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Abbattuto l'ecomostro di Gravisca a Tarquinia: un segnale importante per il Lazio e per l’Italia
16-07-2007
Luca Bellincioni

Nei giorni scorsi è finalmente giunta una notizia attesa da decenni, la demolizione dello sceletro di una palazzina a due piani che poggiava sul tempio etrusco di Gravisca, sul litorale di Tarquinia (VT). L'ecomostro, per vari cavilli burocratici e per mancanza di fondi, era rimasto lì per quasi 40 anni, un po' come il simbolo della speculazione edilizia che durante il Dopoguerra (e via via fino a tempi anche piuttosto recenti) aveva devastato e martoriato buona parte del litorale viterbese, con danni paesaggistici ed ambientali incalcolabili. Occorre tenere presente, infatti, che nei pressi dello stesso sito archeologico di Gravisca (zona peraltro arricchita da resti medievali e rinascimentali) si trova la Riserva Statale delle Saline di Tarquinia, un'area umida di grande interesse naturalistico e storico, legata all'epoca etrusca e romana. L'abbattimento di Tarquinia, risultato di una lista di "priorità" italiane redatta in sede ministeriale, risulta di grande importanza in primo luogo poiché avviene a non troppa distanza da quello dell'ecomostro pugliese di Punta Perotti, e in secondo luogo perché va a "depurare" una zona, il litorale laziale, caratterizzata da una lunga e radicata "tradizione" di abusivismo, speculazione ed edilizia selvaggia, come testimoniano - rimanendo all'Alto Lazio - i vari scempi perpetrati a Civitavecchia, Tarquinia Lido e alla Marina di Montalto (cui si aggiungono le due centrali elettriche di Torre Valdiga e Pian dei Galgani). Questi due elementi costituiscono un segnale serio, deciso e immediato all'impunità edilizia, atteggiamento troppo diffuso e tollerato in Italia e che ha man mano distrutto aree di grande importanza naturalistica, paesaggistica e archeologica e di potenziale vocazione turistica, e senza mai apportare quello "sviluppo" con cui questo malcostume è stato talvolta ignobilmente giustificato, ma soltanto - in tempi lunghi o brevi - il degrado. Per rimanere nel Lazio si pensi alla storia del litorale di Torvajanica, Ardea e Lavinio, in passato magnifico e purtroppo nel dopoguerra "macellato" per chilometri dal cemento di villette e palazzoni costruiti sulle dune (oggi uno dei tratti di costa più osceni del Centro Italia), e che da anni risulta per lo più vietato alla balneazione, con disperazione di tutte le attività turistiche connesse. Insomma, la demolizione di Tarquinia può essere un segnale forte. "Può", appunto, se ad essa seguiranno immediatamente altri abbattimenti in lungo e in largo in Italia, magari non soltanto in località famose o marittime (è il caso di Tarquinia) che hanno di per sé una certa visibilità, ma andando a scovare gli innumerevoli ecomostri sparsi nelle campagne sulle colline e sui monti della nostra Penisola. Pensiamo alle migliaia e migliaia di scheletri di cemento di ville, villette e capannoni che insozzano letteralmente regioni e sub-regioni intere, come ad esempio tutto il Basso Lazio e la Campania, e angoli un po' ovunque in Calabria, Basilicata e Sicilia. Tra tutti gli esempi possibili, come non citare gli abominevoli scheletri (cui si affiancano "strutture" turistiche di forme architettoniche - e cubature - indicibili e inqualificabili) che si possono ammirare dal Santuario del Redentore, sopra Maratea, nell'incantevole scenario del Golfo di Policastro, non lontano dalle pendici del Pollino? Crediamo che anche in questo caso si debba parlare di "priorità", anche se gli scheletri non hanno lo stesso effetto scenografico di una Gravisca o di una Punta Perotti poiché non sorgono direttamente sul mare o su un'area archeologica. Come testimonia la situazione di Maratea, tra l'altro, in molti casi gli scheletri si trovano ai margini o direttamente all'interno di parchi e riserve regionali, non raramente nel perimetro dei parchi nazionali, segno di un'aggressione indotta dal "prestigio" che assumono evidentemente i terreni limitrofi, od ovviamente interni, alle aree protette. Insomma, andare ad abbattere lo scheletro che il buzzurro arricchito del paese sperduto nelle montagne si è andato a costruire in posizione panoramica sulla valle o su una gola, nel bosco, accanto al borgo medievale, vicino alla pieve o all'abbazia di campagna, sarebbe un monito terrificante al malcostume dell'abusivismo e della ruspa che entra in azione e senza nemmeno la concessione edilizia perché magari "ha conoscenze al Comune"; sarebbe il segnale che le demolizioni possono arrivare dovunque. Si dirà: ma come individuare gli ecomostri nelle campagne? Tralasciando paradossalmente i doveri istituzionali delle amministrazioni locali (che nel 90% dei casi sono conniventi con l'abusivismo e la speculazione), certamente, soprattutto nel Meridione, la situazione è difficile, in quanto c'è un monitoraggio più scarso del territorio da parte di associazioni ambientalistiche, proprio perché esse stesse sono più rare. Ma in un'epoca in cui si esalta costantemente la tecnologia come la panacea di tutti mali, in cui si parla di globalità come se tutti gli angoli della terra, anche quelli più remoti, fossero in contatto continuo tra loro, è mai possibile non avere mezzi per individuare i problemi dietro casa propria? Ad ogni modo, attendendo che la tecnologia e la globalizzazione risolvano tutti i nostri problemi, e che i politici locali lascino la loro scrivania e si rechino sul posto, tuttavia un ottimo mezzo PRATICO sta divenendo pian piano l'escursionismo, un fenomeno sociale, in eccezionale sviluppo, che porta moltissime persone (quasi sempre sensibili all'ambiente), spesso lontane come luogo di provenienza, in zone magari isolate e per decenni lasciate all'arbitrio brutale degli abitanti locali, a volte con risultati disastrosi: ma basterebbe anche leggere le numerosissime guide escursionistiche che ormai trattano tutte le regioni d'Italia per accorgersi della descrizione di quello o quell'altro scheletro sparsi nel territorio. In altre regioni, invece, il monitoraggio è effettivo e ci sono centinaia e centinaia di testimonianze di scempi ed ecomostri (presunti o tali) pubblicate sul web o su giornali locali, da parte sia di singoli ambientalisti ed escursionisti sia di associazioni ambientalistiche ed escursionistiche.
Nel Lazio, ad esempio, la regione in cui risiede ed opera chi scrive, esistono ormai centinaia di associazioni di questo tipo che in pratica monitorano costantemente il territorio. E ci sono svariate testimonianze di ecomostri sparsi un po' ovunque nel territorio laziale, soprattutto nelle province meridionali, ossia in quelle di Frosinone e Latina. Tornando infatti un attimo all'ecomostro di Tarquinia, si era detto che anche la famosa Isola dei Ciurli (un grosso complesso di scheletri di ville che deturpano da decenni una delle campagne più belle della provincia di Latina) a poca distanza dal litorale di Fondi era tra le priorità italiane da abbattere, ma ciò ancora non è avvenuto. Forse (o almeno lo auspichiamo) anche questo orrore vedrà il suo epilogo nei prossimi mesi. Tuttavia, quanti e quali ecomostri imbrattano il territorio laziale! Volendo rimanere sempre alla tipologia dello "scheletro", si potrebbe fare una lista spaventosamente lunga, ma basterà qui citare alcuni casi piuttosto significativi, focalizzando peraltro l'attenzione solo sulle aree più pregiate della regione.
In un articolo da me recentemente pubblicato proprio su <>, descrivevo il degrado del paesaggio in Ciociaria, con particolare riferimento alla Val di Comino, forse l'area di maggiore interesse turistico-ambientale dell'intera provincia di Frosinone, e oggi punteggiata di scheletri di edifici sia abusivi sia legali, in questo caso in attesa di essere venduti, secondo una modalità assurda per cui si "investe" nello scheletro e poi si attende il compratore, deturpando però, intanto, un bene di tutti (il paesaggio) per un interesse eminentemente personalistico! Se tra tutti gli scheletri della Val di Comino e del resto della Ciociaria risulta difficile cercarne uno che spicchi a tal punto da essere indicato come l'"ecomostro per eccellenza", facciamo comunque qualche esempio, significativo in quanto coinvolge alcune tra le aree di maggior pregio della provincia di Frosinone. Nei pressi della Certosa di Trisulti, nel territorio comunale di Collepardo ("bandiera arancione" del Touring club) negli ultimi mesi sono stati operati tagli estesissimi che hanno scatenato molte polemiche per l'alterazione dell'angolo più integro e spettacolare dell'intera provincia di Frosinone: sull'altopiano di fronte alla Cartosa, a poca distanza dal vicino Convento di San Nicola, giace abbandonato da tempo lo scheletro di una villa mai realizzata, mentre a poca distanza dalla stessa Collepardo, provenendo dalla pedemontana ci dà il benvenuto, all'altezza di una curva, un altro scheletro di villa. Proprio di fronte al borgo di Piglio, invece, patria del vino doc Cesanese, spicca da decenni un gigantesco scheletro di una palazzina, ormai evidentemente pericolante, mentre nelle campagne ai piedi del paese (tra le più belle della Ciociaria) si trovano un po' nascosti dalla vegetazione, altri scheletri di ville mai terminate, quasi tutte nuove di zecca e risalenti all'ultimo "post-condono". Ai piedi del borgo di Picinisco, infine, in pieno Parco Nazionale d'Abbruzzo, Lazio e Molise, spiccano gli scheletri di tre ville a schiera, che danno anche qui il benvenuto ai visitatori.
In provincia di Latina, tralasciando i fin troppo numerosi scheletri che fanno mostra di sé un po' dappertutto nelle campagne, vogliamo anche qui concentrarci sulle zone davvero integre ed importanti a livello paesaggistico ed ambientale. A monte di Sperlonga, ad esempio, vanno evidenziati alcuni sbancamenti e manufatti comparsi negli ultimi tempi forse per ospitare qualche ciclopica villa, in un angolo splendido del litorale laziale (anzi, senza dubbio il suo tratto più bello) che è ormai preso d'assalto selvaggiamente dalla speculazione e dall'abusivismo: non sono questi prototipi di ecomostri che occorrerebbe contrastare immediatamente? Mentre a Terracina, Formia, Scauri e Minturno è ormai il degrado assoluto, sono poi da segnalare anche gli scempi nell'entroterra: basta fare un giro sui Monti Ausoni partendo da Monte San Biagio o (soprattutto) da Lenola per ammirare numerosi scheletri di ville (spesso piuttosto "attempati") dalle forme più diverse (nonché villette rosa con parabolica nuove di zecca accanto al casale in pietra abbandonato), anche nelle zone più recondite della montagna, basta guardare nella zona di Ambrifi. Sui Monti Lepini, invece, nelle campagne del borgo medievale di Bassiano si vedono (già dal belvedere del paese) alcuni scheletri di ville, mentre un po' ovunque nei paesi permangono veri "gioielli" in fatto di ecomostri risalenti al Dopoguerra (Cori ne possiede il campionario più vasto); sempre sui Lepini (ma in provincia di Roma), sulla passeggiata alla splendida acropoli megalitica e alla celebre "Porta Saracena" incombono due abominevoli palazzoni (o meglio scatoloni) grigi anni '60 o '70.
In Provincia di Roma, ovviamente, il discorso è ancor più complesso, e anche per la vastità del territorio i casi "tacciabili di ecomostro" nemmeno si contano e basterebbe citare il famoso acquedotto del "Dindarolo", il più classico degli ecomostri architettonici dal Dopoguerra, che tutt’oggi svetta sui tetti del borgo di Colonna, o, sempre sui Castelli (la zona forse più martoriata dell'intera provincia), il nuovo, gigantesco ospedale di Genzano, costruito pochi anni fa "a balcone" sul lago di Nemi... Ma rimanendo anche qui alle zone di maggiore pregio, occorre citare il caso poco conosciuto dei Sassoni di Furbara e del borgo di Sasso, località a poca distanza da Cerveteri e raggiungibili con la provinciale Sasso-Manziana: su questa strada, a ridosso dei Monti della Tolfa, in pochissimi anni (e in certi casi in pochissimi mesi), e sempre "grazie" al placet dell'ultimo condono, sono spuntate dal nulla innumerevoli ville e villette che hanno massacrato in brevissimo tempo un paesaggio magnifico, dominato dalle due enormi ed isolate rupi trachitiche dei Sassoni, uno scenario tra i più pittoreschi della campagna laziale; il vicino borgo di Sasso, invece, dominato da un'imponente rupe, è stato al contempo brutalmente sfigurato da un volgare complesso di villette a schiera, in una situazione assai simile a quella di Monticchiello ma che non ha ricevuto purtroppo la stessa attenzione. Sempre sulla strada, inoltre, si notano qua e la scheletri di edifici non realizzati o in via di edificazione. Ma un po' in tutto il territorio cerite si ha assistito negli ultimi 3-4 anni ad un'alluvione di cemento e strade, cui le amministrazioni locali non hanno saputo porre alcun freno (e soprattutto non hanno saputo prevenire), vicenda tuttavia che per la sua straordinaria gravità meriterebbe un'inchiesta.
Passando al Nord del Lazio, la situazione è fortunatamente assai migliore. Per cominciare dalla Provincia di Rieti, l'abusivismo è qui piuttosto raro, anche tenendo conto dei fenomeni di marcato spopolamento di un'area prettamente montana. Tuttavia in tutto il comprensorio della Sabina Romana e della Valle del Farfa sono visibili, sempre più numerosi, inquietanti episodi sia di degrado edilizio (ville e villette) sia di veri e propri scheletri abbandonati, soprattutto a ridosso dei paesi: un caso particolarmente fastidioso è la presenza di uno scheletro di una villa sulla strada tra Montopoli Sabina e la frazione di Bocchignano, un vero "cazzotto in un occhio" in un paesaggio ancora in gran parte "medievale" (quello della Sabina) che occorrerebbe salvaguardare con urgenza anziché lasciare deteriorare mese dopo mese. Altri piccoli casi di scheletri di ville e villette nelle campagne sono visibili già dalla Salaria, ma essi diminuiscono man mano che ci allontaniamo da Roma, come se la vicinanza alla Capitale di per sé giustificasse il proliferare di nuove costruzioni: ma se tutti i borghi della zona sono semi-disabitati! Situazione ben peggiore nella Tuscia (Provincia di Viterbo), una zona meravigliosa del nostro Paese, che vede tuttavia da qualche anno una vera e propria alluvione di cemento, in particolare attorno ai laghi, a Viterbo e sui Monti Cimini, nonché nelle aree più meridionali al confine con la Provincia di Roma. In un contesto ormai di lottizzazioni selvagge, qui la tipologia di ecomostro prende forme più diversificate e se vogliamo "sottili": nella Tuscia infatti sono piuttosto rari gli episodi di scheletri cementizi fortemente impattanti, fatta eccezione per il gigantesco scheletro nei pressi dell'altrettanto ciclopico (e assai discutibile sotto il profilo architettonico ed urbanistico vista la sua collocazione collinare) Ospedale di Bel Colle, e per i vari piccoli ma insolenti episodi di abusivismo nei dintorni dei paesi più piccoli, isolati e meno conosciuti e per questo meno controllati (vedi Blera, Barbarano, Capranica, ...) e soprattutto di quelli più vicini a Roma (ad Oriolo Romano nascono come funghi demenziali ville di campagna che si spingono inquietantemente nell'entroterra, mentre intorno a Monterosi il territorio ormai inizia ad assumere le fattezze di una periferia); qui l'alluvione cementizia è quasi sempre assolutamente legale, con i comuni che svendono il proprio territorio (spesso praticamente intatto) a mediocri e volgari progetti speculativi, concernenti sia singole abitazioni sia veri e propri complessi residenziali. Nella Tuscia, insomma, gli ecomostri dobbiamo andarli a cercare sotto una forma diversa: sotto la forma cioè, per esempio, dei tanti, troppi capannoni industriali gettati qua e là senza senno e pianificazione alcuna nelle più belle campagne della Tuscia, isolati in contesti ambientali e paesaggistici di eccezionale pregio; se ne contano a centinaia, e spesso raggruppati in miseri e minuscoli insediamenti produttivi, come "cattedrali (se così si possono definire) nel deserto", isolati, abbandonati a sé stessi, mal collegati e senza servizi, conseguenza dell'assurda pretesa di ogni comune di avere la propria zona artigianale ed industriale, magari a 5 km (o anche meno) da quella del paese vicino... In una regione talmente ricca di bellezze storiche, archeologiche e paesaggistiche come la Tuscia, ciò costituisce davvero uno sfregio intollerabile, soprattutto se pensiamo che tali agglomerati o singole strutture sorgono molto spesso nelle immediate vicinanze di siti archeologici o ambientali straordinari, caratterizzandone magari l'accesso stradale (un caso eloquente è il nuovo insediamento di grossi capannoni che spicca, tristemente tra i vasti campi di papaveri, nei pressi dell'incrocio per Ferento)... Certamente, il proliferare indiscriminato di capannoni (paradossalmente, molto spesso ospitanti attività agricole o ad esse strettamente collegate!) dalle fattezze assolutamente incompatibili con la bellezza del paesaggio circostante non sarà un buon biglietto da visita per il turismo della Tuscia: ma gli amministratori locali stentano ad accorgersene, ed anzi fervono dappertutto i progetti per nuove aree produttive (mentre quella di Viterbo, in loc. "Poggino", su cui invece si dovrebbe puntare per la sua posizione strategica, giace nel degrado!); e tuttavia ci chiediamo, dinanzi agli episodi più gravi di questo tipo non è lecito parlare di "ecomostri"? E non è lecito pensare ad una sorta di "rientro dall'errore" (di cui già si parlò ampiamente per il caso-Monticchiello) che porti ad un dislocamento di queste strutture, laddove palesemente incongrue, o quanto meno all'ammorbidimento del loro impatto paesaggistico?
Ecco, in conclusione, una breve panoramica degli ecomostri laziali nelle aree più integre e pregiate della regione. La demolizione dello scheletro di Tarquinia è un primo passo, ma ci sono voluti più di trent'anni. Dovremo aspettarne altrettanti per vedere nel nostro paesaggio il riflesso di una società e di un Paese più seri e civili? Intanto il territorio laziale e quello italiano in genere subiscono (tra residence, alberghi, ville, villette e capannoni) un'aggressione costante ed indiscriminata di nuovi ecomostri o presunti tali. Si rende palese, quindi, la necessità di modifiche nella legislazione attuale (evidentemente inefficace) che portino sia ad una pianificazione intercomunale delle forme e della localizzazione degli insediamenti produttivi, sia ad un immediato snellimento e ad una velocizzazione nelle pratiche di demolizioni di manufatti abusivi, pratiche che non possono attendere, in quanto concernenti reati che ledono gli interessi di un'intera collettività e le potenzialità di sviluppo turistico nel nostro Paese.



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