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in difesa dei beni culturali e ambientali

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Raccordo autostradale: cemento su Civitavecchia
17-09-2007
Gabriella Rossi

Sono un consigliere circoscrizionale di Civitavecchia e sono molto
preoccupata per dei beni culturali ed ambientali in pericolo in quanto la zona dove si trovano è oggetto di un mega progetto per una bretella di raccordo autostradale.
Vi riassumo la questione: la Vallata della Fiumaretta è stata oggetto, in questi ultimi anni, di interventi di bonifica, di riqualificazione, di risanamento idrogeologico, con il suo recupero ad una funzione di area a verde al servizio della città, tutto ciò grazie a dei fondi regionali;
si è provveduto anche al recupero delle Mole Settecentesche,
preesistenza di archeologia industriale, l'acquedotto innocenziano che fu voluto fortemente dal Sommo Pontefice Innocenzo XII, quest'opera ebbe inizio nel 1692.
Da un punto di vista più strettamente naturalistico, infine si è disposto il reimpianto di vegetazione autoctona, attraverso
interventi di ricostituzione di ambienti naturali.
Ebbene tutto ciò sta per morire perchè questa Vallata dovrà essere percorsa da un'opera inutile, utile solo per ricevere fondi.
In allegato un documento in cui sono riassunti i beni di maggiore interesse.



Notizie e caratteristiche naturali della Valle di Fiumaretta

La Fiumaretta e un piccolo corso d’acqua della lunghezza di appena otto chilometri, che prende il via con una un paio di ramificazioni iniziali, dalla località Le Larghe: la vallata sottostante alla strada asfaltata che, dal complesso delle Terme Taurine risale al Casale Tramontana.
Il nostro fiumiciattolo che, inizialmente, taglia un’ampia zona di orti, vigne e terreni utilizzati a pascolo, giunto all’altezza dell’autostrada (zona Santa Lucia), s’affossa nel terreno attraverso un intrigo di rovi, pruni selvatici e stracciabraghe sino al Ponte del Pisciarello, dove la natura del terreno si fa diversa ed il fosso da vita al suo angolo più suggestivo: un breve tratto appena dove la via d’acqua, discesa dalla Braccianese va incontro al Ponte del Pisciarello coperto di edera, e dopo qualche centinaio di metri rimonta l’altra sponda del torrente, prima che le pareti di pietra ristringano la valle.
Ed è qui, là dove il prato s’allarga, le querce si fanno possenti ed i cespugli radi, che la Fiumaretta scorre più tranquilla, tra banchi di rocce arrotondate, con i frassini, i pioppi e le tamerici che, dalle sue rive si specchiano sul fondo ghiaioso: un’ambientazione naturale degna dell’antico guardiano dell’acqua.
Da lì in poi, sino ad arrivare al ponte del Diavolo: ponte di epoca romana, posto all’altezza del Km……della provinciale Braccianese/Claudia, da vita alla splendida vallata de La Fiumaretta che, tutti o quasi tutti conoscono e che è, poi, la zona che a noi interessa maggiormente: alte pareti di roccia su entrambi i lati del tracciato fluviale, dove la parte idrografica destra si fa notare per l’assenza quasi completa di vegetazione, mentre al contrario, la riva sinistra è caratterizzata da un intensa copertura arborea ed arbustiva: con olmi e roverelle, anche di notevole grandezza, e cespugli di lentisco, di prugnolo selvatico, di perastri e fitti ginestreti.
A riguardo della bontà delle acque, poi, considerando che lungo le sponde del nostro torrente non si individuano costruzioni abitative di una certa importanza né scarichi fognari rilevanti, si è portati a pensare che le acque di questo fosso mantengano ancora un accettabile grado di purezza: almeno sino al Ponte del Diavolo.
Da Ponte del Diavolo in poi, purtroppo, La Fiumaretta perde le sue incomparabili caratteristiche ambientali, finendo per confluire nella zona portuale, colma dei liquami e carica di maleodoranti effluvi, raccolti attraverso il suo passaggio lungo il Depuratore Comunale.

E’ comunque, nel tratto “doc” della Fiumaretta che, oltre alle sue indubbie caratteristiche ambientali e scenografiche, troviamo anche le più interessanti particolarità storiche/archeologiche, ad iniziare dal Ponte del Pisciarello, sul quale, un tempo, ha transitato l’acquedotto traianeo e quello innocenziano; più avanti tratti ben conservati dello stresso acquedotto e di altre vie d’acqua ugualmente importanti, e poi, a metà strada le ben note mole per la macinazione del grano, ad oggi, finalmente in fase di ristrutturazione


Il Ponte del Diavolo

Il termine Ponte del Diavolo, diffuso in tutta l’Europa centro-occidentale, appare in buona percentuale connesso proprio con ponti romani o medioevali, dislocati su torrenti particolarmente vorticosi o ampi fiumi in corrispondenza di importanti vie di transito; il demonio ne è l’artefice e costituisce una costante minaccia per il pellegrino, confortato, al pari del viandante, dalle ricorrenti croci e cappelle distribuite sul suo cammino, quale monito a non lasciarsi mai perdere d’animo e a trovar sostegno nella preghiera nei momenti peggiori o meno favorevoli al viaggio.
Il nostro Ponte del Diavolo era posto a cavallo del Fosso Fiumaretta 8all’altezza del Km. 71,700 della strada che da Allumiere conduce a Civitavecchia), sino a quando, nel 1944, i Tedeschi in ritirata non lo fecero saltare in aria. Era ad una sola arcata in conci di pietra scaglia (ampiezza di m. 8.80), sorretta da due piloni, di cui rimangono alcuni avanzi inglobati nel calcestruzzo del ponte moderno della Provinciale Braccianese – Claudia.

(Pag. 207 – I Pellegrini nella Tuscia Medioevale: vie, luoghi e merci.)


L’acquedotto Innocenziano

Sul finire del secolo XVI, la Comunità di Civitavecchia, per far fronte alle sue necessità idriche, decise di ricostruire proprio quell’acquedotto romano che, l’Imperatore Traiano aveva voluto 16 secoli prima, allo scopo di rifornire d’acqua il porto di Centoncelle.
E’ come allora, il progettista dei lavori, arch. Carlo Fontana, per tale approvvigionamento penso bene di fare riferimento alle due sorgenti già utilizzate in precedenza: quella del Passo della Vecchia, attualmente detta dei “5 bottini”, ubicata nelle vicinanze del villaggio delle Cave Vecchie, e la sorgente della Trinità, posta nelle vicinanze del Romitorio della Trinità.
La costruzione di questa importante opera, propiziata dal Sommo Pontefice Innocenzo XII e sostenuta economicamente da…………..ebbe inizio nell’anno 1692. La via d’acqua che attraversava un territorio impervio e selvaggio si sviluppava su un percorso sinuoso di circa 24 miglia, pari a circa 35 chilometri attuali; superava 73 fossi e torrenti ed altrettanti ponti, tra cui il più imponente era quello che scavalcava il Fosso del Pisciarello, composto di 17 arcate per una lunghezza di 100 metri.
Durante i lavori furono aperti cave di pietra e materiali diversi, tracciate innumerevoli strade di servizio per il passaggio dei carri: di cui molte ancora utilizzabili a piedi ai giorni nostri, disboscate vaste aree collinari e perforate diverse gallerie, la più complessa delle quali fu quella che attraversava Monte Rovello, della lunghezza di mezzo miglio (700 metri circa), interamente scavata nella roccia.
Dopo molte difficoltà e grandi fatiche, nell’anno 1696, l’acqua potabile giunse a Civitavecchia presso il Ponte del Belvedere: un imponente acquedotto o viadotto, che ancora oggi, se pur provato dall’usura del tempo, possiamo ammirare insieme ai resti di altre strutture idrauliche (cunicolo, bottini e ponticelli), transitando sulla stradina che lascia via Terme di Traiano all’altezza di via E. Berlinguer, in direzione della zona delle Molacce e giunta proprio alle antiche mole, costeggia piacevolmente il Fosso de La Fiumaretta per un paio di chilometri.
Alla morte del Santo Sovrana l’opera fu condotta a termine dal suo successore Clemente XI e finalmente nell’anno 1702, tra la gioia di tutti i civitavecchiesi, il prezioso liquido arrivo al Fontanone del Vanvitelli al porto, ed a tutte le altre fontane della nostra città.
L’antico acquedotto, detto “a canale libero”, assicurò acqua purissima alla nostra città sino alla fine dell’800, e successivamente fu sostituito da una tubatura metallica che, seguendo in gran parte il medesimo percorso, ha continuato a rifornire Civitavecchia, almeno, sino agli anni cinquanta.



Le mole per la macinazione del grano

Sino all’arrivo dei mulini azionati a motore in epoca moderna, per i civitavecchiesi la macinazione del grano ha sempre costituito un grosso problema.
La mancanza attorno alla nostra città di corsi d’acqua, che permettessero il regolare funzionamento di queste mole, costrinse per secoli gli abitanti di Civitavecchia a ricorre alle macine che si trovavano lungo il fiume Mignone, le quali, pur attive quasi tutto l’anno, erano però dislocate in territorio cornetano.
E tutto questo con un forte aggravio di costi di trasporto e l’obbligo di pagare una gravosa tassa sul macinato alla stessa città di Corneto.
Alla fine di evitare tali inconvenienti più volte i civitavecchiesi avevano cercato di costruire macine in zona, ma, ostacolate dalla limitata portata d’acqua dei nostri fossi, le lodevoli iniziative rimasero quasi tutte senza utilità pratica; le mole finirono per funzionare solo per una breve parte dell’anno.
Oltre alle ben noti mulini sul fosso di Fiumaretta, di cui tra poco andremo a parlare, di certo, una delle strutture per la molitura del grano più antica del nostro territorio è quella costruita, sul finire del 1600, dalla città di Civitavecchia lungo il fosso Marangone, in zona Prato Cipolloso, di cui se ne possono notare i resti sulla riva destra del corso d’acqua.
A comprova dell’esistenza di questa vecchia mola, ancora oggi questa specifica località viene chiamata “La Moletta”; come viene chiamato “della Moletta”, il fossetto che scorre nei pressi.

(da I Segreti del Marangone di Mauro Tisselli – pag. 279 e 280)



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