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Degrado a Vulci
21-05-2007
Luca Belincioni

Sono tornato domenica scorsa al Parco di Vulci dopo circa 4-5 anni di assenza e ho potuto notare, con grande rammarico, come le cose siano purtroppo cambiate in peggio rispetto a come le ricordavo.
Innanzitutto il paesaggio. Nella zona circostante a Vulci si sono diffuse numerose piccole forme di coltivazioni in serra, ciò che ovviamente toglie molto al fascino dei luoghi, la cui atmosfera di antichità si armonizza di certo meglio con coltivazioni più tradizionali (cereali, vigneti, uliveti, come si fa rigorosamente nella vicinissima Maremma Toscana), che pure sussistono ampiamente. La “serricoltura” (o comunque l'uso della plastica nei campi come isolante) crediamo dovrebbe essere limitata - per motivi paesistici ma anche ecologici - alle aree a ridosso della costa urbanizzata e mai nell’entroterra, soprattutto in presenza di emergenze ambientali ed archeologiche di straordinario rilievo come proprio a Vulci e dintorni. Inoltre, quel che è più grave, sulle strade di accesso al sito – sia provenendo da mare che dall’entroterra - sono visibili numerosi elementi di degrado, quali - verso Montalto - costruzioni moderne recentissime e di bassa qualità edilizia (ville e villette) e – proprio nelle vicinanze del parco, sulla strada per Canino – addirittura alcuni capannoni bianchi di tipo industriale (secondo uno sconsiderato e generalizzato fenomeno che sta “imbrattando” tutte le campagne della Tuscia…)! Tale situazione di degrado concorre pertanto a sminuire fortemente l’immagine dell’“agro pressoché incontaminato” pubblicizzato sui depliant del parco e dovrebbe spingere a rivedere seriamente – a livello amministrativo - i metodi di gestione del territorio maremmano, che - come sappiamo - possiede un’alta vocazione turistica e merita ben altra considerazione.
Dal punto di vista più strettamente ambientale, nella zona dell’antico porto sono invece da segnalare sia i nuovi scavi (che – con capanne in lamiera e sbancamenti - hanno prodotto un impatto altissimo su quella che era una verde vallata, per tirar fuori tutto sommato pochi miseri muretti…), sia soprattutto il nuovo ponte in ferro sul Fiora: praticamente inutile (è soltanto pedonabile ed il cancello che porta all’altra riva è per giunta chiuso!!!) e di proporzioni sconsiderate (orribili le assolate panchine, da parco urbano di periferia), questa opera ha deturpato un tratto particolarmente suggestivo del fiume, senza contante il fatto che sotto il ponte si trovano resti edili e diversi altri rifiuti, tra cui un bel visibile pneumatico intorno al quale sono tristemente soliti fare il carosello i svariati pesci che popolano il Fiora. Ma ci chiediamo esterrefatti: se dovevasi trattare di un ponte esclusivamente pedonabile, non sarebbe stato più opportuno (e sensato) realizzarlo più piccolo e in legno, come i tanti ponticelli dei parchi Marturanum e Treja, tanto per rimanere nel Viterbese? Tra l’altro, l’alveo del Fiora in quel punto non è né profondo né largo. E poi, quanto minore sarebbe stata la spesa, differentemente dalle cifre da capogiro leggibili sui pannelli del progetto!!! Su questi si parla di “valorizzazione dell’area del porto”: noi invece abbiamo visto una vera e propria “devastazione”. Tutti questi lavori (cui va sommata la recente ricostruzione in cemento del tumulo della Cuccumella), del resto, paiono associarsi in una sorta di iter di trasformazione in negativo del paesaggio di Vulci, che negli ultimi tempi ha favorito di ingenti finanziamenti economici e del riconoscimento quale “attrattore culturale” da parte della Regione Lazio: ma come quasi sempre accade in Italia, quando – raramente - ci sono i soldi per la cultura e per l’ambiente, quelli che avrebbero il dovere di gestirli con prudenza e senno per migliorare le cose, vanno invece a peggiorare lo stato dei luoghi con opere costose, inutili ed impattanti (sempre nella Tuscia, ad esempio, ha fatto molto discutere il recente restauro della torre di Marta), tant’è che ormai in molti casi personalmente auspico che non vi siano mai i fondi per intervenire con “valorizzazioni” che – lo ripetiamo - spesso non sono altro che “devastazioni”.




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