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LUCCA: UNA CITTA’ DI CONTENITORI
01-03-2007
Roberto Mannocci



Esiste un termine assai di moda da molto tempo per indicare quegli edifici di una certa consistenza volumetrica che hanno perso la propria funzione originaria e che si trovano in stato di più o meno completo abbandono: contenitori. L’adozione di questo termine così generico non è un caso; infatti lo si usa non solo per gli edifici che sono rimasti vuoti, ma soprattutto per quei complessi per i quali ancora non si è individuato un nuovo ruolo urbano sostitutivo. Il termine sottolinea l’anonimato dell’edificio e ne fa risaltare solo l’aspetto di “capienza”, di consistenza volumetrica, di capacità, appunto, di contenere qualcosa…qualsiasi cosa, di un vuoto senza caratteristiche e contenuti, che chiede di essere riempito, comunque e in qualunque modo.
A scala architettonica questo concetto può portare a quella dissonanza tra contenuto e contenitore che, secondo noi, si è verificata con la scelta di adattare la chiesa di S. Ponziano come biblioteca della Scuola di Alti Studi IMT. Aldilà della qualità progettuale e tecnologica intrinseca dell’intervento (un grande volume a quattro livelli in acciaio e vetro che occupa l’intera navata centrale) è la spazialità propria del contenitore che risulta totamente offesa e annullata. A poco serve che il nuovo leggero parallelepipedo brilli nel suo pieno isolamento senza tangere fisicamente stucchi e strutture barocche pazientemente recuperate: la spazialità della chiesa non esiste più né per chi accede all’edificio, né per chi lavora all’interno dei nuovi spazi. L’invadenza di questo arredo non è che la conseguenza di una scelta sbagliata del sito avvenuta a monte, proprio perché questo sito, ben caratterizzato architettonicamente, è stato usato come mero volume in grado di accogliere qualsiasi contenuto.
In realtà l’uso continuo e pervicace del termine contenitore per riferirsi al patrimonio edilizio senza uso e funzione ci sembra più adatto e appropriato al linguaggio di uno speculatore che non di un architetto o un urbanista che, per formazione specifica, dovrebbero percepire, notare e sottolineare in primis la qualità, la struttura e i caratteri formali degli edifici e non la loro pura e anonima capienza.
Insomma, se l’uso del termine generico di contenitori può essere sopportato quando discorsivamente ci si riferisce ad una categoria generale (gli edifici in disuso), termine e concetto trasmesso devono decadere sia quando ci si riferisce o si opera su un singolo edificio sia quando si programma il futuro di una città.
Su questo piano, il Regolamento Urbanistico del Comune di Lucca, invece, adotta in pieno l’ideologia dei contenitori, anzi considera l’intero edificato urbano un insieme di contenitori. Più di 120 palazzi storici urbani, se il mercato lo chiederà, potranno accogliere, oltre a naturali residenze tradizionali, anche alberghi, strutture commerciali etc., con il limite parziale che non si sciupi troppo il piano nobile con interventi troppo drastici. Una filosofia appena, appena conservativa solo di alcuni aspetti architettonici, ma in realtà assai ipocrita perché apre la città storica nel suo insieme verso mille futuri imprevedibili, contraddittori e che ne snaturano il ruolo base che è quello della città abitata, stabilmente abitata.. Lucca, fatta di volumi aperti al mercato, sarà quella, snaturata, che il mercato stesso giudicherà più appetibile, conveniente e remunerativa.
Se 120 palazzi si aprono a questa incognita di ruolo (come le molteplici chiese chiuse al culto), ma al contempo vedono riconosciuto un parziale rispetto della propria struttura architettonica, per altri contenitori non esiste nemmeno il riconoscimento della loro qualifica formale. Ci riferiamo al patrimonio di archeologia industriale, completamente disconosciuto dal Piano urbanistico, un patrimonio di edifici storici che corre il concreto pericolo di essere cancellato. Gran parte di questi complessi (e persino una villa padronale cinquecentesca lungo Viale Luporini), interpretati come meri volumi, sono stati e potranno essere abbattuti in favore di una “ricostruzione” che sfrutta ed amplia il volume precedente. Gli immobili artigianali dismessi o da dismettere (demoliti e ricostruiti) cambieranno funzione, ne potranno acquisire molte altre più appetibili e remunerative e saranno ciò che saranno.
Si salverà dall’abbattimento, invece, l’ex Manifattura dei Tabacchi, ma anche per questo manufatto industriale eccezionale del centro storico si prospetta un futuro incognito e rimediato dal momento che si è cominciato a collocarvi, prima, la nuova Soprintendenza in gran fretta e negli ambiti inadeguati di un quartierino, poi, entro il 2006, senza alcuna strategia sull’intero contenitore, un asilo, una materna e un’elementare occupando una parte minimale del grande complesso .
Senza scelte di fondo, senza una convinta linea su quale città vogliamo, la città stessa viene a trovarsi sempre impreparata per rispondere alle varie esigenze che si manifestano e non è mai in grado di fornire attrezzature vere per una sua nuova vivibilità. Il citato caso Soprintendenza docet!
In sintesi, l’altissima indefinizione funzionale del Piano apre ad una miriade di operazioni edilizie piuttosto che ad un progetto urbanistico.
Quanto succederà all’edificio maggiore della Caserma Mazzini o al convento di S. Francesco (acquisito dal Comune, ma ancora senza ruolo), quanto accadrà alle Carceri di S. Giorgio quando cesseranno di essere luogo di pena, quanto è successo per l’area ove costruire il nuovo ospedale (Antraccoli, S. Filippo, S. Pietro a Vico, di nuovo S. Filippo), senza che nessuno ne abbia giustificata la necessità né chiarito la pesante incognita sul ruolo urbano delle appetibili enormi volumetrie che ne costituiscono il “vecchio” …sono solo alcuni dei temi che si accavallano in questa scacchiera di contenitori e di meri vuoti in attesa di funzioni (come tali sono considerati i territori agrari).
Nei locali del Real Collegio di S. Frediano, su cui si interviene dal 1986 con fondi pubblici (9 miliardi di lire) per dare vita al Museo Diocesano d’Arte Sacra con la convergenza di tutti gli Enti interessati, a inizio 2006 si voleva fare la sede della Scuola IMT, già accolta in altre parti della città. Questa soluzione avrebbe buttato al macero quell’investimento, per l’inidoneità del percorso espositivo già realizzato con le necessità di aule e ambienti universitari. E a giustificare questo cambiamento sarebbe stato il definitivo tramonto di quel Museo. E’ indubbio che il grande Museo Diocesano cui si pensava 20 anni addietro non si realizzerà, ma la città ha comunque bisogno di un Museo, pur ridimensionato, che accolga in sicurezza il patrimonio artistico di chiese dismesse o isolate e che possa rendere fruibili i preziosi eccezionali apparati della basilica di S. Frediano. Se Lucca, come si afferma, vuole potenziare il suo futuro di città della cultura non può abbandonare totalmente quest’idea. Anzi, il previsto ridimensionamento del Museo Diocesano permette che negli ampi spazi interni ed esterni del Real Collegio (recuperando la parte non ancora ristrutturata e che richiede urgente manutenzione) possa trovar posto una grande attrezzatura espositiva specializzata di cui la città, a conferma del ruolo culturale, ha immediato bisogno. Questo senza rinnegare i lavori di adattamento fino a qui eseguiti, ma mettendoli a frutto.
Se individuiamo nel turismo culturale una delle risorse fondamentali di Lucca, diamole allora prospettive vere con idonee strutture. Ed anche, diciamo,… con idonea immagine! Cioè cessiamo di considerare gli spazi inedificati della città (anch’essi!) come contenitori, come vuoti da riempire e da sfruttare acriticamente, nell’immediato vantaggio che possono portare sedute e tavoli che invadono piazze storiche e fronti di chiese. Il turismo sarà nostra risorsa futura se sapremo conservare e rispettare la fruibilità del patrimonio storico che ne costituisce l’attrattiva…ovvero se la città non sarà un anonimo contenitore fatto tutto di anonimi contenitori!

Roberto Mannocci








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