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Beni culturali. Modelli di gestione, Fondazioni e Autonomie
22-09-2004
Libero Rossi

INTRODUZIONE AL CONVEGNO FP-CGIL
BENI CULTURALI: MODELLI DI GESTIONE, FONDAZIONI E AUTONOMIE

Alla vigilia del varo di quelli che considero gli ultimi atti della riforma di Giuliano Urbani, cioè il DM sull’organizzazione periferica del Mibac e la firma dell’atto di costituzione della Fondazione Egizio, abbiamo ritenuto necessario come Fp-Cgil procedere a un incontro pubblico per avviare una riflessione sui contenuti e sull’impatto che questi potranno avere sul “sistema” beni culturali. Tra gli atti significativi approntati da Urbani – anche se qualcuno piuttosto subìto come la Patrimonio spa – che in questo periodo di governo hanno trovato nel corso di quest’anno la via regolamentare citiamo: il D.Lgsv. 8 gennaio 2004, n. 3 che riordina il Mibac; la legge sul Cinema; il Codice dei beni culturali e del paesaggio (D.Lgv. 22 gennaio 2004, n. 42); il Dpr. 8 giugno 2004, n.173 con il regolamento sulle competenze dei Dipartimenti e delle Direzioni generali; la creazione dell’Arcus (legge 16 ottobre 2003, n.291) e oggi infine l’emanando DM di riorganizzazione delle soprintendenze, biblioteche e archivi (in cartella le nostre osservazioni). Mentre per alcuni di questi abbiamo rilevato gli aspetti innovativi e in qualche modo di scommessa come il Codice, la legge sul Cinema, la creazione di Arcus, per gli altri invece abbiamo sottolineato la forte connotazione accentratrice sul versante organizzativo-decisionale e la loro distonia con gli stessi Codice e Arcus. Gli aspetti del Codice che in questa sede ci interessano non riguardano l'inserimento di beni (piazze, siti minerari, strade, navi ecc.) o quelli dimenticati (la cultura orale), quanto piuttosto le capacità che hanno le strutture di corrispondere alle diverse attese: ricordo solo la questione dei piani paesaggistici e dell’intervento – a monte - delle Soprintendenze, cosa senz’altro positiva solo che…queste riescano a farvi fronte. Quello che ci sembra di dover sottolineare è che il Codice è avulso dall’organizzazione (così come lo era il Testo unico). Insomma dopo tanto magnificare ci saremmo aspettati, per tutto il settore dei beni culturali, soluzioni organizzative e mezzi adeguati. Invece riscontriamo tagli ormai insostenibili alle spese di investimento e di funzionamento, oltre al quinquennale blocco delle assunzioni (ma con il conseguente ricorso al lavoro di personale precario).
I tagli hanno defalcato la dote dei nostri Istituti di un buon 40% sull’ammontare della spesa del 2000 e oggi, se le cifre del Dpef saranno confermate dalla Finanziaria, vedrà aggiungersi un ulteriore 26%! La questione dei fondi riveste ormai caratteri di drammaticità che hanno fatto gridare lo stesso ministro Urbani il 19 agosto con un saremo costretti a chiudere gli Uffizi! Non conosciamo le cifre dello schema di legge di Bilancio che in questi giorni ri-scuote i Palazzi del potere mentre intirizzisce i gestori dei servizi per i tagli attesi dei fondi e delle risorse umane, nonché il personale in tutto ciò impegnato, che tuttora si vede privato del proprio diritto ad avere un contratto di lavoro.
Né, per tornare al Codice, risultano soddisfatti i richiami ivi contenuti alla “collaborazione” con gli enti territoriali e le regioni. Un tema questo caro a noi della Cgil, che negli anni passati ci aveva portato a richiedere, sull’onda della nascita delle regioni, un totale decentramento delle funzioni e del personale. Erano gli anni del trasferimento delle Soprintendenze bibliografiche, del Dpr 616 o degli istituti siciliani alla Regione. Da allora molta acqua è passata sotto i ponti e la speranza riformatrice delle regioni è ben presto autoaffogata, tuttavia è venuta fuori la necessità di una forte riaffermazione di linee e comportamenti unitari nonché univoci nei confronti della salvaguardia del Bene culturale: la nascita del Ministero con caratteri - almeno sulla carta - di esaltazione della tecnicità prima e la diramazione delle Bassanini dopo qualche lustro, insieme al duro giudizio sulla classe dirigente del Ministero, ci hanno condotto a chiedere lo “smantellamento” della struttura centrale e in sua vece una forte esaltazione dell’autonomia degli istituti periferici in coordinamento con le realtà locali.
Allora arrivammo a parlare di integrazione, se non degli uffici, delle politiche, ma il Parlamento e la Corte Costituzionale stanno delineando nuovi scenari: il Titolo V e le ultime sentenze in tema di valorizzazione (che dopo la lettura fattane dal Dpr. 112, è l’aspetto odierno della diatriba fra stato e regioni) sono volte ad affermare le rispettive competenze in linea con la relativa proprietà dei Beni…e quando questo si rivolgerà anche alla Tutela?
Richiamare sommariamente questi antefatti ci può servire almeno per sottolineare quella che per noi è una necessità, cioè che una politica di tutela e di valorizzazione dei beni culturali deve trovare nei luoghi di produzione/conservazione (programma di esistenza) forme di partecipazione delle istituzioni e dei cittadini, se non altro per risarcirli di un contesto. E se questo a qualcuno potrà apparire solo una rivendicazione filosofica (analitica o continentale?), non lo è sul versante delle risorse, in quanto oggi diventa sempre più ineludibile misurarsi con il duro linguaggio dei ragionieri.
La struttura organizzativa deliberata da Urbani non consente questi incontri, anzi sembra volta ad esaltare gli elementi di autoreferenzialità piuttosto che quelli di incontro con il territorio (scil.le forme di cooperazione previste dal D.Lgv.42). Lo stesso dibattito consumatosi in questi mesi e ultimamente sul Domenicale de ”Il Sole/24ore” si muove quasi in nostalgìa attorno ai perduti ruoli delle Soprintendenze di settore o viceversa presume la bontà delle Direzioni regionali o se queste “svolgeranno la conservazione programmata” secondo il disegno di Giovanni Urbani ecc. Il richiamo non è volto per dire chi abbia ragione e chi invece sbaglia (tranquilli, questi ultimi troveranno ben presto qualche revisionista in attività) quanto piuttosto per rilevare che il tema dell’incontro con le realtà locali non è un tema, ahinoi, appassionante.
Eppure su questo fronte le novità non mancano per tacere della Devolution, basterebbe ricordare la creazione e le potenzialità di Arcus quale sostegno ad iniziative di investimento territoriale (e che secondo l’Urbani-libro nei prossimi 10 anni dovrebbero ricevere - dal 3% - ben 2 miliardi e mezzo di euro e questo senza contare i mutui e il circolo virtuoso di energie e risorse che la stessa Arcus potrebbe mettere in movimento), altrimenti i ricordati Titolo V e le decisioni della Corte Costituzionale, la domanda turistica e le “nuove forme di gestione” che avanzano e sulle quali parleremo più avanti.
A questo punto porrei quasi una domanda retorica in merito allo svolgimento di due richiami assai forti venuti fuori da due diverse sedi: Senza cultura non c’è democrazia - così titolava “La Stampa” di Torino un pezzo di Federico Motta (presidente della Associazione italiana editori) con il quale presentava la due giorni degli Stati generali dell’editoria..sì quella chiusa in polemica con Urbani per i ragazzini che rubano le mele! (o meglio, più seriamente, per l’assenza di impegno sulla crisi dell’editoria). L’altro richiamo, la “…rinascita del cuore di New York, dalle ceneri delle Torri Gemelle, è affidato alla cultura” è di Roberto Grossi, Segretario generale di Federculture, nell’Introduzione al secondo rapporto annuale dell’associazione. In altre parole, le questioni inerenti la cultura continuano ad essere intese quali ordito e trama delle relazioni all’interno della società civile, così come continuano ad innervare le politiche pubbliche. Semmai ci sarebbe da disquisire sulla bontà o sugli obiettivi delle proposte finora realizzate: Giacimenti culturali, Fio, rientro dalla disoccupazione, lavori socialmente utili, società mista Ales ecc. costituiscono tappe di una sorta di calvario almeno sul versante delle energie mobilitate e dei risultati raggiunti, anche in termini di professionalità disperse. Comunque è fuori di dubbio che la cultura e i Beni culturali continuano ad essere le chiavi di volta per la crescita civile, culturale ma con una forte valenza economica e sociale. Qui non vale solo il richiamo alla crisi del turismo, sul quale ieri si è litigato a Genova o sulla crescita di presenze riscontrate nelle città d’arte o, infine, sulla scarsa ricettività per accogliere i cinesi e poi gli indiani ecc. o sull’uso/abuso che ne subiranno musei e Beni, che sono sicuramente questioni cruciali, quanto la possibilità di costruire attorno al sistema dei beni culturali una filiera di interessi, dalla ricerca, all’ educazione, all’innovazione, al marketing. Superando d’un botto la conservatoria e la Ronchey, sul campo stanno muovendo i primi passi i Distretti/Bacini culturali e quello di un artigianato “artistico” (la convenzione Urbani-Confartigianato o l’idea Cgil-Cisl, Direttore regionale, Arcus di riaprire le scuole-bottega qui a S.Michele).
Ma veniamo allo specifico: al richiamo sul necessario legame di questi istituti con il territorio e su come essi mettano in grado il Mibac di rispondere alla domanda sociale potenziale e non, il ministro Urbani risponde con la sua riforma articolata secondo l’insieme degli istituti del Mibac, qualcuno aggruppato (l’Etruria col Lazio), altri pensati di nuovo (tre Soprintendenze a Lucca, Lecce, Verona), altri ancora sistemati all’Innovazione e alcuni no ecc.. Continuando col personale, qualche regionale proviene dai ranghi amministrativi, uno dagli storici dell’arte e archeologi, nessuno dai bibliotecari/archivisti, mentre il resto sono architetti con una ribadita presenza nelle nomine dello stesso Urbani e dei capi dipartimento. Infine assistiamo al lancio di una messe di Fondazioni tra cui quella dell’Egizio dovrebbe trovare prossima realizzazione.
Si tratta di una istituzione di partecipazione (D.Lgv 20 ottobre 1998, n.368 e DM 27 novembre 2001, n.491), no-profit cui concorrono il Mibac, il Comune, la Provincia, la Regione, la Fondazione Cassa di risparmio di Torino e la Compagnia di San Paolo (e “sarà un’esperienza destinata a fare scuola nel mondo dei beni culturali del Paese”, così “La Stampa” dell’8 settembre). Ognuno di questi dovrebbe assicurare risorse: il Mibac da i Beni, il contenitore, il personale e le spese di funzionamento pari a quelle del 2003, gli altri soci – seguiamo sempre “La Stampa” – aggiungeranno 3 milioni di euro “una tantum”, al fine di assicurare ogni fondo necessario al Museo per il prossimo quinquennio, con l’obiettivo d’attrarre mezzo milione di visitatori l’anno, contro gli oltre 300mila attuali. Una volta che l’esercizio finanziario sarà a regime l’Egizio avrà un bilancio di spesa pari a 8 milioni e 770mila euro l’anno. I costi saranno coperti con 3milioni e 300mila euro provenienti dalle attività, ai quali il Ministero aggiungerà 3 milioni e 370euro, mentre gli altri soci erogheranno 2milioni e 100mila euro”. L’atto che dovrebbe essere firmato il 6 ottobre a Torino costituirà la Fondazione Museo delle antichità Egizie con l’incarico di “assicurare la gestione, la conservazione, la manutenzione, la valorizzazione, la promozione e l’adeguamento strutturale, funzionale ed espositivo del Museo”. Al di là dei toni un po’ sopra le righe, riconfermati ieri dallo stesso Direttore regionale che lancia anche la Fondazione per Venarla, Urbani è convinto della bontà di questa soluzione tanto da proporla per altri siti. Allora quali sono le perplessità? Intanto crediamo che siano nelle premesse e cioè che si parte da un giudizio sostanzialmente negativo sulla gestione di quel Museo e sulle scarse capacità di innovare che ha la struttura pubblica, e su questo in generale potremmo convenire ( anche perché la Fp-Cgil del Piemonte più volte ha denunciato lo stato di abbandono del Museo e le gravi responsabilità del Ministero) per sancire l’abbandono sul piano gestionale da parte della struttura pubblica. Cosa quest’ultima sicuramente che si ripercuoterà sull’erogazione dei servizi. Un limite da sempre denunciato sulle Fondazioni è l’autonomia di bilancio e di finanziamento, aspetti che talvolta le hanno rese simile ai classici carrozzoni pubblici senza averne più i caratteri.
In attesa di conoscere il business plan e l’atto convenzionale, non ci pronunciamo su quella sorta di accordo accessorio rispetto alla concessione d'uso dei beni, il quale deve stabilire le modalità di conferimento da parte del ministero e la tutela e l’ inventario di tutti i Beni, le clausole sociali dei fondatori, le aperture al territorio e, infine, le modalità di comando/trasferimento e garanzie del personale presente o dichiarato in esubero e il contratto per quello che sarà assunto.
Crediamo che da subito dovremo porre all’attenzione del Ministro le nostre richieste, che sono di mantenere il personale con l’attuale status giuridico così come è avvenuto con il personale degli Istituti di ricovero annessi alle cliniche scientifiche (Dpr.288 del 2001) che, seppur dipendente dalla Fondazione fino ad esaurimento, rimane dipendente statale. Sicuramente non sarà per noi pensabile avere regimi contrattuali diversificati per il personale scientifico e di custodia. Sono comunque questioni sulle quali attendiamo una convocazione.
Sulla scorta dell’esperienze fin qui consumate, ci sembra utile riaffermare che con queste esternalizzazioni è difficile che si ottengano risparmi, almeno se questo è l’obiettivo perseguito da Urbani, mentre se invece l’obiettivo è un recupero di livelli di efficacia nel servizio altri potevano esserne gli strumenti, in primis responsabilizzando la dirigenza e rompendo vincoli e regole autoreferenziali di una pubblica amministrazione che fatica a modernizzarsi. Insomma la forma autonomia ci sembra che trovi maggiore forza a patto che non sia zoppa come quella attuata a Pompei e proseguita con quella dell’archeologica Roma e dei Poli museali.
Da Pompei alle altre autonomie
L’autonomia è stata conferita dalla legge 8 ottobre 1997, n.352. Con questo atto si assicurava a Pompei “l’autonomia finanziaria (…) ad eccezione delle spese relative al personale”. Oggi su quest’ultimo punto si insiste, per dire che l’autonomia si è incagliata. Anche se l’affermazione non è peregrina, diciamo che gli elementi sono più d’uno e che potremmo farli risalire agli organi previsti dal legislatore: Consiglio di amministrazione, Comitato – organo “composto dal soprintendente, dal responsabile amministrativo, dal rappresentante della Provincia, da uno della Regione e dai sindaci ricompresi nel territorio della Soprintendenza con il compito di esprimere pareri e di formulare proposte sui progetti e sulle iniziative volte a valorizzare le aree archeologiche e con funzioni propositive, di coordinamento e di scambio di informazioni e di conoscenze” - e Collegio dei revisori dei conti. I quali non hanno trovato canali di realizzazione: un Comitato perlopiù clandestino, un consiglio di amministrazione assolutamente interno, le questioni legate alla dirigenza scientifica e amministrativa (che ha accusato ridotti terreni di dialogo) insieme alle ridotte capacità di “autodeterminazione” del dirigente di Pompei, i cui poteri sono sicuramente inferiori a quelli dei Direttori regionali e Generali. In attesa di conoscere meglio la situazione attuale da Piero Guzzo, vorremmo ribadire come questa forma di autonomia, opportunamente rivista (magari seguendo le indicazioni che diede il Consiglio nazionale sulle strutture autonome nell’ambito della discussione sul regolamento del Dpr.441/2000), costituisca un modello di segno diverso rispetto alle forme di de-statizzazione e di esternalizzazione, dove può diventare possibile affermare una reale autonomia dal Centro-amministrazione centrale, una gestione completa del Bene, del bilancio-contabile-amministrativo e del relativo personale. Allo stesso tempo consente di sperimentare integrazioni con le altre realtà territoriali attraverso progetti specifici di sviluppo, magari con forme occupazionali a-pubbliche ma con gli stessi istituti e diritti, relativi fondi per la produttività, per progetti, secondo orari di apertura ecc.
Da quanto siamo venuti dicendo, dovrebbe apparire chiaro come continui a mancare un centro del sistema capace di ragionare e pensare in termini di sistema appunto dove tutti gli elementi concorrono/assicurano il funzionamento dello stesso.



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