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Lettera da Roma sui Beni Culturali
25-09-2004
Fabio Isman

Lettera da Roma sui Beni Culturali

Carissimi,
la scorsa settimana, per un intervento a un convegno della Cgil sui Beni culturali, a Roma, mi capitato di partorire qualche riflessione che, non si sa mai, forse potrebbe interessare a qualcuno.
Un salutone
Fabio Isman

Partiamo dal cera una volta: Giovanni Spadolini crea il Ministero dei Beni culturali in Italia, immaginandone una forte caratterizzazione tecnico-scientifica. In realt, non la possieder mai; ma quella poca che aveva, la sta perdendo sempre pi. Le ultime riforme conducono verso il collasso quel sistema delle soprintendenze che un po tutti cinvidiavano e rappresentava un vanto del nostro Paese, nella gestione, sintende pubblica, dei Beni culturali. La perdita delloriginaria connotazione tecnico-scientifica marcia in parallelo con la riduzione dautorevolezza, velocit e presenza dello stesso Ministero. Cito alcuni fattori: la sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione, che, di fatto, ha smembrato i beni culturali, scindendo valorizzazione e tutela, e mai sapremo con esattezza, perch non si pu stabilirlo, dove luna finisce e laltra comincia; la progressiva riduzione delle risorse, sempre pi accentuata, fino al punto che il Ministro, non uno qualsiasi, paventa addirittura di dover chiudere gli Uffizi; i mille problemi che il nuovo Codice, cui pure vanno riconosciuti alcuni meriti, pone; la dismissione del patrimonio architettonico pubblico che, se alla fine non risulter magari troppo ingente, n troppo calamitosa, comunque ribalta di 180 gradi un principio; il personale che non si rinnova, e anzi si dequalifica, perch, da anni e annorum, non si svolgono pi concorsi.

Tutto questo, e anche molto altro, rende il Ministero, e la stessa questione dei Beni culturali, sempre pi periferici nel dibattito culturale del Paese. Fino al punto che, a luglio, il sottosegretario allIstruzione Maria Grazia Siliquini ha ventilato al Consiglio Superiore Universitario la soppressione della laurea specialistica in Storia dellArte: nel Paese dove la prima cattedra di Storia dellArte fu istituita nel 1890 per Adolfo Venturi, e che di arte ne possiede tanta da far gridare ogni tanto a qualcuno incredibili e indimostrabili percentuali, si evoca la possibilit di accorparla ad altre lauree, in Restauro e in conservazione.

Lultima speranza, ora sono le Fondazioni: gestiscano loro una buona fetta (cos spera il Ministero) del nostro patrimonio. Ma io temo che sia una speranza miope; destinata, ancora una volta, a deluderci tutti. Spiego perch. Un privato non ha certo interesse, intendo un interesse legittimo, cio quello del ricavo e del guadagno, a gestire, ad esempio, un museo. Qualsiasi museo al mondo costa quattrini, e non offre guadagni. Il Metropolitan, di New York ricava dal merchandising 190 e rotti milioni di dollari, ma ne guadagna soltanto uno in pi di quanto ne spende a questo scopo, e dagli ingressi dei visitatori trae circa il 20 per cento delle spese; il Louvre si autofinanzia per circa il 40 per cento dei costi; e, attenzione, Metropolitan e Louvre sono un tipo di musei che noi non possediamo: grandi musei centrali che, come in Francia, rappresentano perfino un Paese. Invece, in Italia esistono tanti grandi, ma piccoli musei locali; non uno che incarni lintera Penisola, accentri i massimi capolavori. E anche le mostre non rendono: fanno guadagnare chi le organizza, solo se un edificio a disposizione, se vi sono robuste iniezioni di capitali pubblici, oltre, sintende, agli sponsor. Come dimostra anche la recente dismissione di Palazzo Grassi, che ha perfino ospitato alcune delle massime mostre nel nostro Paese, da parte della Fiat.

Di privati che potrebbero essere interessati a tutto questo, io conosco due sole categorie: i mecenati, e i filantropi. Da noi, meno numerosi che altrove, anche perch sono scarsamente defiscalizzati. Anzi, proprio i Beni culturali, tra i tanti, devono annoverare un poco lusinghiero primato: una legge del 1982, di defiscalizzazione, firmata dai ministri Scotti e Formica, non ha mai avuto un regolamento dapplicazione, perch le Finanze si sono sempre opposte. Il presidente di Arcus, Mario Ciaccia, ipotizza, per i privati, il ruolo di nuovi custodi del patrimonio: lungi da me lidea di demonizzarli; ma mi pare che si tratti di un altro ribaltamento a 180 gradi: i privati, troppo spesso, penso che siano animati da altri interessi che, se non opposti, con la custodia hanno comunque assai poco da spartire.

E allora, chi far parte di queste benedette Fondazioni? Gli enti locali, Comuni e Regioni; e le Fondazioni bancarie, si dice. Ma, soprattutto grazie alla politica del Governo in questi ultimi anni, gli Enti locali dispongono di sempre meno risorse; e poi, le Fondazioni bancarie sono una specie di cassaforte, ben pingue, sparsa nel Paese; tanto che, tempo fa, lallora ministro Tremonti ha tentato di dar loro lassalto, per utilizzarne le ricchezze in un modo pi funzionale agli interessi governativi; il tentativo, per, non gli riusc. Per carit: legittimo, e anche logico, immaginare di assaltare quelle casseforti nel nome dei Beni culturali; anzi, qualcuna di loro, forse in parte, anche si spalancher. Io per mi immagino che non accadr in molti casi; che nasceranno poche Fondazioni per i Beni culturali; e riguarderanno alcune realt, in cui vi siano rilevanti musei, o importanti banche, e basta; poche realt, ancora una volta, forti. Se a me, privato, offrissero di far parte di una fondazione per gestire i Musei Vaticani, non mi lascerei certo sfuggire loccasione: ma non me lo propongono. E invece, chi penser ai beni culturali, poniamo, di Pizzighettone, che se mai ha avuto una Cassa Cooperativa, non lha pi, perch per sopravvivere si dovuta fondere con una Banca pi grande e lontana, che quindi ha ben diversi pensieri per la testa?

Questo non risolve i problemi dei beni culturali in Italia, la cui inconfondibile caratteristica la disseminazione; il tessuto; un patrimonio di centinaia di migliaia di realt, troppo piccole, o periferiche, per sperare nel soccorso di una Fondazione. Del resto, lidea non inedita, ed ha gi dato ampia prova di quanto sappia naufragare: basti pensare agli Enti lirici. Infatti, gi per i 13 Enti lirici italiani s ricorso alle Fondazioni. Ne sono nate pochissime: la Scala, perch il maggior teatro, famoso in tutto il mondo; lArena di Verona, perch lunico vero business; lAccademia nazionale di Santa Cecilia a Roma, perch ospita le migliori stagioni di musica sinfonica in Italia ed lunico Ente di questa natura. Ma i mille problemi sono ancora tutti l, in attesa di trovare ciascuno una soluzione.

Una singolarit di questo Ministero dei Beni culturali che spesso crea, al suo interno, dei poteri anomali: quasi in contrasto tra loro, e con lui. Un caso lunificazione dellarte e della cultura con lo Sport e lo Spettacolo: lho sempre ritenuta infausta e, a suo tempo, fu causa di dissensi anche degli amici; aumenta lemarginazione dei beni culturali, perch qualunque ministro ricava di pi, sotto il profilo politico e dellimmagine, se soccupa di Spettacolo o di Sport, che non quando si dedica ad archi e colonne, che cos finiscono in sottordine. Adesso, mi pare che il problema si riproponga con Arcus: la quale spera di diventare ricca, guarda caso, proprio mentre il Ministero diventa invece sempre pi povero.

Intanto, non credo che Arcus ricever quelle risorse in cui confida e, forse, le sono dovute. Proprio il presidente Ciaccia ha spiegato che esistono dei problemi interpretativi, per cui finora, i fondi a sua disposizione sono assai meno di quelli previsti. Ma io penso che tutti questi soldi, ad Arcus non verranno dati; non so ancora attraverso quale sotterfugio, ma mi senti intimamente certo che glieli negheranno. Magari, gli appaltatori di opere pubbliche sosterranno daverli gi investiti nei beni culturali, compiendo le prospezioni archeologiche preventive cui non possono sottrarsi. Perch concedere ai Beni culturali una tale dovizia sarebbe assai contradditorio con lintera politica del governo, e i continui tagli che operati nel settore; perch, in fin dei conti, ritengo che la delibera alla base della nascita di Arcus, quella per cui il 3 per cento delle spese di ogni infrastruttura va destinato ai beni culturali, sia frutto dun attimo di disattenzione dellallora ministro non gi dei Beni culturali, ma dei quattrini, cio di Giulio Tremonti. Cui quindi, non so come, ma immagino che si porr comunque rimedio.

Unultima annotazione: sempre pi, dappertutto si parla, a proposito dei nostri beni culturali, di investimenti, turismo, made in Italy; tanti concetti che riguardano pi leconomia, che non la cultura. Ma la prima vera rendita del patrimonio di arte e cultura che il nostro Paese possiede, quello che forse un economista chiamerebbe valore ombra: il fatto che viviamo in Italia, e non, ad esempio, nel Mozambico, Paese pur bellissimo, anche se ora viverci quanto mai difficile. La vera ricchezza che i beni culturali possono offrire, la loro stessa esistenza; che, quando insegnata, studiata, assorbita, vissuta in una misura sufficiente e in un modo corretto (come ora raramente accade), educa, eleva, rende ciascuno di noi diverso dai cittadini dogni altro Paese. Insomma, non vorrei che, in Italia, un disgraziato giorno, un luogo culturale contasse non per quello che , ma per quanto pu essere valorizzato: ovvero messo a frutto, secondo chiss quali criteri. Che, nel migliore dei casi, e volutamente evoco solo il caso migliore, un museo valga e conti se capace di ospitare una sfilata di moda. Cio qualcosa daltro da s; di diverso da ci che , o dovrebbe essere; e, se fosse possibile, continuare, per favore, ad esserlo.



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