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La Val di Comino - Un Paradiso perduto? Viaggio nel degrado Ciociaro
25-06-2007
Luca Bellincioni

Fino a pochi anni fa la Val di Comino, situata ai margini della Ciociaria, ai confini con Abbruzzo e Molise, aveva preservato un paesaggio rurale con tratti assai peculiari e di grande bellezza, sicuramente il più integro del Basso Lazio, sub-regione che invece ha visto altrove il proprio territorio agricolo devastato dall’abusivismo edilizio e da uno sviluppo residenziale, commerciale e industriale caotico. Chi scrive se la ricorda come una zona di campagne ben coltivate, disseminate di eleganti ville sette-otto-novecentesche ed antichi casali, con lo sfondo maestoso dei Monti della Meta e delle Mainarde, versante laziale dello storico Parco Nazionale d’Abruzzo. Dopo qualche anno di assenza, sono tornato nella Val di Comino e purtroppo ho potuto notare come tale armonia sia stata spezzata. Come in tutto il resto del territorio laziale (e ovviamente non solo), anche in questa bella e verde conca, a lungo una sorta di “Ciociaria felix”, l’ultimo increscioso condono edilizio ha lasciato dietro di sé una serie di immani devastazioni, la cui portata ancora non è stata messa in luce dalla carta stampata locale, in verità assai più legata ai poteri della speculazione che alle ragioni dell’ambientalismo e del conservazionismo. Aggiungiamo a ciò che il comprensorio in questione - formato dai comuni di Atina, Alvito, San Donato Val di Comino (“bandiera arancione” del Touring Club), Picinisco, Gallinaro, Cardito, Settefrati, San Biagio Saracinisco e Vallerotonda – è caratterizzato da fenomeni di marcato spopolamento e da un atavico isolamento geografico, fattori che, rispettivamente, da un lato danno possibilità statisticamente scarse che vi si formino associazioni ambientaliste e che vi siano voci numerose verso la tutela del territorio, dall’altro fanno sì che gli scempi e il degrado avvengano in un contesto di autentica anarchia e deficit di controllo da parte delle istituzioni. Come monitorare efficacemente, infatti, un territorio così vasto e tuttavia così sconosciuto e così lontano da centri urbani importanti? Ad ogni modo, basta percorrere la strada che da Sora porta a Picinisco, passando ai piedi di Vicalvi, Alvito e Atina, per avere un quadro abbastanza chiaro di ciò che sta accadendo in Val di Comino. Abbiamo contato circa un centinaio tra scheletri in cemento o edifici rimasti incompiuti e in stato di abbandono, tutti nuovi di zecca o quasi, al massimo 3-4 anni di “vita”. Ecco l’effetto condono e post-condono. Arrivati infine a Picinisco, salendo verso il paese ci danno il benvenuto tre mostruosi, grigi scheletri di villette, mentre proseguendo per l’altopiano di Prati di Mezzo (che ospita una minuscola, sperduta quanto inutile stazione sciistica) si notano sulla destra, poco fuori il centro abitato, altre tre ville in stile indefinibile (a metà tra un rifugio e un’astronave) di cui due completate, ma degradate e in completo abbandono, e la terza, ancora, allo stato di scheletro. In quest’ultimo caso, però, le costruzioni sembrano decisamente “datate”: sarà stato l’effetto di un condono precedente?
Ecco insomma l’Apocalisse della Val di Comino. In alcuni casi si assiste alla deprimente immagine, in piena campagna, della villa ottocentesca o del casale bellissimo in pietra, in rovina, affiancati (probabilmente dallo stesso proprietario) da una triste villetta rosa, modernissima, col muro di cinta (rosa), le palme, la parabolica e il cane abbaiante. Più spesso però spiccano gli scheletri di cemento, che, se se lasciamo la Val di Comino e ci inoltriamo prima nel Sorano e poi nel Frusinate vero e proprio, si moltiplicano nel loro numero ad ogni chilometro percorso. Basta guardare a caso, su una collina, lungo la strada, sul fianco di una montagna in posizione panoramica (su cosa poi non si sa, sugli scali?): sono dovunque, alcuni anche con lo striscione con su scritto “in vendita”.
Benvenuti in Ciociaria. Capannoni sparsi dappertutto, cave gigantesche a ripetizione, tagli sconsiderati, abusivismo sfrenato, edilizia selvaggia, costruzioni “avveniristiche” accanto ai borghi medievali e alle celebri, antichissime “mura ciclopiche”. La Ciociaria rappresenta oggi un vero e proprio “manuale” del degrado paesaggistico. Un territorio un tempo meraviglioso e commovente, e oggi ridotto ad un miserabile mosaico di mediocrità edilizia ed ecomostri.
Ma, a ben vedere, in una situazione del genere ha ancora senso parlare di ecomostri? L’ecomostro “classico” è qualcosa di osceno che spicca in un quadro di bellezza e armonia. E allora sono ancora “ecomostri” le centinaia e centinaia di scheletri che imbrattano disgustosamente non solo – è ovvio – la povera Val di Comino, ma l’intera Ciociaria? Sono ancora “ecomostri” edifici, se così si possono definire, che ormai fanno parte del paesaggio ciociaro, presenti dappertutto, nelle pianura, sulle colline, sulle montagne? O forse sarebbe più adatto parlare di un “paesaggio ecomostro”, e cioè il paesaggio in sé che è divenuto un “ecomostro”? Gli scheletri in cemento (che ricordiamolo sono abusivi e – per legge – dovrebbero essere abbattuti) sono ormai un elemento caratterizzante del paesaggio ciociaro, come lo sono i cipressi per la Toscana, i vigneti per le Langhe, i campi di grano per la Maremma, gli uliveti per la Sabina. Praticamente un paese su due in Ciociaria può “vantare” uno scheletro (o almeno un edificio incompiuto) nel suo “tessuto urbano”, o nelle sue campagne. In alcune zone del Cassinate, del Frusinate e del Sorano (ma anche degli Ausoni e degli Aurunci) non si può nemmeno più parlare di “paesaggio”, poiché ciò che c’era prima è stato sostituito da qualcosa ancora “inclassificabile”.
Negli ultimi tempi si parla di rilancio del turismo in Provincia di Frosinone. Intendiamoci, nonostante il degrado, la Ciociaria, oltre alle rinomate terme, conserva monumenti e centri storici medievali magnifici e vestigia dell’antichità italica uniche in Italia; a ciò va aggiunto il superbo patrimonio forestale e montano, fatto di numerosi gruppi montuosi, dai monti del pre-Appennino (Lepini, Ausoni, Aurunci, Cairo) a quelli dell’Appennino più selvaggio (Simbruini, Ernici, Meta e Mainarde) dove vivono ancora l’orso, il lupo, il camoscio e l’aquila reale). Ma è il territorio nel suo complesso ad apparire oggi degradato e affatto impreparato per un turismo culturale ed ambientale. Le colline e le campagne (e la Ciociaria delle cittadine e dei borghi potenzialmente “turistici” è tutta lì) versano nello stato su descritto, con l’abusivismo a caratterizzare nettamente il paesaggio. I centri storici, da parte loro, sono stati spesso devastati nel Dopoguerra da un’edilizia raccapricciante, sebbene in alcuni casi con demolizioni mirate potrebbero essere recuperati spazi urbani e scorci storici pregevoli. Viceversa, alcuni tra i borghi meglio conservati sono invece oggi deturpati da opere assolutamente impattanti e contrastanti con la vocazione del luogo: è il caso vergognoso di Fumone, splendido villaggio medievale in pietra calcarea, dominato dalla fosca rocca Longhi-De Paolis (che vide la prigionia di Papa Celestino V), borgo dall’immenso potenziale turistico e tuttavia da decenni affiancato da un mastodontica antenna radiotelevisiva, che è un po’ il simbolo dell’incapacità della Ciociaria di gestire i propri beni culturali e ambientali.
Il rilancio del turismo, dunque, si è detto. Ma come si può parlare di rilancio turistico se oggi anche le zone di pregio della Ciociaria iniziano ad essere ormai chiaramente aggredite dalla speculazione, dall’abusivismo e dal degrado di quel cancro che è ormai il settore edile? Come si può parlare di rilancio turistico, se gli scheletri di cemento e le villette arancio e rosa hanno invaso (e invadono ogni giorno) la bella e struggente Val di Comino, ultima roccaforte del paesaggio agrario ciociaro, o la magnifica zona della Certosa di Trisulti e di Collepardo (bandiera arancione del Touring Club), cuore dei Monti Ernici, dove peraltro nell’arco di un anno, o poco più, sono state “rasate a zero” intere foreste di faggio e quercia?
E tornando infine alla Val di Comino, pensiamo che qui più che altrove sia possibile in concreto un intervento sperimentale di restauro del paesaggio, che passi in primo luogo dal “recupero” della legalità e quindi dall’abbattimento delle costruzioni abusive, vero e intollerabile scempio a questo territorio. Tale intervento crediamo debba essere avallato e sostenuto in primis dallo stesso Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, anche tenendo conto del prestigio (nonché del peso politico, economico e sociale) di questo storico parco. Operare oggi un restauro paesaggistico nella Val di Comino, che allo stesso tempo fosse accompagnato da un serio progetto di salvaguardia e valorizzazione del cospicuo patrimonio dell’edilizia rurale storica, avrebbe un grande valore simbolico per il riscatto dell’intero territorio ciociaro e come modello per un atteggiamento nuovo in tutta la provincia, per il restauro di quel che rimane del paesaggio del resto della Ciociaria. Allora sì che il turismo potrebbe divenire un fattore importante e verosimile per l’economia locale. Ma fin quando saranno i grigi scheletri di cemento a dare il benvenuto ai turisti, sarà lecito dubitarne.



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