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GLI ARTEFICI DEL GRAN RIFIUTO
14-01-2008
Antonio V. GELORMINI

Esseri maestri del “gran rifiuto” non sempre significa vestire il saio nobile e dignitoso di Pietro da Morrone, meglio conosciuto come Papa Celestino V. Una volta presa l’abitudine a dire sempre e comunque NO, il rischio di storpiare ogni buona intenzione e di vestire il mantello vanitoso del censore, ad ogni approccio risolutivo, diventa deriva inevitabile e perigliosa. Di rifiuti si può soccombere, al meglio soffocare. Oggi ne sanno qualcosa in Campania, ma se l’ostinazione persiste, ben presto sarà l’intero Paese a dover rimodulare le proprie ambizioni di crescita e le proprie speranze di permanenza nel gruppo di testa dei Paesi economicamente più avanzati. Continuare pervicacemente ad opporre rifiuti al nucleare, ai termovalorizzatori, alla raccolta differenziata, alla TAV o al passante di valico. E poi ancora ai rigassificatori, all’eolico offshore, al carbone e via dicendo, alla lunga genera posizioni di stallo degne della “botte piena e la moglie ubriaca” o della “mandria sazia e il fienile colmo”. Ma per rimanere sulla scia della saggezza popolare, è anche vero che “di buone intenzioni sono lastricate le strade dell’Inferno”. In queste ore, mentre sul teatro campano è in scena il dramma della “monnezza”, in Germania non solo continuano a far profitti con i rifiuti di gran parte del Sud Italia, ma raccolgono applausi per l’entrata in funzione del terzo impianto di biometano. Solo sei mesi per la sua costruzione, a Muelhaker (Baden-Weurttemberg), la cui produzione coprirà un terzo del fabbisogno della locale municipalizzata del gas. Il biometano è una fonte di energia pulita. Ha le stesse caratteristiche del gas naturale, ma non è di origine fossile. Viene prodotto partendo da mais, erba e cereali non adatti all’alimentazione umana, tutte materie prime rinnovabili. Macerate e lavorate in assenza di ossigeno, queste subiscono un processo di fermentazione, durante il quale i batteri anaerobi rendono disponibile l’energia contenuta nelle piante sotto forma di metano. Un processo messo a punto nei laboratori bavaresi della Schmack Biogas, un’azienda leader del settore, presente anche in Italia a Bolzano. A differenza del biogas (che è composto per circa il 55% da metano) anziché essere bruciato sul posto, per produrre elettricità e calore, il biometano viene trattato per eliminare la CO2 e il vapore acqueo, portando così la percentuale di metano al 95%. Che immesso in rete, risulta indistinguibile da quello fossile. Rifiuti, in senso lato, ed approvvigionamento energetico restano ambiti strettamente correlati. Purtroppo le esitazioni e la mancanza di decisione istituzionale (ad ogni livello, locale e nazionale) sono diventati catalizzatori di un’anomala trasformazione della stentata pianificazione pubblica in un allettante business per le aziende private, che ne hanno condizionato le involuzioni e reso insostenibili le applicazioni territorio per territorio. Non resta che ritorcere contro l’arma letale. Impedire l’utilizzo del NO e favorire l’approccio pro-attivo, invitando ad usare sempre il “Sì, ma in questo modo” o il “Secondo me, si può fare così”. Il processo perderebbe le sue caratteristiche viziose e inconcludenti, per assumere evidenti tagli virtuosi fortemente risolutori. (gelormini@katamail.com)



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