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Eddytoriale 110 (1° gennaio 2008)
07-01-2008
Violante Pallavicino




Spegnere la dimensione pubblica della personalità e della vita di ciascuno di noi è uno dei risultati più preoccupanti delle tendenze prevalenti nel mondo contemporaneo. Un momento significativo, e un passaggio pratico particolarmente insidioso, nei quali tali tendenze si esprimono è rappresentato dalle trasformazioni cui è sottoposta la condizione urbana d'oggi. Lo testimonia la parabola dei cosiddetti "standard urbanistici".

Questi furono introdotti nella legislazione italiana, e generalizzati nella pratica urbanistica, con una legge e un successivo decreto degli anni 1967 e 1968. Sostanzialmente consistevano (come moltissimi dei frequentatori di eddyburg sanno) nell'obbligo di vincolare, negli strumenti urbanistici generali attuativi, una determinata quantità pro capite di aree da destinare alla formazione di spazi pubblici e d'uso pubblico. Fu un risultato raggiunto dopo anni d'iniziative sociali, culturali, amministrative, nelle quali svolsero ruoli decisivi la cultura urbanistica dell'epoca, le amministrazioni locali e i partiti dell'Emilia-Romagna, il sindacato dei lavoratori e soprattutto il movimento femminile. Un ampio fronte sociale e culturale, il cui obiettivo era rendere vivibile la città, utilizzando il piano regolatore come strumento orientato a questo fine, anziché a quello di regolare (o regalare) valori immobiliari.

Si comprese presto che non bastava che i piani vincolassero le aree: era una misura indispensabile, ma non sufficiente. Occorrevano due ulteriori condizioni: doveva diventare possibile acquisire le aree necessarie senza riconoscere alla proprietà fondiaria l'incremento di valore dipendente dalle scelte pubbliche, e occorreva finanziare l'acquisizione delle aree e la realizzazione delle opere di urbanizzazione nelle quali gli standard urbanistici si traducono.

Sul primo versante (valore della indennità espropriativa e riconoscimento ai proprietari di una parte soltanto della rendita) la vertenza fu aspra e non si giunse mai a una soluzione soddisfacente. Il Parlamento non si dimostrò mai capace di rendere concreto il principio, tipico degli ordinamenti liberali e stabilito dalla legge urbanistica nazionale del 1942 (una legge del periodo fascista!) secondo il quale l'indennità espropriativa non deve compensare il maggior valore dell'area derivante dalle scelte del piano urbanistico. E la Corte costituzionale si dimostrò molto sensibile alle ragioni dell'equità nei confronti delle prerogative dei proprietari, non a quelle nei confronti dei diritti dei cittadini.

Sul secondo versante, quello dei costi della realizzazione delle opere di urbanizzazione, si riuscì a ottenere che essi venissero accollati a chi percepiva la rendita immobiliare: nel caso di piani attuativi le aree destinate agli spazi pubblici dovevano essere cedute gratuitamente dai promotori delle lottizzazioni, i quali dovevano realizzare opere di urbanizzazione aperte a tutti i cittadini; nel caso del rilascio di licenze edilizie (poi denominate, con un passaggio non solo nominalistico, concessioni edilizie) mediante il pagamento di un prezzo corrispondente sia al costo delle urbanizzazioni necessarie per l'aggiunta edilizia, sia alle spese di urbanizzazione generale della città.

La legge 10/1977 (legge Bucalossi) stabilì espressamente che i proventi di questi oneri, come quelli delle sanzioni per gli interventi abusivi, venissero "destinati alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, nonché all'acquisizione delle aree da espropriare per la realizzazione dei programmi pluriennali", e prescrisse che a tal fine quei proventi fossero "versati in un conto corrente vincolato presso la Tesoreria del Comune".

Lodo Meneghetti e Sergio Brenna hanno già raccontato ai lettori di eddyburg come sia avvenuto lo svuotamento di queste sagge disposizioni. Destra e centro-destra, sinistra e centro-sinistra, parlamento e governo dell'altro ieri, di ieri e di oggi ne sono tutti responsabili. Certo in misura diversa, ma ciò non giustifica nessuno. La responsabilità della prima iniziativa risale a una "omissione" del ministro Bassanini (centro-sinistra, 2001); la palla è raccolta, e rilanciata in porta dal ministro Tremonti (centro-destra, 2004). Né gli anni successivi hanno invertito la rotta. Adesso lo scempio si completa, con la legge finanziaria per il 2008: nonostante gli allarmi gettati (anche da questo sito) e le proposte di emendamento offerte ai parlamentari che sembravano più sensibili.

La finanziaria con la quale si è chiuso l'anno vecchio ha prorogato infatti per gli anni 2008, 2009 e 2010 la sollecitazione ai comuni di destinare i proventi degli oneri di concessione al finanziamento delle loro spese correnti. Invece di affrontare il tema del costo della città, di chi deve pagarlo, di come e con che cespiti occorre mettere i comuni in grado di farlo, si è proseguito nello smantellamento di un altro pezzo di civiltà urbana.

Una norma bestiale, l'abbiamo commentata nell'eddytorialen. 109. Indicando le ragioni della bestialità sottolineavamo soprattutto che essa spinge i sindaci ad aumentare le aree da urbanizzare, al di fuori di ogni corretta valutazione del fabbisogno. Ci soffermavamo su questa conseguenza, nella speranza che l'unanime dichiarata espressione della volontà di tutelare il paesaggio e ridurre il consumo di suolo spingesse Governo e Parlamento a correggere la bestialità. Così non è stato.

Oggi, alla vigilia dell'anno nuovo, vogliamo sottolineare particolarmente l'altra ragione. Non è in gioco solo il progressivo impoverimento del paesaggio rurale, della bellezza e della storia (e della salute) dell'Italia. Accanto a questo bene comune un altro è messo in discussione, e potenzialmente distrutto: il bene comune della città come costruzione sociale, come luogo caratterizzato dalla presenza, dall'accessibilità e dall'idoneità delle attrezzature e degli spazi dedicati alle esigenze della vita pubblica, sociale, collettiva di tutti; delle cittadine e dei cittadini, e dei forestieri; degli adulti e dei bambini, degli anziani e dei deboli; dei benestanti e dei poveri: insomma, delle persone qualificate dal loro essere, e non dal loro consumare merci.

Ci turba, ci turba profondamente che il governo e il Parlamento, che gli uomini e le donne cui, in quanto elettori, abbiamo attribuito il compito di scrivere e di attuare le leggi mostrino di agire senza rendersi conto degli effetti che le loro decisioni provocano. Nell'oblio totale, e colpevole, delle ragioni che hanno spinto a conquistare le norme che essi cancellano, del loro significato sociale e civile. La speranza che affidiamo al 2008 è che, almeno su questo argomento, qualcosa di positivo finalmente accada. Eddyburg si impegna a proseguire con maggiore costanza e attenzione la buona battaglia.



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