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Sulla politica culturale del comune di Verona
06-03-2008
Gian Maria Varanini

Sulla politica culturale del comune di Verona. Lettera aperta al Sindaco, all’Assessore alla Cultura e ai Consiglieri comunali

Gian Maria Varanini è professore ordinario di storia medievale all'Università di Verona

In tema di politica culturale, nelle scorse settimane l’amministrazione comunale di Verona ha preso decisioni di grande importanza, destinate a influenzare direttamente o indirettamente, nel medio (e forse lungo) periodo, la vita delle principali istituzioni culturali cittadine. Come è noto, sono state decise la cessione di palazzo Forti, attuale sede della Galleria d’Arte moderna (qualora non sussistano difficoltà connesse al lascito di Achille Forti) e la vendita di palazzo Pompei, attuale sede del Museo di Scienze naturali destinato al palazzo del Capitanio. Inoltre sembra essere in procinto di definizione un accordo di durata quadriennale con la società Linea d’ombra di Marco Goldin per la realizzazione nella sede espositiva della Gran Guardia, tra il 2008 e il 2011, di quattro mostre d’arte, in collegamento col Louvre e col museo Rodin di Parigi, con un museo di Boston e con un museo olandese. L’impegno finanziario non è noto, ma è sicuramente cospicuo. Non è mancata, sulla stampa quotidiana, qualche discussione, ma l’insieme dei provvedimenti presi o annunciati è di tale rilievo, da meritare qualche ulteriore considerazione.

Riguardo alla collocazione del Museo di Scienze naturali nella sede di piazza dei Signori, va osservato che si tratta di una scelta che suscita non poche perplessità, in riferimento sia all’accessibilità sia soprattutto agli spazi notevoli dei quali abbisogna quella istituzione culturale. Non appare un caso che in molte città europee, ma anche in Italia, i musei naturalistici siano ubicati al di fuori dei centri storici, in grandi ambienti, e sovente in aree industriali dismesse e riqualificate: la scelta ora tramontata degli ex Magazzini Generali andava in questa linea.
Quanto alla programmazione delle esposizioni per il quadriennio 2008-2011, si punta su un gruppo esterno, in grado di elaborare proposte molto onerose finanziariamente, ma attraenti per il grande pubblico (anche perché saranno sostenute – è lecito presumerlo, viste le precedenti esperienze di Treviso e Brescia – da un grande battage pubblicitario). Le proposte saranno certo di alto livello culturale, ma altrettanto sicuramente non avranno alcun collegamento con la città e il territorio. Verranno di conseguenza mortificate, o comunque non potenziate (anche perché molte risorse verranno destinate a coprire gli alti costi dei progetti del gruppo Goldin), o temporaneamente paralizzate (come accadrà al museo di Scienze naturali, se davvero sarà venduto palazzo Pompei), le istituzioni museali locali. È una scelta che lascia perplessi. Infatti, in tempi recentissimi (nel caso del museo di Castelvecchio, con la mostra di Mantegna) o recenti (nel caso della Galleria di Arte moderna, promotrice di numerose mostre di successo prima dell’esito della recente mostra sulla malinconia, al di sotto delle attese) i due musei d’arte veronesi hanno organizzato eventi culturali ed esposizioni significative, attraendo un pubblico quantitativamente tutt’altro che irrilevante. E ciò è stato fatto con risorse importanti, ma certo inferiori a quelle accordate o promesse a Goldin (e dunque con un buon rapporto costi/risultati). Non si può non constatare che viene concessa ad operatori esterni un’apertura di credito talvolta lesinata alle istituzioni culturali comunali.
In ogni caso, l’opzione Goldin appare del tutto divergente e scoordinata dalla linea di politica culturale che, contemporaneamente, la commissione cultura del comune ha elaborato: una linea tutta imperniata sul localismo identitario e sulla valorizzazione di una “veronesità” povera di contenuti, che si dovrebbe concretizzare in iniziative come la ricostruzione del carroccio e il suo ricovero in San Zeno, la riesumazione della navigazione sull’Adige, la creazione di una (alquanto improbabile, e questa sicuramente élitaria) scuola di canto gregoriano. Sembra mancare dunque una visione d’insieme.

A nostro avviso, altre strade sarebbe stato più opportuno percorrere. Riguardo ai contenuti, alla schizofrenica distinzione ora accennata – che appalta, in buona sostanza, al di fuori del contesto locale la proposta più impegnativa, e vola piuttosto basso per il resto – appariva preferibile qualche iniziativa più radicata al contesto locale, ovviamente aperta alla ricerca italiana ed europea. Le mostre del gruppo Goldin potrebbero aggiungersi all’offerta culturale, non sostituirla o penalizzarla. Questa potrebbe essere rimodulata in varie direzioni, compresi temi ‘popolari’, come quello di Giulietta Capuleti e del suo mito; oppure si potrebbe davvero metter mano al museo della città, che ogni tanto riemerge nel dibattito culturale cittadino. Riguardo poi alle strutture e alle persone, appare davvero poco lungimirante trascurare risorse e professionalità già esistenti. Senza contare che restano aperti i problemi dell’allargamento degli spazi laddove possibile (come a Castelvecchio), del sostegno e del potenziamento della didattica museale, della formazione storico-culturale e linguistica delle guide turistiche (non è Verona un “museo a cielo aperto”, come disse mesi fa l’assessore Perbellini, sostenendo l’inutilità di un museo della città?). Sono solo alcuni campi di intervento, fra i tanti possibili. Ma non sembra proprio che si voglia andare in questa direzione. Esprimiamo quindi viva preoccupazione per questi orientamenti e per le conseguenze che potranno avere sul futuro della vita culturale della città, e facciamo appello al sindaco per un ripensamento che ci sembra opportuno.



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