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Caius, lo scugnizzo napulitano
16-01-2008
Ercole Noto

Caius, lo scugnizzo napolitano. “L’Arte vince di mille secoli il silenzio” Il clamore negativo attorno a una emergenza sociale di rischio sanitario (con i contraccolpi prevedibili per il turismo e per l’economia legata alla filiera alimentare), che ancora oggi caratterizza alcune aree della Campania, riconducibile all’insipienza dei politici e a malavitosi camorristi senza scrupoli, che nella connivenza di alcune sacche della società civile hanno trovato nella gestione dell’emergenza rifiuti l’umus fertile per prosperare nel malaffare, è destinato, con l’aiuto della solidarietà della gente italica, ad essere presto dimenticato; così non sarà invece per l’arte, che “vince di mille secoli il silenzio”, e le iniziative culturali ad essa legata lasceranno una traccia nella storia di quella terra all’ombra del Vesuvio, dove vive e lavora un popolo in gran parte laborioso e onesto. Come non ricordare, proprio in quella realtà difficile alle porte di Napoli, l’eccellente attività della fonderia artistica dell’Accademia Italiana delle Arti, AIDA, che una famiglia di imprenditori napoletani gestisce dal 2002, ri-fondendo, sulla scorta dei “calchi” d’arte acquisiti (oltre duemila) e che furono dal 1870 della fonderia storica Chiurazzi, una produzione di sculture e di oggetti improntata alla “nostalgia dell’antico”, che riviviamo proprio in questo inizio di anno attraverso una mostra napoletana dedicata alla cosiddetta “arte neopompeiana”, attraverso la produzione artistica dei pittori vittoriani come Lawrence Alma-Tadema . Maestri bronzisti e cesellatori di comprovata esperienza che realizzano copie di grandi sculture, come i bronzi archeologici di Pompei, che “arredano” il Getty Museum, o il Laocoonte, realizzato per una stazione della metropolitana partenopea; ma anche repliche di grandi opere in scala ridotta; piccoli bronzetti, come in parte fu la produzione del Giambologna, scultore al servizio della corte dei Medici, che ogni estimatore d’arte vorrebbe avere nella sua personale collezione: l’Ercole Farnese, il Fauno, della Casa omonima, lo Spinario, il Ratto della Sabina, Dioniso e Bacco bambino, e tanti altri ancora, di cui è composto il ricco catalogo della fonderia di Calvizzano, sapientemente lavorati e bruniti. Napoli non può morire soffocata dai miasmi della monnezza che ammorbono l’aria, causa di possibili infezioni epidemiche; noi tifiamo per una Napoli archeologica - per citare solo un aspetto, quello più vicino al nostro interesse – fucina di iniziative culturali in cui si accende la speranza di un cambiamento radicale non primariamente politico. C’è lo insegna la storia; c’è ne dà conferma il Vesuvio, che dopo il cataclisma che arrecò distruzione e morte (79 d.C.) - che Marziale, come un affreschista pompeiano, tratteggia in un suo epigramma: [Ecco il Vesuvio che poco fa era verde per l’ombra delle viti, ecco il nobile vino che aveva riempito i tini ribollenti; ecco i gioghi, le colline che Bacco amava più di Nisa; ecco il monte sul quale, ieri, danzavano i satiri. Questa era la casa di Venere, a lei più gradita di Sparta; questa era la città che aveva ricevuto il nome di Ercole. Tutto giace, distrutto dalle fiamme e dalla cenere crudele: gli dèi vorrebbero non aver potuto essere onnipotenti.] [Libro quarto, XLIV; Simone Beta (a cura di); ‘I Classici’ edizione Mondadori, 2007] - ha trovato nelle città disseppellite edificate nell’area attorno alla imponente presenza del vulcano, il punto di forza della sua rinascita, la cui ricchezza si fonda sulla riscoperta della vita del passa to attraverso il tramite del turismo culturale. Il fiorire di iniziative legate a scoperte archeologiche recenti e passate c’è lo dimostra. “Rosso pompeiano - La decorazione pittorica nelle collezioni del Museo di Napoli e a Pompei” è il titolo della mostra allestita a Roma al Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo alle Terme. “L’epoca di riferimento si colloca tra il I secolo a.C. e il I d.C.. Un centinaio di dipinti parietali, celebri frammenti incorniciati di affreschi distaccati dagli edifici di Pompei, Stabia, Boscotrecase ed Ercolano, che a partire dalla grande stagione degli scavi del 1700 confluirono nella collezione del museo napoletano. In due sale del museo romano sono ricomposte anche le splendide pareti rosse e nere dei triclini recentemente scoperti a Moregine e della Casa del Bracciale d’Oro, prestati dalla Soprintendenza archeologica di Pompei. La scelta della sede espositiva non è casuale, arbitraria. Il museo, infatti, custodisce la collezione di pittura romana più prestigiosa al mondo con intere stanze dipinte provenienti dalle ville di Livia a Prima Porta, del la Farnesina e di Castel di Guido: testimonianze uniche della cultura artistica romana tra repubblica e impero”. In contemporanea al Museo Statale dell' Hermitage di San Pietroburgo va in scena “Otium Ludens” - [quello degli ozi deve essere un argomento molto in voga nel nostro tempo, se lo stesso tema verrà riproposto in una prossima mostra in programma a Ravenna] – che riaccende gli interessi sulla città antica di Stabiae, sepolta anch'essa sotto la cenere dell'eruzione del Vesuvio. L'esposizione raccoglie circa 200 reperti tra affreschi, stucchi, bronzi e oggetti vari, di marmo bianco e di ferro, in vetro, in terracotta e in osso, tutti provenienti dalle ville marittime di Stabiae Antica del I secolo d.C., molti dei quali proposti per la prima volta al pubblico. “L’evento è frutto della cooperazione tra la Regione Campania Assessorato al Turismo ed ai Beni Culturali, la Soprintendenza Archeologica di Pompei e la Fondazione RAS (Restoring Ancient Stabiae) e rappresenta la prima tappa di un tour mondiale che proseguirà nei prossimi anni. Tutti i reperti esposti provengono da ville d’ozio, così come venivano definite le lussuose costruzioni, dove i proprietari coltivavano i propri interessi culturali, curavano la formazione e la curiosità intellettuale”. Intanto la Soprintendenza archeologica di Pompei rinnova ancora il suo sito internet arricchendolo ulteriormente di informazioni e immagini, e proponendo una sezione con un percorso ludico-didattico, il cui protagonista è un discepulus - [che io avrei chiamato Ciro, più consono alla tradizione napoletana; non me ne voglia il soprintendente Guzzo, di cui condivido la sua iniziativa tesa a formare la sensibilità delle giovani generazioni, nell'ambito dell' Accordo quadro sull’educazione al patrimonio culturale tra il Ministero per i beni e le attività culturali ed il Ministero della pubblica istruzione, piantando il seme che speriamo possa riuscire, com’è nelle intenzioni del suo ideatore, “a dare frutti copiosi”, affinché i “visitatori di oggi”, possano essere “i più consci visitatori di domani”] – che nella finzione virtuale interattiva si chiama Caius, il personaggio-cartoon [che parla con accento emiliano; non sarà sta to per caso influenzato dal professore già in servizio a Bologna?] ideato dal laboratorio di Ricerche applicate della soprintendenza archeologica di Pompei, dedicato ai bambini dai cinque ai dodici anni, che in visita agli scavi sotto la guida del fauno Sabazio, deve imparare diverse cose sulla vita quotidiana al tempo dell'antica Pompei. Caius dovrà superare diverse prove e risolvere infine il rompicapo del mosaico di Alessandro nella casa del Fauno. Forse sarà un esercizio complicato sistemare nel giusto ordine le caselle del puzzle che compongono il disegno del mosaico della famosa battaglia, ma Caius è uno scugnizzo sveglio, attento, e sicuramente riuscirà a vincere il premio che Sabazio gli ha promesso. Quello che da lui non potremo pretendere di sapere è perché mai la copia musiva che ricopre una superficie di circa venti metri quadrati del sito originario della Casa del Fauno – l’originale come sappiamo è al museo di Napoli - fatta non molto tempo fa da alcuni mosaicisti di Ravenna, ha evidenziato precocemente cedimenti strutturali con distacco dei materiali lungo le linee di sutura degli elementi che costituiscono la composizione policroma mosaicata. Notizia data sulle pagine di questo sito il 10 luglio 2006, “Pompei – Battaglia di Isso di Alessandro Magno. L’originale e il suo doppio”, oltre che sulla rivista “L’Informatore del marmista” n. 537, “La copi a musiva della battaglia di Isso”, col corredo di immagini che ben documentano le parti degradate della riproduzione della grande “pittura in pietra”. Un altro elemento estraneo che potrebbe aver innescato la causa del degrado precoce, è dato dal supporto preparatorio dove allettare le tessere musive, fatto non su calce, come tradizione ravennate vuole, ma su creta. Una scelta che avrà sicuramente inciso sulla riuscita dell’opera. Si esalta la tecnica ravennate ma non è stato fatto il reticolo tessera per tessera, ma per linee come a Spilimbergo. Ciò si evince dalle immagini che ognuno può vedere dal sito internet della Soprintendenza archeologica di Pompei. Se solo si potesse sovrapporre per curiosità le due battaglie, l'originale e la copia, mi piacerebbe vedere se lo schema delle due opere corrisponde. Ma a Ciro, pardon, Caius, questi particolari non interessano; sono ragguagli tecnici che potranno solo fare imbufalire qualcuno. A lui, da buon scugnizzo, incuriosisce il giuoco, che gli permetterà di acquisire il premio che Sabazio gli ha proposto se riuscirà a superare le tre prove. A quei livelli di apprendimento è importante stimolare l’interesse e formare un gusto che servirà ai “visitatori di oggi” per quando saranno “consci visitatori di domani”. Sotto questo aspetto non sarà stato Alessandro ad aver vinto la battaglia, ma il soprintendente Pietro Giovanni Guzzo.
Ercole Noto



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