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Il Palatium delle pietre antiche
08-11-2007
Ercole Noto

L’equazione Teodorico-Ravenna induce a pensare ai fasti di quel periodo storico (ca. 454-526), i cui monumenti, ancora oggi visibili, rappresentano la più alta testimonianza di un tempo lontano. A Teodorico, re dei goti, si deve la costruzione del suo mausoleo: austero e imponente, un tempo si ergeva solitario; “da una parte gli scorreva vicino il canale che congiungeva il Po col lido di Classe e dall’altra gli batteva da presso l’onda del Mare Adriatico” (G. Bovini). Il monumento, particolarmente ricordato per la cupola monolitica in pietra d’Istria, suscita ancora in chi lo guarda grande meraviglia, e varie sono le questioni e le vicende che ha sollevato attraverso i tempi. Non sappiamo se il mausoleo fu ultimato da Teodorico o dai suoi successori, o rimase incompiuto; vari studiosi hanno ipotizzato, con parecchi tentativi grafici, l’aspetto che il monumento avrebbe dovuto originariamente avere nel piano superiore. Il fascino dei ruderi archeologici, particolarmente sentito nel Settecento, richiamava l’attenzione verso il grande sepolcro abbandonato, che vari disegni raffiguravano interrato sino all’imposta degli arc hi del primo piano, soprattutto per gli straripamenti del vicino fiume Badareno, per il quale nel 1748 si tentò di prosciugare l’area attorno e costruite nel 1774 due scale onde accedere alla porta della camera superiore, che conserva un’urna romana in porfido rosso. Ma al re ostrogoto vengono assegnate altre vestigia, come quelle del palazzo a lui riconducibile, che ci aiutano a conoscere, probabilmente meglio, quel discendente di popolazioni barbariche che occuparono il suolo italico. Liberatosi dalla presenza scomoda di Odoacre, pare, secondo la tradizione storica, in occasione di un banchetto - di cui esiste peraltro una raffigurazione artistica, “Morte di Odoacre”, attribuita allo scultore Alessandro Rivalta [Corrado Ricci, “Guida di Ravenna”, Zanichelli 1923] - potè liberamente dedicarsi a governare. Atteggiandosi a continuatore della grandezza degli imperatori romani, diede impulso all’attività costruttiva. Il monogramma di Teodorico scolpito su alcuni capitelli in marmo greco d’edifici d’epoca teodericiana, reimpiegati e visibili a Ravenna nelle colonne del loggiato del palazzo comunale, è da interpretare come propaganda dell’impulso che Teodorico diede all’attività costruttiva, in special modo all’edilizia ecclesiastica. A Ravenna e a Roma fece compiere importanti lavori di manutenzione delle mura e di restauro degli antichi edifici pubblici. Elementi in piombo di una conduttura dell’acquedotto restaurato da Teodorico furono rinvenuti nel 1938 all’incrocio tra Via di Roma (già Corso Garibaldi) e Via Alberoni, in area considerata palaziale per i ritrovamenti archeologici attribuiti alla sua dimora, ed esposti, insieme ad altri materiali provenienti dallo stesso scavo, al Museo nazionale di Ravenna. Una fistula plumbea reca a futura memoria la seguente iscrizione latina: D(omi)n(us) rex Theodericus civitati reddidit. A lui si devono anche molte altre opere per il servizio dell’agricoltura e il cosiddetto Edictum Theodorici Regis, che mira a riaffermare le leges romanae e a integrarle con nuove norme. Al grande sovrano è appartenuto a quanto pare un ornamento d’oreficeria intarsiato di minute granate orientali, meglio noto come corazza di Teodorico; un cimelio perduto, forse poco conosciuto al grande pubblico. Il pettorale, costituito da due “valve” d’oro, non era probabilmente una corazza vera e propria, ma l’ornamento in oro di un corsetto realizzato in materiale diverso, tessuto o cuoio. Il motivo dell’ornamento aureo, di cui rimangono pochi frammenti, evidenzia nella lavorazione a filigrana il motivo schematizzato a tenaglia che costituisce il leitmotiv della decorazione della fascia circolare di coronamento della copertura monolitica del mausoleo. Il prezioso cimelio, rinvenuto nel maggio del 1854 negli scavi del Canale Corsini, non lontano dal mausoleo, sotto uno dei tumuli dell’ordinaria colma del mare (C. Ricci), fu portato ed esposto al Museo nazionale da dove venne trafugato nella notte del 20 novembre del 1924, assiem e ad altri reperti, quale l’antico sigillo di Ravenna. Inutile fu l’accorato appello tendente alla restituzione della preziosa refurtiva. A Ravenna, capitale dell’Impero d’Occidente, Teodorico volle far costruire il suo Palatium – adiacente alla basilica di S. Apollinare Nuovo – che i cronisti antichi descrivono splendido di marmi e di policromi mosaici, a decoro di raffinati ambienti di rappresentanza, come il triclinium ad marem. Di questo particolare ambiente triabsidato, esiste al museo statale un grande acquerello del disegnatore A. Azzaroni, con inserti, dipinti con la stessa tecnica, dei pavimenti ritrovati a mosaico e a tarsie marmoree, riconducibile agli scavi della parziale scoperta del “palazzo”, condotti da Gherardo Ghirardini (1875), che si protrassero dal 1908 al 1914; di quel dipinto mi occupai personalmente nel 1976, in occasione della imminente riapertura del Museo nazionale, chiuso nel frattempo per restauri, effettuando, sulla base dello stato di conservazione del supporto cartaceo, i primi interventi di pulitura a secco, per rimuovere la polvere e lo sporco, e il successivo trattamento preventivo contro attacco biologico. A proposito del Ghirardini è interessante riportare in sintesi, con licenza del lettore per l’intermezzo, qualche passo estrapolato dal carteggio di Felice Barnabei, in “Le Memorie di un archeologo”. Si ricorda che all’epoca, siamo alla fine dell’Ottocento, Barnabei era direttore generale al ministero dell’Istruzione, con incarico presso la Direzione Generale delle Antichità. Barnabei nel suo carteggio annota: “venerdì 3 novembre 1899. Viene da me Ghirardini. E’ noioso, e furioso. Dice si deve mantenere la promessa che il ministro gli fece sino dall’anno passato. In effetti, fin dal 1897 il Ghirardini premeva per un suo trasferimento a Padova come ordinario di archeologia e perché gli fosse conferita contestualmente la direzione degli scavi e dei musei del Veneto: ciò risulta da una lettera e da un promemoria inviata dal Ghirardini a Felice Barnabei in quell’anno; pare che realmente il ministro Baccelli aveva preso degli impegni col Ghirardini, ai quali sembra fosse stato del tutto estraneo il Barnabei”. Wolfang Helbig e altri scienziati di fuori che vivevano in Italia, consideravano il politico on. Barnabei utile perché accordava con grande liberalità agli archeologi stranieri i permessi per studiare nei musei; per questo opportunismo scientifico lodavano il Barnabei che faceva valere queste lodi contro i suoi avversari italiani. Dopo la pubblicazione dei ‘Monumenti’ relativa alla necropoli di Narce, gli archeologi stranieri, però, avanzarono sospetti sulla onestà scientifica del Barnabei, accusato di aver fatto ricorso a tutti i mezzi illeciti, come Direttore Generale delle antichità e belle arti del Regno, soprattutto circa la condotta da lui tenuta come ordinatore del Museo Falisco di Villa Giulia. Accuse rese pubbliche per smascherare inganni, ritenuti tanto pericolosi che tutta la macchina governativa fu messa in movimento per nasconderli. In merito alle insinuazioni dello Helbig fu costituita una commissione ministeriale di inchiesta di cui facevano parte come competenti Luigi Pigorini e Gherardo Ghirardini. sabato 4 novembre; (…) “si stabilisce la soprintendenza per le antichità del Veneto”. Domenica 5 novembre; (…) “riunione al ministero. Dice il ministro che a malincuore deve fare la soprintendenza pel Ghirardini”. Sabato 2 dicembre. Alla Camera, Barnabei viene accusato dal prof. Cortese di aver mandato Ghirardini a Padova. “Era la sola cattedra di latino per ordinario che il ministro Baccelli mi lasciava libera, ed ecco che ora l’ha abolita, facendo la cattedra di ordinario per archeologia (che a Padova è stata sempre per incaricato) e mandandoci il Ghirardini”. Dall’estrema sinistra si diceva che “Barnabei aveva patteggiato col Ghirardini acciò lo salvasse dall’inchiesta sul Museo di Villa Giulia; (…) che lo avrebbe favorito mandandolo a Padova per premio della relazione sull’inchiesta ad egli favorevole”. Dunque l’archeologo Ghirardini nel maggio del 1899 parte per Padova, e per iniziativa dello stesso C. Ricci lo ritroviamo a Ravenna nei primi anni del Novecento a scavare l’area che i testi antichi indicano come luogo ove sorgeva il Palatium di Teodorico. Ci sono voluti più di sessant’anni per vedere pubblicati in forma organica le risultanze dello scavo Ghirardini, nella collana “Mosaici antichi in Italia”, “Aemilia:Ravenna”, a cura di Fede Berti, pubblicazione del CNR per i tipi del Poligrafico dello Stato, Roma 1976. Numerosi i mosaici pavimentali e in opus sectile che vennero recuperati da quel contesto. Portati al museo di san Vitale furono montati prima su lastre di cemento, secondo la prassi del tempo e, successivamente, a partire dalla fine degli anni Settanta, restaurati e rimontati su supporti più idonei e rispondenti al principio della buona conservazione. In parte si possono oggi vedere esposti nel cosiddetto Palazzo di Teodorico (ruderi bizantino-romanici), e un nucleo è conservato nei depositi del Museo nazionale; e, s’è pur vero che non sono esposti al pubblico, a richiesta non è mai stato negato a nessuno, da parte della direzione del museo, di poterli vedere. Oltre, naturalmente, ad essere concessi in prestito ad altri istituti per rassegne e mostre temporanee. Fra i materiali di sterro dello scavo teodericiano furono recuperati in grande quantità pezzami di marmi antichi: molte breccie, dai toni accesi e dai contrasti cromatici (fra cui il marmor scyrium), il marmo bianco e nero antico (marmor celticum), il cipollino, il giallo antico (marmor numidicum), il porfido rosso (porphyrites) o il serpentino verde risato, il pavonazzetto e tanti altri ancora, che rappresentano il punctum saliens di sfarzo della dimora del re goto, e che decorano il pavimento palladiano di due salette al piano terra del primo chiostro del complesso architettonico dell’ex monastero benedettino di san Vitale (sede del museo), ove sono conservati, in una sala, parte dei materiali rinvenuti nello scavo della villa romana di Russi, e nell’altra, i resti monumentali della romana Porta Aurea. Ora, nell’imminenza del centenario degli scavi al Palatium (1908-2008), alcune associazioni di volontari sensibili alla valorizzazione del patrimonio culturale locale, hanno aderito con entusiasmo al progetto di una possibile ripresa degli scavi in un’area libera - già di proprietà dei Salesiani e ora ceduta alla municipalità - limitrofa a quella esplorata dal Ghirardini a inizio del secolo scorso e all’abside della vicina basilica di S. Apollinare Nuovo, edificata da Teodorico come Cappella del suo Palazzo. Del progetto, illustrato in una conferenza presso la Camera di commercio di Ravenna, ne fa menzione Il Resto del Carlino, la cui informazione è riportata sulla rassegna stampa di questo sito web giovedì 25 ottobre: [Ravenna. Nuove ricerche archeologiche per recuperare il Palazzo di Teodorico]. Era apparso subito evidente che fra i diversi organismi culturali e associazioni aderenti alla conferenza sul Palatium Imperiale di Teoderico mancava all'appello la fondazione Ravenna Antica. Questo fatto spariglia le carte. Se quel progetto di scavo si realizzasse, oltretutto in un terreno del comune (partner della fondazione), si metterebbero sicuramente in luce risultati archeologici e scientifici così interessanti, e soprattutto inediti, da offuscare l’operato della fondazione, che a san Severo di Classe ricalca le orme di uno scavo archeologico di 40 anni fa, studiato e pubblicato da Mario Mazzotti, “San Severo di Ravenna e la basilica a lui dedicata nel territorio di Classe”, in CARB, XV-1968. Tuttavia, a mio modo di vedere, la conclusione è scontata. Quel progetto, così ambizioso, non si farà, o quantomeno, non sarà un gruppo di volontari idealisti a poterlo realizzare; sono “piccoli”, in “minoranza” e i pescecani sono già in agguato!

Ercole Noto



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