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La Colonna Pizzuta e la città greco-sicula di Eloro
25-05-2007
Ercole Noto

Le Fiamme Gialle sequestrano una discarica abusiva in contrada Eloro di Noto Marina, ove erano state abbandonate due cabine per ascensore. Percorrendo la strada Noto-Pachino, nell’ultimo lembo di terra d’Italia, all’altezza della Casa cantoniera di contrada Astrico, due tabelle segnaletiche indicano i siti archeologici degli scavi di Eloro e della Colonna Pizzuta. Seguendo il percorso indicato si arriva dopo qualche kilometro a un bivio: la strada di destra conduce a Eloro; quella di sinistra porta alla Colonna Pizzuta. ELORO “La zona archeologica di quella che un tempo fu la città greco-sicula di Eloro sorge sul pianoro di una bassa collina, poco distante dal mare e dalla foce del fiume Tellaro [nelle cui vicinanze fu scoperta la omonima Villa tardoromana, conosciuta alle cronache – forse sarebbe meglio dire ‘tristemente conosciuta’, per la storia dei suoi mosaici ], fra cordoni dunosi incardinati da modesti promontori rocciosi che circoscrivono l’ampio golfo di Noto. Fondata dai siracusani (come le subcolonie di Akrai, Kasmenei e Kamarina) alla fine del secolo VIII avanti Cristo, quale avamposto della colonizzazione greca per favorire gli scambi commerciali con i paesi stranieri, Eloro rappresenta oggi, come nel passato, un approdo tranquillo sul litorale sud-orientale della Sicilia, lungo le rotte dello Ionio e del Mediterraneo. Attraverso la spinta delle iniziative commerciali i Greci – indipendentemente dalla creazione di basi fisse o con il dichiarato obiettivo di fondare colonie – v ennero a contatto con civiltà più antiche e da esse seppero assimilare e mutuare quelle fonti di ispirazione per elaborare nuovi modelli evolutivi culturalmente e tecnologicamente; sicché la loro arte, come il loro pensiero religioso e filosofico, si diffuse nel tempo a largo raggio, penetrando nelle regioni circostanti e trovando ovunque sviluppo originale. E in tali aree noi oggi siamo in grado di seguire, attraverso le testimonianze fisiche della loro presenza, che l’evidenza materiale archeologica ci offre per mezzo delle campagne di scavo, gli inizi della diffusione della cultura greca da cui derivano i benefici poi goduti da Roma e da tutta la futura civiltà occidentale. Le rovine di Eloro (i resti di un teatro, dell’agorà e parte di un tempio prostilo tetrastilo di età tardoellenica) che occupano un sito di non grandi dimensioni, furono individuate dal grande archeologo Paolo Orsi che ne scavò i primi monumenti tra la fine del secolo scorso [Ottocento] e gli inizi [del Novecento], contribuendo così alla scoperta e allo studio degli insediamenti greci in Sicilia. Scavi che furono successivamente ripresi e ampliati da L. Bernabò Brea a partire dal 1958. Mentre il materiale recuperato dall’Orsi è oggi conservato nel Museo [Regionale di Siracusa], tutto quello che è stato rinvenuto negli scavi più recenti (1964) nell’area del santuario di Demetra e Kore, è stato “ricostruito” al Museo Civico di Noto, secondo la disposizione fedele del ritrovamento. Si tratta di una stipe votiva adorna di tante piccole statuette fittili ex voto, tipologicamente databili dal VI al III secolo a.C., offerti alle divinità ctonie a ringraziamento del raccolto dei campi, e inserite nell’intonaco esterno del pozzo sacro (bothros) scavato nella sabbia in un’area extraurbana”. [Le immagini della “ricostruzione” del santuario di Demetra e Kore (VIII-III sec. a.C.), con il pozzo sacro adorno di statuette fittili votive, si possono vedere in: Armando Ragonese, “Tra ttamenti protettivi o possibili alterazioni cromatiche?”; ‘Bollettino Economico della Camera di Commercio di Ravenna’, anno 1989, n.4]. “Ovunque sono evidenti tracce di fondamenta di costruzioni (sulle quali se ne sovrappongono altre di epoca più tarda) mentre sparsi intorno all’area sacra ci sono elementi del tempio dorico, in pietra locale, con i motivi decorativi fortemente intagliati; si vedono poi alcuni lacerti di una pavimentazione col sottofondo in cocciopesto e parte di un muro di una casa, seminascosto dalla trincea dello scavo, rivestito di un intonaco di finitura con riquadri incisi a specchiature di colore, di un rosso dilavato, molto degradato e staccato dal supporto, con grave pericolo di andare distrutto. Ma la novità più interessante è data dalla constatazione che alcuni motivi architettonici della trabeazione presentano ancora tracce di un sottilissimo strato di stucco fine come base per ricevere il colore, oggi dilavato (esso agiva come elemento intrinseco alla definizione formale dell’opera), prezioso al pari della ‘epidermide’ del marmo per le sue qualità estetico-protettive, che alcu ni ritengono non a torto un prodotto tradizionale in grado di soddisfare tuttora l’obiettivo della conservazione e quindi da preferire nella prassi manutentiva ai materiali di sintesi. L’uso del colore nei monumenti marmorei è d’altronde ampiamente documentato: sappiamo, ad esempio, che vividi colori rossi e blu erano notazioni costanti della decorazione architettonica classica dell’Acropoli e che i triglifi – come l’esemplare di Eloro dimostra – erano dipinti di blu. La trattatistica antica, del resto, dimostra come il problema della protezione superficiale delle pietre per aumentarne la durabilità fosse molto avvertito. Non un episodio isolato dunque quello descritto, ma un pagina particolarmente importante nella vicenda delle patine protettive, che nel dibattito attuale [del 1989, n.d.a.] scredita il pregiudizio classicistico negativo della policromia nella scultura e nell’architettura dell’antichità e che, come qualche archeologo fa notare, ha radici rinascimentali, ma è dovuto soprattutto al pensiero del Winchelmann che attribuì le policromie a forme arcaiche dell’arte”. [Il testo è in parte estrapolato dal Bollettino Camerale di Ravenna, sopra citato, quale contributo dell’autore alla partecipazione del convegno internazionale su “Le pellicole ad ossalati: origine e significato nella conservazione delle opere d’arte” (organizzato a cura del Centro CNR ‘Gino Bozza’ di Milano, il 25-26 ottobre 1989]. COLONNA PIZZUTA “Sorge su una collinetta in faccia al mare Jonio a circa settecento metri dagli avanzi di Eloro. E’ così chiamata perché si ritenne che originariamente avesse avuto forma a guglia o “pizzo”. E’ alta metri 18 con una circonferenza alla base di metri 3.90. Sorge su un basamento a 4 ordini di gradini alto metri 1.70 al centro di un platea rettangolare che misura metri 19.30x11.20. Si sconosce l’origine esatta del monumento ma pare debba trattarsi di un ossario eretto dai Siracusani a ricordo della vittoria riportata nel 413 a.C. sugli eserciti Ateniesi capitanati da Demostene e Nicia i quali perirono in quella battaglia”. “Il sospetto che sotto il monumento potesse esservi una cripta, spinse l’archeologo Paolo Orsi ad eseguire una minuziosa esplorazione. Si trovò effettivamente la cripta costituita da una stanza quadrangolare da metri 2.55x2.75. Furono trovati due letti funebri sui quali giacevano due guerrieri uno dei quali teneva in mano un bronzo di Jerone II. L’ipogeo, classificato del terzo secolo, è in contrasto con la stele che appartiene al V. Il monumento ha subito delle trasformazioni e il mistero si addensa per la presenza dei due guerrieri. Essi, appartenendo al III secolo non potevano essere caduti nella battaglia dell’Asinaro. L’ipotesi più attendibile rimane quella di Paolo Orsi il quale pensa che, data la preesistenza del monumento, nel III secolo sia stato trasformato in heroa per la glorificazione di illustri defunti. Dall’aspetto della collinetta sulla quale sorge il monumento c’è da pensare che essa sia tutto un immenso ossario di guerra. Sulla stele è murata una lapide in marmo del 1795 a ricordo dei lavori di ricostruzione e di rafforzamento che allora furono eseguiti per volere di Ferdinando di Borbone”. [Fonte: Gaetano Passarello, “Guida della città di Noto”, Noto 1962]. Fin qui la storia. Ora il reato di discarica abusiva. A seguito delle precise direttive impartite dal comandante provinciale, colonnello Carmine Canonico, militari dipendenti della Tenenza di Noto, al termine di pregressa attività alla quale ha dato impulso il comandante della Tenenza di Noto, tenente Serena Aveta, hanno sottoposto a sequestro una discarica ove erano state abbandonate due cabine di ascensore appena dismesse da una struttura alberghiera della zona. La particolarità (in negativo) è che stavolta è stato scelto come luogo occasionale per abbandonare i propri rifiuti la Colonna Pizzuta di Eloro. Scrive il mio amico Biagio Iacono, direttore de “La Gazzetta di Noto”, commentando l’inqualificabile e spregevole gesto: “Avete capito bene: proprio quella che sorge in contrada Eloro di Noto Marina, che risale alla seconda metà del III secolo ed ha visto civiltà greche e romane e che, al giorno d’oggi, vede anche l’inciviltà di essere utilizzata dal solito furbo come personale discarica. Peccato che stavolta il solito furbo tanto furbo non è stato visto che non ha pensato quantomeno di togliere la ‘targhetta identificativa’. Infatti tali apparecchiature sono soggette a rigorose norme sia per l’installazione che per i collaudi finali. In pratica ogni ascensore risulta contraddistinto da un particolare numero di matricola che identifica anche il luogo di installazione. Per i militari della Guardia di Finanza, che erano stati attivati da una segnalazione, il passo è stato breve e, a seguito delle indagini, hanno sequestrato l’area ed hanno deferito alla Procura della Repubblica di Siracusa due persone. Si tratta del rappresentante legale della ditta che ha curato la sostituzione degli ascensori e del titolare della struttura alberghiera che dovranno rispondere del reato di abbandono di rifiuti e che rischiano fino a tre mesi di arresto o l’ammenda fino a ventiseimila euro”. Recita l’antico ammonimento: “Nenti fari ca nenti si sapi” [Se nulla farai nulla si saprà].



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