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Cemento su Ravenna
23-04-2007
Ercole Noto

Anche la virtuosa Ravenna nella tresca dei cementificatori. Il fuoco di sbarramento a difesa del paesaggio, avviato con fermezza di propositi e serietà di impegno civile e culturale da codesto sito web, è la dimostrazione della presa di coscienza di una collettività che rifiuta l’assalto indiscriminato di speculatori senza scrupoli che stanno sistematicamente cementificando ogni spazio del territorio italico. In questo panorama dissacrato la colpa ricade su gran parte dei comuni e sui loro amministratori, che – come dice Vittorio Emiliani nella sua puntigliosa analisi riportata sull’Unità dello scorso 20 aprile – “dal boom edilizio, quasi tutto speculativo, essi traggono nell’immediato fondi più che cospicui”. Anche Ravenna non si salva da questa forma di imbarbarimento, ad opera di bande ricostituite di lanzichenecchi, sempre pronti a saccheggiare un bene comune, a danno della collettività, con una sequenza programmata di singoli atti, senza apparente violenza, compiuti dal potere politico con mezzi formalmente legali, ma sostanzialmente moralmente ingiusti. Il piano di sviluppo della città si giocherà prossimamente tutto sul progetto di riqualificazione del comprensorio della Darsena, che vede in atto “uno dei più aspri confronti trasversali tra Amministrazione comunale e mondo imprenditoriale”. Dal sito online di Ravennanotizie.it di giovedì 19 aprile apprendiamo che nell’area in questione sono in ballottaggio “centocinquanta ettari, 300 mila metri quadrati di superficie utile, un terzo di quanto previsto complessivamente come area edificabile dal piano strutturale comunale”; una torta prelibata che fa ‘gola’ al mondo imprenditoriale confindustriale ravennate ma anche a cooperative come la Cmc e Iter; ognuno dei pretendenti con propri legittimi progetti. Il Partito di Rifondazione Comunista, in seno alla maggioranza, detta le sue condizioni – dopo la scottatura del deturpamento del litorale ravennate - per procedere nella riqualificazione della Darsena: “ruolo assolutamente prioritario dell’ente pubblico nelle scelte di programmazione; Agenzia (il soggetto che dovrà gestire la riqualificazione) esclusivamente pubblico; nessun aumento degli indici di edificabilità; richiesta ai privati di intervenire economicamente nella realizzazione di strutture di pubblica utilità”. Se non altro, se non ritrattano, sembrano essere quelli più coerenti con le linee morali del loro programma ideologico. E questa preventiva, nonché precisa presa di posizione, nasce dal fatto che nella precedente aggregazione politica del Consiglio comunale fu permesso di costruire ‘ecomostri’ da 110 appartamenti in riva al mare, sulla rinomata spiaggia di Marina. [Permesso di costruire n. 510 rilasciato dal Comune di Ravenna il 27/07/2005. Concessione Demaniale n. 11/2005 rilasciata alla Soc. SEASER S.p.a.]. Per completezza di informazione si riporta testualmente quello che è stato scritto su tale scempio e pubblicato da “Il Romagnolo”. “Secondo le attuali leggi, costruire sulla spiaggia, ovvero su terreno demaniale, dev’essere considerato un fatto eccezionale e per farlo necessitano le autorizzazioni del sindaco e dell’autorità portuale. Mentre l’allora sindaco [ora senatore della Repubblica, Vidmer Mercatali] era pronto per la deliberazione, l’autorità portuale s’era decisamente opposta. Ne era presidente Remo Di Carlo il quale molto chiaramente fece sapere che finchè fosse rimasto lui a capo di quell’organismo, condomini sul litorale non ne sarebbero eretti. Accadde che provvidenzialmente il dottor Di Carlo fu avvicendato. Il suo successore firmò l’autorizzazione e in una torrida giornata di fine luglio, mentre il sole arroventava la terra e i ravennati se ne stavano in vacanza, la giunta comunale deliberava la costruzione degli ecomostri. Oltre cento lussuosi appartamenti con vista sul mare, da vendersi ovviamente a gente ricca, titolare del posto-barca sul vicino porticciolo. ‘Ovviamente’ i Verdi, quel li del ‘Sole che ride’, quelli di Legambiente e anche Pro-loco erano all’oscuro di tutto e quando le cose raggiunsero il punto del non ritorno, s’arrabbiarono molto. Specialmente i Verdi che s’erano visti approvare in giunta gli ecomostri sotto il naso. In effetti le loro intenzioni sull’area occupata dai condomini erano encomiabili: ne volevano fare un bel giardino per anziani, mentre il ‘Sole che ride’ preferiva una pinetina per i bambini extracomunitari. Legambiente voleva lasciare vergine il terreno con i suoi tamerici e le altre colture spontanee. Solo la Pro-loco voleva farne un parcheggino, vista la lamentata penuria di posti macchina. Tutti i giornali locali, Carlino in testa, espressero perplessità con vistosi articoli sulla cronaca locale e ben presto sorse un comitato anti-ecomostri. I suoi rappresentanti cercarono in ogni modo di bloccarne la delibera comunale e si rivolsero persino [sintetizzo - a un sacerdote influente]. Or sono due anni. Gli edifici già si pr ofilano alti contro l’azzurro mare (…) e alle doglianze dei cittadini, almeno di quelli che hanno sensibilità per la natura, per l’ambiente, per il sole che piange, l’ex sindaco si consolerà con lo stipendio di senatore. Vecchia Marina, addio”. E questa è la storia della virtuosa Ravenna e dei suoi rappresentanti [e nostri, purtroppo!] che ora, dopo la fusione, si chiamano ‘democratici’; ma si sa, “il lupo perde il pelo ma non il vizio”.
Ercole Noto



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