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Val di Noto. Un patrimonio da salvaguardare
12-06-2007
Ercole Noto

Era impressionante vedere la velocità con cui il “contatore” registrava le adesioni all’appello di Andrea Camilleri, contro le trivellazioni nel Val di Noto, lanciato il 7 giugno sulle pagine on line del sito “repubblica.it”. Un passa parola attraverso l’uso dei mezzi tecnologici che in poco più di trenta ore ha fatto registrare oltre ventinovemila adesioni all’iniziativa. E non è finita. E il motivo di tanto successo è da ricercare oltre che nell’intervento dello scrittore di Porto Empedocle, amato e apprezzato in tante parti del mondo [basti vedere le copertine di tutte le edizioni dei suoi libri pubblicate in Italia e all’estero, a far data dal primo romanzo, “Il corso delle cose” (Lalli,1978), fino ai nostri giorni], alla sensibilizzazione della gente, che da ogni parte dell’ecumeno ha voluto testimoniare la propria partecipazione alla salvaguardia di una parte della Sicilia, per certi versi “incontaminata”, la Val di Noto [una vasta area geografica intorno a cui gravita no otto città importanti per le testimonianze dell’architettura del tardo Barocco], rappresentativa di quanto di più prezioso ancora ci rimane: il clima, l’ambiente, le risorse naturali e paesaggistiche, il patrimonio culturale; quest’ultimo sfigurato, svenduto, scempiato, e, soprattutto, mal tutelato, e della cui salvaguardia l’opinione pubblica si fa carico aderendo a simili lodevoli iniziative. Una volta tanto, come sostiene lo scrittore nel suo appello, vogliamo “far vincere lo sdegno, il rifiuto, la protesta, l’orrore di tutti, al di là delle personali idee politiche”, affinché sia revocata in modo irreversibile quella contestata concessione di sfruttamento del sottosuolo nel Val di Noto, e “facciamo anche che sia sempre resa impossibile ogni ulteriore iniziativa che possa in futuro violentare e distruggere, in ogni parte d’Italia, i nostri piccoli e splendidi paradisi. Nostri e non alienabili” (Camilleri). E’ di questi giorni l’assegnazione delle “5 vele”, della Guida Blu 2007 di Legambiente, pubblicata dal Touring Club Italiano, il cui ambìto apprezzamento è andato particolarmente a quelle località che si sono distinte per bellezza del paesaggio e qualità delle acque - e Noto figura fra le 10 città “balneari” insignite del massimo riconoscimento - perchè, secondo le valutazioni, gli amministratori hanno saputo coniugare una corretta gestione del territorio con interventi e politiche in linea con il rispetto dell’ambiente. No quindi alle trivellazioni gas-petrolifere e al mega eolico. Sviluppo, viceversa, di un’area che per le sue caratteristiche peculiari, siano essi culturali, paesaggistiche, balneari ed enogastronomiche, si presta molto bene a potenziare un turismo di qualità. Nelle motivazioni del riconoscimento uno dei punti di forza è l’Area Marina Protetta di Vendicari, che ha come finalità principali quella di consentire la sosta e la nidificazione dell’avifauna, durante la migrazione dai paesi freddi dell’Europa verso l’Africa e viceversa, “la protezione di valori biologici ed ecologici nel tratto di mare interessato, il monitoraggio, la ricerca, l’educazione e l’addestramento, per approfondire le conoscenze sull’ambiente marino”. E’ doveroso e opportuno qui ricordare che per la difesa di Vendicari, sono stati impegnati in prima linea i responsabili delle associazioni ambientaliste più accreditate, dal LIPU al WWF, uomini di carattere e di forte personalità come Bruno Ragonese, fondatore dell’Ente Fauna Siciliana, che non hanno sottostato a compromessi, ma sensibili alla salvaguardia della natura, negli anni caldi dello scontro con chi voleva distruggere questo ambiente, hanno contrapposto la loro azione decisa e coraggiosa, senza la quale quasi certamente questo meraviglioso tratto di costa sarebbe stato annientato dal cemento. La riserva di Vendicari è certamente una delle zone umide tra le più belle della Sicilia e tra le più importanti d’Italia. Un ecosistema incuneato come “nu brillanti” sull’area di tre grandi pantani, “circoscritto da cordoni rocciosi costituiti da un basamento di arenarie del Pliocene superiore e poi da argille e sabbie cementate del Tirreniano, che arrivano a quote anche di una quindicina di metri sul livello del mare, nel cui tratto del litorale sabbioso della duna consolidata cresce una diversità floristica e vegetazionale concentrata su di un’area sostanzialmente ristretta, che non può non riflettersi sulla diversità biotica più in generale di Vendicari” (F. Corbetta). Solo per citare qualche specie: l’euforbia marittima, il ginepro coccolone, ormai raro in Sicilia e molto diffuso nella riserva; lo spazio villoso, il fiordaliso delle spiagge, o la mandragora, in piena fruttificazione nel periodo autunnale; si tratta di una specie tossica e allo stesso tempo di uso terape utico. Nella riserva è possibile vedere inoltre diverse specie di orchidee a farfalla: da quelle più vistose nella flora mediterranea, a individui poco frequenti, del tipo albino. In corrispondenza del cordone dunoso cresce a cespugli, oltre alla tipica macchia mediterranea, il finocchio spinoso in associazione con la calcatreppola marittima. Da segnalare inoltre la presenza del suggestivo giglio marino, pianta tipica della vegetazione delle sabbie costiere, e il giaggiolo bulboso, che in coincidenza con la sua fioritura conferisce toni vivaci al paesaggio autunnale del mite clima siciliano. [La citazione delle specie vegetali è tratta da: “Vendicari – Le riserve di Sicilia”, pubblicazione scientifico-divulgativa dell’Ente Fauna Siciliana (a cura di), Edizioni Arbor]. Ambienti umidi, rocciosi e sabbiosi che danno vita a una vegetazione e a una fauna estremamente variegata che rappresenta un grandissimo patrimonio genetico da salvaguardare per le future gnerazioni. In particolare vi vivono mammiferi ed altri vertebrati; da quelli più conosciuti: il coniglio selvatico, la lepre, il riccio, la donnola nana, l’istrice, la martora; a quelli meno noti: il gongolo, una sorta di lucertolone che diventa attivo solo quando il sole è veramente infuocato, o il colubro leopardino, considerato il più bel serpente dell’erpetofauna siciliana. Da segnalare inoltre la presenza della tartaruga palustre abbondante soprattutto nei piccoli pantani retrostanti l’arenile di Eloro ed ecologicamente collegati alla foce del Tellaro: siti di interesse archeologico menzionati spesso sulle pagine di codesto sito web. Nei sopralluoghi fatti dall’Ente Fauna Siciliana, Bruno Ragonese ha scritto di “avvistamenti al largo delle coste di Vendicari di esemplari di mammiferi marini: alcuni toponimi (per esempio Punta Bove marino) fanno pensare infatti alla presenza della foca monaca. Non mancano ritrovamenti di parti scheletriche di cetacei insabbiate soprattutto lungo l’arenile prospiciente il Pantano Roveto; resti scheletrici di volta in volta consegnati all’Istituto di Zoologia e di Anatomia Comparata dell’Università di Messina”. E continua dicendo che “è stato possibile imbattersi anche nella tartaruga marina della specie Caretta caretta, spiaggiata per le ferite riportate e dopo le cure nel centro recupero dell’ente faunistico restituita al suo ambiente naturale”. Ma Vendicari non va vista solo come oasi per gli uccelli. Rilevante in questa area sono i segni della presenza storico-culturale ed archeologica dell’uomo vissuto in questa zona sin dai tempi antichissimi, in un habitat rigoglioso alla foce del fiume Tellaro, da cui prende il nome la Villa omonima tardoromana, meglio conosciuta alle recenti cronache per la triste storia dei suoi mosaici policromi che in tanti aspettano ancora di poter vedere nel suo sito originario; forse a giugno dell’anno che verrà. Una petizione simile a quella edita da “la Repubblica” contro le trivellazioni nel Val di Noto, riuscirebbe a sortire per i mosaici della villa del Tellaro lo stesso eclatante effetto di pungolo? Certamente non basta aver riconquistato le “5 vele” per valorizzare un’area geografica. Spetta alla politica il compito di esaltare le caratteristiche peculiari di un territorio facendone volano di sviluppo e di ricchezza. Il turismo nel mondo cresce e i benefici economici si avvertono anche in Italia; o almeno in quella parte della penisola dove meglio sanno sfruttare l’onda lunga del turismo culturale. Un contributo alla crescita tendenziale del Pil calcolato in 8 punti che sprona ad attivare tutti gli strumenti dell’offerta per essere protagonisti di questa irripetibile occasione data vincente nelle dinamiche della globalizzazione. Il Bel Paese è pieno di attrazioni culturali e turistiche, basta saperle adeguatamente valorizzare. Anche nel sud-est della Sicilia, riconosciuta dall’Unesco “patrimonio dell’umanità” per il barocco e i siti archeologici, ma che tuttavia non sanno valorizzare appieno, il dibattito si rinfocola per rilanciare un “sistema moderno di marketing t erritoriale”. « Quando così non è, ci si ritrova, invece, a gestire una bellezza tramandataci che “motu proprio” ha sempre garantito un richiamo inerziale il quale, prima o poi, tenderà ad affievolirsi e con esso quella presenza turistica che tutti invece vorremmo fosse consistente e duratura » (S. Mazzara). E difatti la domanda che di frequente arrovella il cervello degli amministratori pubblici è capire come mai “in altri luoghi d’Italia con molto meno si sono costruite economie robuste e attività produttive che hanno riconvertito le vocazioni territoriali in maniera significativa”, mentre nel sud del Paese tutto ciò non è ancora realizzabile! Occorre – come suggerisce il vicesindaco di Caltanissetta, Fiorella Falci (La Sicilia, 10 maggio) - costruire un piano strategico di sviluppo per il futuro che punta su identità e cultura, per caratterizzare i requisiti di innovazione rispetto all’economia tradizionale; “si tratta di fare sistema”, in modo non episodico, motivand o le scelte di campo e mettendo in rete l’insieme dei mezzi di qualità e delle disponibilità produttive di cui una comunità dispone (dal paesaggio naturale e ambientale, al potenziale delle iniziative del divertimento e del tempo libero), che devono coniugarsi insieme a un sistema di accoglienza nei centri urbani e di piena fruizione delle risorse di un patrimonio culturale, “in cui si cimentino gli investimenti privati e le professionalità del territorio”. Ma non bastano le sole idee, ci vogliono anche i fatti, ovverosia i progetti per reperire i finanziamenti erogati dall’Unione Europea [‘na minnedda, cu trasi suca e si rifrisca li uredda]; (una mammella, in senso metaforico, a cui si ‘attaccano’ i politici di turno di stanza a Bruxelles e si rinfrescano le budella). Quella stessa Ue che bacchetta l’Italia sui gas serra, ma da cui non arriva nessun monito sull’adeguamento delle pensioni, o sui tassi d’interesse sui mutui, considerato che siamo i più tartassati e in coda nella classifica dei “cittadini europei”. E molto spesso presentare il progetto giusto, magari a seguito della “soffiata” dell’amico europarlamentare, significa avere in parte acquisito l’accesso ai fondi utili a far girare il volano della cultura, per mantenere, come nel caso di una città d’arte quale Ravenna, iscritta nella World Heritage List dal 1996, inalterato il “moto ciclico” della attrazione turistica e vacanziera, riconducibile, oltre che alla motivazione sancita dall’Unesco, per “l’insieme dei monumenti religiosi paleocristiani e bizantini, di importanza straordinaria in ragione della suprema maestria artistica dell’arte del mosaico” (…) ad altre iniziative collaterali (mostre d’arte, fiere, convegni, festival) che produrranno un ulteriore sviluppo economico. Non è più tempo di stare a guardare e trastullarci delle cose belle che abbiamo; è tempo di agire, naturalmente nel rispetto di tutto quanto ci circonda. Mario Soldati, nel primo dei tre viaggi in Sicilia, autunno 1968, a Noto Marina, in attesa di una pastasciutta, avanza “solo sotto il sole, attraverso l’asfalto dell’interminabile lungomare, sparso di rare casupole o baracche”, e fa la seguente riflessione. “Il mare, il vento, il sole, la spiaggia, la campagna con i suoi uliveti e con i suoi vigneti che arriva fino a qui…che cos’è, mi chiedo, il segreto della Sicilia, della sua estrema bellezza, del suo incanto misterioso e onnipresente? Non c’è alcun dubbio: questo segreto è lo spazio, la grandiosità [dei suoi] immensi orizzonti…D’altra parte, come siamo indietro in Sicilia. Prendiamo, ad esempio, soltanto il turismo. Quanto c’è da fare. Assale un dubbio atroce: resterà così bella, la Sicilia, il giorno che sarà invasa dal progresso? Oppure questa meraviglia è necessariame nte legata ad una relativa arretratezza? E anche se la riposta, come speriamo, è negativa: anche se la Sicilia diventerà in futuro un paese comodo non soltanto per i baroni ma per tutti quanti senza per ciò perdere la propria bellezza e la propria grandiosità, il progresso non dovrà forse, anche qui, passare, prima, attraverso la fase del cattivo gusto piccolo-borghese?”. [Mario Soldati, “Vino al vino”, Oscar Mondadori].



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