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Il nulla che divora il paesaggio italiano
22-01-2007
Luca Bellincioni

Il nulla che divora il paesaggio italiano




Prima fu devastato il litorale. Poi vennero le campagne attorno alle città. In seguito toccò alle montagne più belle, aggredite da impianti di risalita, funivie e residence. In queste poche parole potrebbe essere riassunta l’escalation della devastazione del paesaggio italiano, iniziata nel secondo dopoguerra tutt’oggi in atto, quando una nuova ondata di cemento, di brutture, di scempi e di ecomostri sta massacrando quel che resta del nostro paesaggio storico e tradizionale e del nostro ambiente naturale. L’accoppiata capannone-villette sta invadendo ormai l’entroterra italiano, l’ultimo lembo di paesaggio integro che ci era rimasto. E tale assalto sta prendendo di mira soprattutto le aree più pregiate, come dimostra il caso Monticchiello, in Val d’Orcia, più volte affrontato in questa sede. Le villette punteggiano ormai quasi dappertutto le nostre campagne, soprattutto nei pressi dei centri abitati, e in maniera parossistica in quelli più grandi. Ad affiancarle, i capannoni industriali, simbolo dello sviluppo post-industriale italiano, segno di un’Italia che si dice sempre in crisi e che però si ritrova non più in piazza ma al centro commerciale a buttar via denaro. E spesso però questi capannoni sorgono paradossalmente per ospitare attività agricole, “imbrattando” così paesaggi magari ancora intatti, e dando l’idea della pedita del legame tra attività tradizionali e conservazione del paesaggio storico.
Non c’è regione in Italia che si sia potuta davvero difendere da questa Apocalisse del paesaggio: dal Nord al Sud, questo processo cancerogeno è in atto e pare inarrestabile. Ogni giorno assistiamo ad un nuovo orrore, che cancella le nostre memorie e la nostra identità legate ai luoghi, ci rende in un certo senso apolidi: quella che era una campagna, non è più una campagna, quella che era una collina non è più una collina, quella che era una montagna non è più una montagna, quella che era una spiaggia non è più una spiaggia e così via… Al loro posto c’è ormai un “nulla” in cui non possiamo identificarci, e che spinge nell’intimo soltanto a desiderare di fuggire via, a ripudiare la propria stessa terra.
E in effetti, a ben vedere, a cosa siamo legati veramente, nel nostro essere emotivamente attaccati ad un luogo in particolare, se non a tutte quelle differenze nell’ambiente che ce lo rendono unico e riconoscibile? Il binomio villette-capannoni, questo insensato, criminoso e spregevole “nulla”, sta rendendo, almeno sulle strade, tutti uguali i paesaggi italiani, paesaggi prima diversissimi e ora orrendamente e spaventosamente simili. In molte zone di pianura capita ormai di viaggiare per decine di chilometri, talvolta per ore e ore, e vedere sempre lo stesso paesaggio (se così si può dire), figlio di un mostruoso modello di sviluppo, cui tutti ci siamo inchinati senza discutere, che oggi palesa la propria insostenibilità, e che tuttavia l’attuale classe politica continua a presentarci come “possibile” e auspicabile. Un pezzetto di prato incolto, un orticello, un capannone, un cantiere, una villetta, una villa o una schiera di ville, sequenza che si ripete all’infinito prima di incontrare un centro abitato vero e proprio. E poi di nuovo si ricomincia. L’unica cosa che ci può far capire che ci si sta spostando, oltre ovviamente al mezzo di locomozione e alla coscienza che stiamo viaggiando, è qualche elemento ben marcato come per esempio, dove c’è, un gruppo montuoso, magari però falcidiato da antenne e ripetitori...
In certe zone si è giunti, o si mira, perfino ad una vera e propria musealizzazione del paesaggio: viene cioè preservato un angolo di natura, magari anche piuttosto integra, ma per giungervi si deve attraversare comunque un territorio deturpato o devastato, che permane fino all’ultimo metro, col risultato di una sorta di decontestualizzazione di quello stesso “attrattore”: e quando si arriva finalmente alla “meta” (il “bel posto”), guai a rivolgere lo sguardo al di là di quel panorama “obbligato”, concesso e delimitato, poiché si ammirerebbe il degrado spaventoso che vi sorge tutt’intorno: un panorama “coi paraocchi” insomma. A tale fenomeno è legata ad esempio la questione, tanto discussa, delle “zone pre-parco”, spesso osteggiate dalle comunità e dalle amministrazioni locali, ma che servono a preservare la continuità dei valori ambientali e paesaggistici, nonché la stessa immagine, dell’area protetta. Zone pre-parco che, laddove non rispettate o sorte in una situazione già compromessa, non hanno potuto ostacolare l’effettivo deterioramento dell’immagine turistica di un’area protetta magari di eccezionale interesse, limitandone sostanzialmente lo sviluppo. E’ il caso eclatante, ad esempio, del Parco Regionale dei Monti Aurunci, situato nel Lazio meridionale ai confini con la Campania, un comprensorio di interesse botanico internazionale e con grandi potenzialità turistiche, ma ancora poco visitato a causa del fatto che esso rimane “stretto” tra zone sempre più degradate sotto ogni punto di vista, che non permettono perciò al viaggiatore di scorgere già in auto i valori del parco e di spingerlo quindi alla visita.
Ma a parte il paesaggio sulle strade principali, in particolare le statali, che va quasi ovunque “scomparendo”, sostituito da un’accozzaglia infinita ed indefinita di orrori (con grave danno dunque per il turismo in generale), il fatto che teniamo ancora a sottolineare è l’aggressione all’entroterra, alle campagne più interne, alle colline, alle stesse montagne. Come sappiamo, il paesaggio è un bene delicatissimo. Basta poco, quasi nulla per intaccarlo. Un tetto disarmonico, una schiera di villette, anche un solo capannone bianco, possono deturpare e depregiare ad esempio un panorama di montagna. Eppure anche i paesini più nascosti e più impervi, anche i più disabitati!, iniziano a vedersi sorgere affianco nuove zone residenziali, con costruzioni dalle forme e dai colori più abominevoli, opera di geometri ed architetti rozzi ed ignoranti, costruttori ed immobiliaristi senza scrupoli e politici locali imbelli o conniventi. Sfogliamo una qualsiasi delle riviste del settore immobiliare per accorgerci di questa triste realtà: villette rosa a schiera in costruzione isolate nella campagna (con parabolica già in consegna), capannoni di cemento bianchi ed enormi in mezzo ai campi di grano, terreni edificabili panoramici con uliveti secolari, palazzine bianche stile peggiore periferia di metropoli accanto al borgo medievale, ecc…; ecco le inserzioni più diffuse. E a leggerle, scorrono i ricordi di un luogo magari visitato tempo prima e reso irriconoscibile dalle nuove, disgustose costruzioni: ma qui c’era un campo di papaveri! Qui c’era una collina di ulivi! Qui c’era una pieve isolata! Qui una quercia secolare! E mentre i ricordi scompaiono tra cantieri e sbancamenti, la frustrazione e la malinconia aumentano.
E’ come se un pazzo entrasse in un museo ed iniziasse a scarabocchiare un’opera d’arte, nell’indifferenza – o addirittura col plauso! - di tutti. E sì, perché il paesaggio italiano, o meglio quel che ne resta, andrebbe considerato come un’opera d’arte, risultato di una sapiente ed antichissima antropizzazione, frutto di una straordinaria capacità di armonizzarsi con l’ambiente (e spesso di una vera e propria “cultura del bello”) assenti in ogni altra parte del mondo, o quasi. Una di quelle cose che ci rendeva orgogliosi di abitare in questo Paese. Eppure questa armonia ha definitivamente abbandonato gli italiani, che sempre più perdono, screditano e deridono la loro stessa identità culturale, salvo poi illudersi di recuperarla col tronfio patriottismo delle parate e delle missioni militari o, peggio, agitandosi come un branco di scimmioni alle partite di calcio della nazionale…

A questo punto molti diranno: «il paesaggio non è un museo!». Ma a costoro noi diciamo che, lungi purtroppo dall’aver finora trattato il paesaggio italiano un bene da custodire gelosamente in una teca di cristallo, dobbiamo iniziare sì a considerare quel che ne resta come un museo, altrimenti non ce ne resterà più nulla. Senza dire che l’urbanistica è una scienza, non un mero ricettacolo per dar lavoro a idioti, traffichini, portaborse, leccapiedi, incoscienti, impreparati, buzzurri, raccomandati e speculatori vari, come in molti comuni d’Italia avviene.
Ma attenzione: il paesaggio deve divenire esso stesso un museo a cielo aperto, e non essere viceversa “musealizzato”, che è cosa ben diversa: non pensiamo cioè che tutelare il paesaggio significhi salvare pezzetti di terra circondati dal cemento e dall’asfalto. Quello non è paesaggio (né tanto meno natura!), è semplicemente un “verde pubblico”, pur indispensabile (ma forse più utile per portarci ad urinare il cane, piuttosto che per ricordarci che viviamo in un pianeta meraviglioso anziché all’Inferno). Insomma – va ribadito – no alla decontestualizzazione del paesaggio: sarebbe come se un affresco fosse portato via da una chiesa ed esposto in un centro commerciale, e la chiesa per giunta demolita: quanto del suo senso originario manterrebbe quell’affresco? O come se un eremo scavato della roccia fosse circondato da villette a schiera: quanto del suo senso originario manterrebbe quell’eremo? O come, per fare un esempio diverso, se un bosco prima esteso e ora ridotto al lumicino fosse circondato da palazzine? Quanto del suo valore ambientale originario manterrebbe quel bosco?

Occorre, in conclusione, avviare progetti di riqualificazione del nostro paesaggio, magari tramite la redazione di una vera e propria carta del paesaggio italiano che prenda atto – mandando i tecnici sul posto - della situazione attuale (non di quella descritta dalle guide di vent’anni fa…), avviando da subito un serio monitoraggio e una nuova legislazione nei confronti delle tipologie delle nuove edificazioni, variabili a seconda dei contesti ambientali, e dando priorità alle opere di demolizione degli abusi e degli elementi altamente deturpanti. Sul problema dei capannoni, per esempio, qualche comune sta iniziando (si prenda il lodevole impegno di Asti) a porre in atto una regolamentazione che finora non c’è stata e che ha permesso di deturpare gravemente nel giro anche di un solo anno (dal 2000 ad oggi è stata una vera catastrofe), paesaggi magnifici, tuttora – malgrado tali ferite – di grande valenza paesaggistica e in alcuni casi prettamente naturalistica. Sarebbe infatti utile, nell’ottica di una carta del paesaggio italiano, di suddividere le varie aree a seconda del grado di integrità mantenuta, con la conseguente peculiarità degli interventi di restauro da avviarvi. In certi casi, del resto, basterebbero un paio di demolizioni per restituire integrità ad un paesaggio che – o per abusivismo, o per errore di “tecnici” incompetenti o per inezia degli amministratori locali - è stato sfigurato ma non certo cancellato. E’ il caso di molte campagne della Tuscia (Lazio settentrionale) che hanno subito, in questi ultimissimi anni, l’affronto di alcune costruzioni orripilanti (soprattutto capannoni industriali sparsi nelle campagne), ma che per il resto risultano praticamente intatte.

All’oggi, tuttavia, sono esclusivamente i parchi naturali l’unica speranza per salvare il salvabile, per custodire almeno le aree naturali, che non sono “soltanto” belle, bensì COSTITUISCONO LA NOSTRA RISORSA DI VITA, in quanto influiscono sulle nostre PRIME NECESSITA’ (cibo, aria, acqua, clima). Purtroppo però, anche nell’agenda dell’attuale governo la questione dei beni culturali ed ambientali appare alquanto in secondo piano. Aree naturali di grande bellezza rimangono tuttora non tutelate e minacciate e aggredite ogni giorno dalla speculazione. Non basta demolire un ecomostro ogni due anni e poi farlo vedere al tg. Occorre buttare giù tutti gli altri e far in modo che non ne vengano più costruiti, cosa che però evidentemente non fa l’interesse di chi detiene il potere di mandare in malora il nostro paesaggio. Ma allora – se le cose stanno così – perché non abolire qualche ministero e qualche assessorato! Troppo spreco di denaro pubblico per gli infimi ed irrisori risultati ricevuti. Almeno troveremmo qualche decina di euro più sulla pensione, per andarci a comprare l’ennesimo cellulare (che stavolta ci pulisce anche i denti) al nuovo luccicante centro commerciale, magari costruito su una villa romana.



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