul patrimonio che l’Italia possiede, perché non pensare anche, come suggerisce lo studioso Bruno Toscano, ad una storia dell’arte fondata non solo sulle “presenze”, ma pure sulle “assenze”? Riscopriremmo così che della grande archeologia raccolta, in Grecia, in Asia Minore e anche a Roma, dai veneziani durante i “secoli d’oro”, in Laguna non resta, come spiega il prorettore dell’Università di Padova Irene Favaretto, che una quota tra il 7 e il 9 per cento; o che a Roma, e questo lo racconta un altro grande archeologo, Antonio Giuliano, nell’Ottocento esistevano 75 mila statue, e oggi ne rimangono forse 7 mila, di cui tremila in Vaticano. Che nella Capitale, dei 600 dipinti della pinacoteca Barberini ne sono rimasti solo i 60 che lo Stato ha comperato (e perché non tentarne, un giorno, una ricomposizione con una mostra?). I privati hanno sempre venduto ciò che avevano collezionato; spesso per bisogno, spesso per motivi più futili: l’ultimo erede dei Pisani “della Moretta” di Venezia, il conte Vettor Zusto di Bagnolo, cede alla National Gallery di Londra un dipinto di Veronese, in tutti i sensi immenso, La famiglia di Dario ai piedi d’Alessandro, non per bisogno di quattrini, anzi ne possedeva ancora in abbondanza. Ma solo perché, spiega, avendo «tre figlie maritate», non voleva che, morto lui, si trovassero a «quistionare sulla proprietà di questo quadro indivisibile». Potrei aggiungere altre curiosità, di solito poco frequentate: come Canova riporta da Parigi il Laocoonte; come il governo rivoluzionario russo cede a un miliardario negli Usa qualche Tiziano acquistato a Venezia, che anzi era ancora sul cavalletto, nello studio del pittore, alla sua morte; come Giulio II Della Rovere, non volendo vivere nell’appartamento del predecessore Alessandro VI Borgia, ordina delle nuove stanze, e saranno, per fortuna, le Stanze di Raffaello: odiava talmente il Borgia, da definirlo «marranum, et judaeum et etiam circumcisum», il che non è male, almeno come anatema sulla bocca d’un Papa. Io sono certo che queste cose interesserebbero, e non poco, al grande pubblico; però, sono notizie che è raro leggere; e su cui uno studioso poco indugia. I suoi interessi divergono, di solito, da quelli dell’opinione pubblica; le sue comunicazioni sono destinate, generalmente, ai circuiti degli “addetti ai lavori”; i tempi, incompatibili con quelli, rapidissimi e tempestivi, dell’informazione. Quando ho trovato chi aveva individuato il Caravaggio cui Longhi aveva dato la caccia mezzo secolo prima, Sergio Benedetti, che aveva riconosciuto a Dublino La presa di Cristo, s’è felicitato perché ero giunto fino a lui (tra parentesi, con un lavoro di circa otto mesi, e dopo mille tentativi a vuoto), e mi ha detto che «ad ottobre, quando pubblicherò il dipinto sul Burlington Magazine, lei sarà il primo a scriverne e ad averne una fotografia»; eravamo ad aprile: gli ho replicato che io avrei scritto la cosa all’indomani sul Messaggero; e Benedetti mi ha risposto: «Ma come, non siamo ancora pronti». Io conosco pochissimi studiosi che sanno anche scrivere per i giornali; ne cito almeno due, Augusto Gentili, tra i massimi esperti della pittura veneta nel Cinquecento, e Paolo Matthiae, l’archeologo che ha scoperto la città di Ebla; ma anche l’elenco completo non sarebbe eccessivamente lungo.

Nell’inadeguatezza del comunicare hanno grande peso le deficienze pubbliche. Il Ministero dei Beni culturali non ha in servizio che una decina d’informatici, e manca di quelli che si chiamano i manager: perché mai dovrebbe, allora, possedere, nel proprio organico, dei comunicatori? Soltanto al Louvre, una decina di persone, comunicatori e non studiosi, si occupano del problema; e basta comparare le “cartelle stampa” di numerose mostre nei musei stranieri, con quelle di tante nelle analoghe istituzioni italiane, per misurare la differenza d’attenzione dedicata a questo tema. Se a livello centrale questa è la situazione, figuriamoci poi quali possono essere le carenze in tante città, magari di periferia: a Pienza, un solo geometra si occupa del patrimonio monumentale creato da Pio II Piccolomini, e questo dettaglio dice tutto. Nel nostro Paese, esistono non molte agenzie, società e uffici stampa che si dedicano, con competenza e capacità, a queste tematiche; e uno dei motivi per cui le mostre organizzate a Marco Goldin hanno successo, prima a Treviso e ora a Brescia, risiede anche nella capacità di comunicazione, che richiede investimenti davvero considerevoli: all’incirca, un settimo del costo d’ogni evento, l’anno scorso un milione di euro soltanto per la campagna promozionale e di comunicazione. Un mio direttore spiegava che comunicare significa saper creare delle discussioni tra moglie e marito, oppure, tra tutta la famiglia, a tavola (io aggiungo, quando la tv permette): non credo che, oggi, i Beni culturali siano, normalmente, in possesso d’una simile capacità, almeno per il modo con cui di solito comunicano.

Ma c’è di più: sono a rischio di mutismo anche gli stessi musei. Parlano un linguaggio che, assai spesso, non è quello dei loro visitatori d’oggi. E forse anche per questo, i visitatori aumentano, però di poco: certo, senza far registrare il boom di tante mostre temporanee. Capire il moderno non è difficile: spesso, deve soltanto offrire delle emozioni. Assai più arduo, invece, è capire l’antico. Un tempo, le storie delle Scritture erano di casa in qualsiasi abitazione; grazie al catechismo, anche in quelle del ceto meno elevato; oggi, assai di meno: la società s’è di molto secolarizzata. Un tempo, anche i miti dell’antichità erano di casa, almeno nella società medio-alta (e infatti, la cultura era una cosa per pochi, e di pochi): anche questo, oggi, avviene in misura assai minore. E vedere due ormai abbondantemente ignoti, che amoreggiano vestiti d’antico, non può certo rivaleggiare con le comuni immagini, assai più osées, della televisione o dei periodici patinati, né tanto meno con il bacio, o se preferite il bacino inteso come parte del corpo, dell’ultima “velina”. Ma il corredo informativo degli stessi musei italiani è sovente assai lacunoso. Palazzo Pitti conserva una delle massime densità di opere di Tiziano, ed è solo un esempio; ma l’allestimento d’inizio Novecento li ha sparsi in diverse sale, e quindi l’insieme, ed il primato, non si apprezzano; e negli appartamenti storici, le opere sono sovrastate da una storia che, quantunque Patria, è ormai immensamente lontana: infatti, più che le opere d’arte, le didascalie spiegano, magari, dove la Regina Margherita dormiva, o quale era la sua toilette. Questo ha ancora un significato soltanto in Olanda, dove infatti, ad Appeldorn, un castello racconta tutto delle varie dinastie, oppure in Gran Bretagna: ma perché lì, i cittadini vedono ancora i principi in bicicletta per la strada, o discutono degli amori dei figli, e dei nipoti, della Corona.

Allora, occorrono opzioni diverse, e anche coraggiose. Ad esempio, attraverso gli strumenti della storia dell’arte, ricostruire e ricreare i contesti; utilizzando le modernità multimediali, passare a una completa multidisciplinarietà (ricordo, al Quirinale, la delizia della Dama con l’ermellino di Leonardo da Vinci, accompagnata dalle note di Franchino Gaffurio, un grande amico del pittore; e peccato solo che questo accostamento non fosse raccontato e contestualizzato); riuscire non soltanto a narrare, ma a far rivivere al pubblico, perché e in che modo Venezia nel Cinquecento, o Genova il secolo dopo, erano ancora grandissime, non solo sciorinare i frutti di quelle epoche d’oro; o, poiché lo Stato lo sta riallestendo, ricostruire come era, anche con l’aiuto di gigantografie perché i dipinti non esistono ormai più, il palazzo che fu dei Grimani a Venezia; o rimettere insieme, con prestiti e immagini, quando possibile riprendendone perfino gli allestimenti, le collezioni storiche, ormai smembrate. Insomma, creare gli eventi e le occasioni che il pubblico pretende.

Se questo non avverrà, dei Beni culturali si continuerà a parlare solo quando fanno notizia. Cioè quando è possibile degradarli a fatto di cronaca: i furti; le riscoperte, però se eccezionali; i restauri, ma solo quando sono davvero grandi; e, sempre e comunque, le polemiche, le discussioni, le querelles. La riprova delle infinite potenzialità di comunicazione negate è offerta, secondo me, dal ridottissimo livello di conoscenza, e di frequentazione, di cui beneficiano tanti importanti siti, o monumenti, o collezioni, od opere d’arte, nel nostro Paese. Ne cito soltanto quattro, forse quelli cui sono maggiormente legato: Terra del Sole, città ideale di Cosimo dei Medici a un tiro di schioppo da Castrocaro, tra le prime pianificate, fisicamente quasi intatta, con le sue “celle segrete” capaci di raccontare cose terribili, come il ricchissimo archivio criminale di due secoli, ancora integro; i Santi Quattro Coronati, a Roma, a 150 metri dal superaffollato Colosseo, nel cui oratorio di San Silvestro, interamente dipinto a metà Duecento, spesso mi sono trovato da solo, così come, le quattro volte in cui sono andato, nell’Abbazia di San Vincenzo al Volturno, la maggiore medievale nel Centro Sud, con una cripta dipinta nel IX secolo; o la Centrale Montemartini, la prima termoelettrica di Roma, che all’archeologia industriale (anche due motori gemelli di quelli mitici del transatlantico Rex, che conquistò il “Nastro Azzurro” per la più veloce traversata dell’Atlantico) sposa la grande statuaria romana, e davanti all’ingresso -però pochissimi lo sanno- vanta due lampioni, che sono la prima realizzazione in assoluto di Duilio Cambellotti, quando ancora andava a scuola di sera: altra storia degna d’essere raccontata, come mille curiosità “di periferia”.

Invece, no: l’85 per cento dei visitatori di Venezia - oggi 16 milioni, molti “mordi e fuggi”: e significano 32 milioni di scarpe, che ogni anno battono un selciato costruito per 300 mila anime - si affollano nel 15 per cento del centro storico cittadino: un “triangolo delle Bermude” (e in estate, dei bermuda) che ha per vertici riva degli Schiavoni, i terminal ferroviario e stradale e l’Accademia, dove il visitatore s’inabissa nel più ovvio tra i mari della conoscenza possibile. E il Canal Grande si trasforma, così, nel “Banal Grande”: anche la città che è come la Mecca per gli islamici, un “must”, almeno una volta nella vita, evidentemente comunica assai poco, ed assai male, i tesori che ancora possiede, anche al di fuori da questo “triangolo”, stipatissimo di gente. E se perfino Venezia non sa comunicare, allora figuriamoci, pur con tutto il rispetto che è loro dovuto, cosa possono mai fare le varie Pizzighettone, o Canicattì. Perché questo è il nostro Paese; s’intende, se vi pare.

* L’intervento è stato integrato, dall’autore, con appunti e annotazioni che, data la brevità del tempo concesso, erano stati necessariamente omessi nel “discorso parlato”



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