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Roma, Vittoriano : l’ascensore più brutto del mondo
19-06-2007
Francesco Paolo Arata

Roma, 12 giugno 2007

Se c’è a Roma un monumento, che solo da poco - forse - aveva cessato di far discutere gli addetti ai lavori (e non solo), questo è l’Altare della Patria, o Vittoriano che dir si voglia, la cui costruzione doveva celebrare nel 1911 il Cinquantenario dell’unificazione d’Italia e il suo artefice Vittorio Emanuele II. Fiumi d’inchiostro sono corsi da allora a criticarne l’architettura, dovuta a Giuseppe Sacconi, paragonata non a torto ad una macchina da scrivere, il suo classicismo ridondante e retorico, l’incongruo inserimento nel tessuto urbano esistente, nonché le distruzioni inconcepibili dell’intero quartiere medievale e rinascimentale che si arrampicava sul Campidoglio (con il folle sacrificio dell’impianto conventuale dell’Ara Coeli), premessa e giustificazione di quelle ancor più estese e profonde inferte alla città da lì a breve dal “piccone del regime”. In questi ultimi anni, grazie alla riapertura al pubblico del Monumento, alla rinnovata fruizione dei musei in esso contenuti, alle mostre di notevole richiamo qui ospitate, l’occhio dei romani si era fatto più indulgente, quasi benevolo nei confronti dell’ingombrante edificio, come nei confronti di un vecchia zia un po’ invadente ma bonaria, alla cui presenza in casa si è ormai abituati. Evidentemente questo processo di assimilazione, durato quasi un secolo, da alcuni sprovveduti non era però ritenuto sufficiente, né completo. Cosa di meglio allora che permettere la salita e l’affaccio sulle terrazze, ad oltre quaranta metri di altezza, dei visitatori per godere di una vista impareggiabile sulla città eterna? Nulla di male, si dirà, cosa c’è di negativo nel permettere a tutti (al non modico prezzo di 7 euro) questo incredibile spettacolo? Il proposito sarà stato anche dettato da buone intenzioni, ma alla luce del risultato il mezzo prescelto appare decisamente mediocre, il sacrificio culturale intollerabile. Fuor di metafora è proprio la realizzazione dell’ascensore che deve far gridare allo scandalo. Trattasi, infatti, di una struttura in acciaio e cristallo che s’appoggia alle spalle del Monumento svettando al di sopra di esso con una pensilina ovale, che ricorda nelle linee quelle ospitanti a Roma i capolinea degli autobus o, più prosaicamente, i recente mente smantellati “vespasiani” dei lungotevere. Da qualunque parte si guardi il Vittoriano questo orrendo cappello è visibile : da via del Corso fino a Piazza Venezia dove sbuca al centro della facciata; ai piedi della scalinata della Chiesa dell’Ara Coeli da dove la struttura svetta per tutta la sua altezza; dalla michelangiolesca Piazza del Campidoglio dove l’ascensore incombe minaccioso violentando l’elegante struttura laterizia della Chiesa dell’Ara Coeli e l’attico ornato di statue del Palazzo del Museo Capitolino; dalla terrazza del Pincio, da dove ora non è più distinguibile la torre campanaria del Palazzo Senatorio; e anche dal romantico verde affaccio del Palatino non si sfugge alla sua offensiva presenza. Ma come è stato possibile permettere la realizzazione di un simile mostro in dispregio totale del delicato equilibrio architettonico dei luoghi, dell’impatto ambientale sullo skyline urbano, della valenza storica, artistica, culturale e simbolica del Campidoglio e dei suoi edifici monumentali patrimonio dell’umanità? Chi lo ha promosso? Chi lo ha autorizzato? Si rimane veramente sconcertati, ed indignati, nel sapere che questo orribile e oneroso intervento edilizio (oltre un milione e mezzo di euro)sia stato fortemente voluto proprio dal Ministro per i Beni e le Attività Culturali della Repubblica Italiana Francesco Rutelli, evidentemente con l’avallo compiaciuto (?) dei massimi responsabili tecnici del suo Ministero. Nessuno, a quanto consta, che sia riuscito almeno in questa occasione a sollevare un piccolo dubbio, a mettere un freno al protagonismo vanesio del politico di turno. Nessuno che abbia avuto da eccepire sulle palesi contraddizioni del progetto, anche in termini di rispetto dei dettami del Codice dei Beni Culturali. Nessuno che abbia sentita la necessità di affermare una parvenza di deontologia professionale, d’affrancarsi da una vergognosa subalternità. Proprio nessuno, neppure sotto il profilo se non del buon senso, almeno del buon gusto, al punto che anche il Sindaco di Roma Walter Veltroni, che pure l’ascensore se lo è visto crescere sotto il naso, l’ha trovato “sobrio, elegante, lieve” (“La Repubblica”). In questo clima, poi, non sorprende certo il plauso pressoché unanime dei media, partecipi festanti e ciechi a questa ennesima stucchevole e sterile spettacolarizzazione della cultura, pronti ad alzare una complice cortina fumogena che impedisca la vista degli enormi problemi reali che affliggono l’amministrazione dei beni culturali italiani (che si riassumono nella scarsità strutturale di tecnici qualificati, nella vergognosa mancanza di finanziamenti adeguati, nella mortificazione e demotivazione delle professionalità, nella spesso incoerente programmazione degli interventi, in una strisciante conflittualità legislativa con altri comparti della pubblica amministrazione). Il timore, purtroppo fondato vista l’esperienza passata (come offensivamente sta a testimoniare l’abnorme e incongrua teca che racchiude l’Ara Pacis : altro non richiesto regalo di Rutelli alla città di Roma), è che anche in questa occasione potrebbero non bastare le tante voci autorevoli del mondo scientifico nazionale e internazionale a far rimuovere queste brutture, che sfregiano il tessuto urbano e certo non fanno onore alla storia e al ruolo del patrimonio culturale italiano.

Francesco Paolo Arata Archeologo



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