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Al Salone fra aspettative e contraddizioni
10-04-2008
Ercole Noto

Nella copertina di un dvd disponibile in uno stand del Salone del Restauro di Ferrara - [un cortometraggio di Daniela Poggi, dellassociazione culturale CallioPe, dal titolo ripreso da uno spettacolo di Dario Fo,Non si paga] - riportata la frase di Hans Georg Gadamer: La Cultura lunico bene che, quando viene distribuito, aumenta di valore.
E alla rassegna ferrarese del restauro si pu attingere cultura a piene mani, fra convegni e incontri tecnici, laboratori, mostre e tavole rotonde, organizzate da importanti e significative realt del mondo istituzionale ed imprenditoriale, e per vedere ogni sorta di materiale e tecnologia al servizio dellarte e della conservazione. Ma la piattaforma del Salone anche loccasione per incontrare colleghi gi conosciuti e conoscerne degli altri, come dice Giorgio Bonsanti nella prolusione al catalogo, Restauro 2008, dal ricco palinsesto; e uno dei primi a salutare, nella piacevolezza dei ricordi di tante partecipazioni a convegni e dibattiti, proprio lui; o rivedere qualche patriarca del restauro, come Maurizio Marabelli, che affonda le radici della sua conoscenza tecnica e storica nellhumus dellesperienza maturata allICR fra tanti capolavori che da l sono passati per essere sottoposti ad opportuni interventi di restoration.
Fra le tante kermess del Salone, due eventi in particolare mi ero prefissato di seguire: la mostra e il convegno su luce e restauro, e approfondire lattivit dellICE (Istituto Commercio Estero) sulla cooperazione internazionale e di promozione delle aziende italiane in Siria; gli scambi culturali con i paesi dellarea del Mediterraneo, i benefici per lItalia e i costi che ne derivano per il nostro Paese. Anche perch, la partecipazione al Salone aperta sempre pi a numerose delegazioni estere di operatori culturali provenienti da quei paesi dove particolarmente riconosciuto a livello internazionale il primato delle aziende italiane nel settore del restauro.
Deludente e riduttiva la soluzione espositiva dei cartoni a tema dantesco del Mar di Ravenna nello stand dellIBC, utilizzati come rivestimento dei cubi darredo forniti dalla fiera; senzaltro migliore il risultato immagine-testo raggiunto nella brossura.
Quello della illuminazione dei beni culturali da sempre il problema spinoso di quanti si interessano della conservazione dei materiali fotosensibili e pi delicati dei musei. Ma non solo: savverte lesigenza di una valorizzazione illuminotecnica del patrimonio culturale musealizzato verso pi precise e ambiziose funzioni a carattere interpretativo della illuminazione esterna dei monumenti antichi e degli spazi urbani, in cui la luce, intesa come tecnica di restauro cromatico, assume precisi obiettivi di lettura critica e di interpretazione creativa. Lo scopo anche quello di avviare lo studio di una Carta italiana della luce per i beni culturali. Il recupero urbano e la riqualificazione dellarea dellemiciclo napoleonico ha dato loccasione per recuperare la qualit archeologica del sito - (il nuovo affaccio, come giusto parterre della Colonna, ha imposto una nuova dinamica allassetto attuale della citt) - e riformulare nuove modalit espressive della luce sui marmi attraverso la ricostruzione virtuale dei cromatismi dei rilievi, che, secondo uno studio dellinsigne archeologo Ranuccio Bianchi Bandinelli, avrebbe dovuto offrire allo spettatore della Colonna Traiana la suggestione di una immagine che nella percezione riporta un appropriato livello cognitivo desunto dalla lettura scientifica. Certamente lidea che la Colonna fosse stata pensata come un enorme rotulo illustrato con i fatti delle guerre daciche era attraente. La policromia dei rilievi, che esisteva senza dubbio per Bandinelli, accresceva la verosimiglianza della influenza della pittura trionfale romana sulla composizione delle singole scene dei rilievi. Lesperimento fatto sul calco di un particolare della spira di un rocchio della Colonna, secondo le possibilit offerte dal mezzo luce, rappresenta, per un verso, la mistificazione archeologica della scultura originale antica, e dallaltro, quanto di pi suggestivo e scenografico possa incontrare il momentaneo favore di un pubblico assuefatto dal cinematografo a un antico di maniera. In questa situazione contraddittoria c da dire tuttavia che lilluminazione, grazie alla reversibilit del sistema, pu ritenersi un intervento non invasivo e definitivo.
Lequivoco prende corpo (Lugli, 1946) sulle osservazioni di uno studioso (Semper, 1833) che nel corso di una ispezione acrobatica lungo la Colonna Traiana aveva creduto di poter identificare delle tracce di colore rossiccio, di giallo assoluto detto color oro, di verdiccio e di azzurro, interpretandole appunto come resti di una pi diffusa policromia originale. Tale interpretazione per fu quasi subito confutata da un altro studioso (Morey, 1836) che aveva partecipato alla stessa spedizione e che afferm: - che i colori verde e azzurro non erano che scolature provenienti dalla statua bronzea che si trova sulla cima della colonna; che quelli giallastri erano terra, cio polvere naturalmente depositatasi e brule par les rayons du soleil e quindi leggermente differenziati nella stessa gamma cromatica; che infine, il rossiccio rinvenuto solo in segni isolati, era stato tracciato, come risult da unanalisi chimica del prof. Peretti, con un gessetto (rayon rouge), quindi era anchesso recente.[AA.VV. Monumenti in marmo di epoca imperiale a Roma: indagine sui residui di trattamenti superficiali, in Bollettino dArte n.24, 1984].
Va comunque osservato che i primi trattamenti a base di silicati solubili vennero introdotti entro lultimo quarto dellOttocento se non addirittura alle soglie del XX secolo, come daltra parte dimostrato da indicazioni metodologiche di carattere ufficiale sulla tutela delle opere darte (Giovannoni, 1912). Perde cos ogni attendibilit lipotesi del residuo di unintenzionale dipintura o di una finitura cromatica di epoca romana.
Un contributo interessante di studio, se esiste una certa connessione fra policromia e patinatura, quale trattamento artificiale delle superfici marmoree dei monumenti, si avuto con il convegno internazionale su Le pellicole ad ossalati: origine e significato nella conservazione delle opere darte (a cura del Centro CNR Gino Bozza di Milano, 1989), che ha rappresentato un momento di grande interesse nel dibattito sulle patine ad ossalato di calcio: antichi trattamenti protettivi da mantenere (che alcuni ritengono non a torto un prodotto tradizionale in grado di soddisfare tuttora lobiettivo della conservazione e quindi da preferire nella prassi manutentiva ai materiali di sintesi), o il prodotto della trasformazione del carbonato di calcio, ad opera di microrganismi? Sulluso del colore nei monumenti marmorei sappiamo, ad esempio, che vividi colori rossi e blu erano notazioni costanti della decorazione architettonica classica dellAcropoli e che i triglifi del fregio - [le sue origini risalgono agli edifici di legno: le lastre scanalate, dette appunto triglifi, imitano la testa delle travi] -, come lesemplare di Eloro dimostra, erano dipinti di blu. [A. Ragonese, Trattamenti protettivi o possibili alterazioni cromatiche? In Bollettino Economico della Camera di commercio di Ravenna, n. 4, 1989]. Sullo specifico argomento dei resti di patinature stese sui rilievi marmorei esiste una ricca bibliografia integrata e approfondita nella seconda met del Novecento, nel contesto di una campagna sistematica di prelievi e analisi stratigrafiche funzionali agli interventi di restauro a cui si rimanda per gli opportuni approfondimenti.

Numerosi i giovani che anche nelledizione 2008 hanno affollato le sale dei convegni o i padiglioni delleditoria darte, che seguivano interessati lattivit dimostrativa, strumentale e specialistica, di taluni espositori presenti in fiera; forse entusiastici studenti universitari di qualche corso di laurea in conservazione dei beni culturali [una realt accademica in continua espansione, con corsi disseminati ovunque sul nostro territorio nazionale, che per trova il suo enorme limite negli scarsissimi sbocchi lavorativi e nel mancato inquadramento della figura professionale del conservatore dei beni culturali, la quale esiste solo sul piano teorico, ma non su quello pratico] - che purtroppo, dopo aver servito a battere per un po di anni la grancassa di uno dei tanti atenei e del suo corpo docenti, non vedranno soddisfatte le loro aspettative di realizzazione, e si troveranno delusi ad affrontare il mondo del lavoro, dovendosi adattare a nuove esperienze di precari per sempre. Uno spaccato paradossale di tragica comicit di una generazione senza diritti, che il regista toscano Virz racconta nel suo film Tutta la vita davanti. Una realt difficile evidenziata da tanti giovani studenti universitari: come non condividere il commento di Giuseppe Pisani al contributo di Giuseppina Manca di Mores, Archeologia e precariato, pubblicato da patrimoniosos.it il 3 ottobre scorso: Ho seguito [come Lei] la strada che da Bologna mi ha portato a Tharros (con Henry) e, per fortuna, ad Olbia (relitti, museo ecc ecc). Sono co.co pro da circa 10 anni (ex co. co. co.) e rispecchio fedelmente il triste e preciso quadro che Lei ha dipinto con lucida maestria. Ora vivo in strada - seguo i cantieri nellarea urbana - con problemi molto lontani da quello che mi aspettavo da questo lavoro, il tutto pervaso da un misto di disillusione e la voglia di studiare e pubblicare che non trovo pi. Tutto ci semplicemente avvilente! O la preoccupazione manifestata dagli iscritti al corso di laurea dellUniversit degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli: la nostra laurea un vicolo cieco . E potremmo continuare con altri esempi. In Sicilia mancano gli archeologi; 80 strutturati a fronte di 54 tra musei e parchi archeologici: poco pi di un professionista per sito. La Regione vuole un elenco di professionalit legate allarcheologia al quale le soprintendenze e i musei possano individuare collaboratori per le attivit di ricerca, didattica, catalogazione e valorizzazione; e soprattutto una nuova normativa, trasparente, a cui attingere secondo criteri chiari e precisi. Non pi accettabile che i giovani siano sottopagati e lavorino solo tramite il coinvolgimento delle universit e delle associazioni di volontariato e in nome della passione. [La Repubblica, 2007].
A Paestum, Giorgia Leoni, presidente della confederazione italiana archeologi, ha chiesto un albo professionale che faccia di riferimento quando i privati e le pubbliche amministrazioni necessitano del lavoro dei tecnici dello scavo.
In Emilia-Romagna, dove lo scenario non dei pi rosei, il soprintendente Luigi Malnati lancia lallarme: senza organici non potremo vigilare sulle grandi opere. Ci manca soprattutto la regolamentazione professionale del mestiere di archeologo. E siccome non possibile aprire cantieri di qualsiasi tipo senza archeologi, si ricorre a esterni [il Resto del Carlino, 2008]. E nei fatti, gli ultimi decenni hanno visto una significativa crescita degli enti locali e anche di soggetti privati come committenza diretta; sempre pi spesso la gestione degli scavi viene affidata dallo Stato, previa convenzione, a fondazioni, che assegnano lincarico a collaboratori esterni, il pi delle volte archeologi precari costituitisi in cooperativa, che la fondazione -(come quella di Ravenna)- fa lavorare a rotazione (per esempio, in occasione di mostre), per accontentare una volta uno, una volta laltro. Non sempre, per, vengano rispettati i ruoli che i partner hanno sottoscritto nella convenzione. Mi spiego meglio. A Ravenna, una fondazione che si interessa della valorizzazione del patrimonio culturale locale, ha incaricato un archeologo di approfondire le ricerche su un sito del VI secolo, gi scavato negli Anni 60. Da come stata data la notizia - [io ritengo per fini propagandistici, aspirando la fondazione ad ottenere, in base alla riforma del Titolo V della Costituzione, la gestione dei Beni culturali] la fondazione sembra quasi la padrona del pastificio", mentre noi sappiamo che tutto riconducibile allo Stato, il quale, non avendo in organico archeologi, affida ad altri in concessione lonere dello scavo. Ma che rapporto intercorre tra i due soggetti; quali sono gli obblighi della fondazione nella gestione delle risultanze dello scavo stesso? In realt, i componenti che a vario titolo aderiscono alla gestione del progetto, nell'ambito dell'attivit di scavo-ricerca-studio, sono tenuti al rispetto della condivisa responsabilit scientifica, secondo quanto previsto dall'art. 4 della convenzione stessa. Lo Stato, anzich cedere quelle prerogative, non sarebbe meglio che si riappropriasse del ruolo istituzionale o quantomeno dellimmagine ad esso collegato? In sintesi, la questione si pu interpretare come una scorrettezza della fondazione che, nella comunicazione data attraverso la stampa cartacea e online, non ha coinvolto lo Stato, quale organo istituzionale concessionario dello scavo archeologico, ed evidenziato il suo ruolo nell'ambito dello scavo medesimo; di tutto ci la colpa, a mio modo di vedere, dei funzionari della soprintendenza archeologica che non hanno vigilato e rivendicato (anzi!) la prerogativa spettante all'amministrazione dei Beni culturali.
Accade spesso, purtroppo, che difficile convincere chi biasimando sio non scrivo in modo che lui non mintenda subisce le critiche, che nulla ha fatto a noi personalmente, ma che abbiamo sentito il dovere di far progredire la verit, pi che interessi politici e personali, per giovare a molti che piacere a pochi, cose che ci son sempre state maggiormente a cuore che non i rapporti personali (Leon Battista Alberti, I libri della famiglia, 1.III, proemio).
Quando lo schieramento a noi avverso decise di intraprendere questo ambizioso progetto di gestione dei beni cultuali locali, che anche recentemente lo stesso Paolucci, gi ministro della Repubblica, ha criticato, era fortemente trincerato su posizioni autonomiste di esclusivit, forte del potere politico locale, spalleggiato e foraggiato da una ricca fondazione bancaria (che stranamente si trova ad essere proprietaria dei chiostri annessi alla basilica di san Francesco); la manifesta bocciatura da parte dello Stato del primo tentativo di acquisizione della tanta auspicata convenzione, a seguito della reazione contraria da parte di alcune frange di sparuti dissidenti e di (se pur tiepidi) veti incrociati di taluni organismi della pubblica amministrazione (soprintendenze, universit), ha indotto lo schieramento a noi avverso ad assumere nel frattempo un atteggiamento di maggiore apertura e di alleanze con le istituzioni rappresentative nel territorio, per non venir tacciato di monopolizzare, per esempio, il mercato del restauro musivo, in un contesto a dir poco discutibile.
A rinfocolare la polemica la recente inaugurazione del laboratorio di restauro del mosaico antico, il primo di 11 in cantiere - [chi sa perch; secondo i soliti beni informati il bando di gara dappalto potrebbe essere confezionato su misura di qualcuno] - quando non esiste ancora il parco archeologico e il museo di Classe. Un progetto ambizioso costato gi 23 milioni di euro, con finanziamenti pubblici ricevuti dallo Stato, dal Comune, dallUnione Europea e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna[quella di cui sopra]. Inoltre sar concesso un ulteriore finanziamento dell8x1000 - [non destinate la vostra quota dimposta dellIrpef alla gestione statale, ma piuttosto fate scelte diverse] - di cui la presidente della fondazione ravennate, ex parlamentare, ha ringraziato pubblicamente gli amici del suo stesso partito politico. Ravenna si candida quindi a divenire la capitale del mosaico, un centro di eccellenza per il restauro del patrimonio musivo internazionale. Il lavoro che stiamo portando avanti in Siria ci riempie di entusiasmo. Da una corrispondenza da Damasco apprendiamo che nel cuore della capitale siriana ci sono oltre 500 mq di mosaici, dai luoghi pi disparati della Siria, che un gruppo di mosaicisti sta restaurando (IlSole24Ore, 2008). Perch il lavoro stato affidato proprio a una fondazione ravennate che tiene i contatti con lICE? Forse che in Italia non ci sono altri laboratori e scuole di restauro in grado di fare meglio? E intanto che i restauratori italiani vanno allestero, i mosaici di Otranto vanno in rovina. (F. Cardini, La Gazzetta del Mezzogiorno, 2008). Qualcosa non funziona!
Peccato che di questa cooperazione internazionale, di cui non chiaro chi paga i restauri, i viaggi e il soggiorno dei mosaicisti (attualmente in Siria) e dei loro referenti con eventuale famiglia al seguito, allo stand dellICE non hanno voluto parlare; pur individuando nel loro interlocutore, presente in incognita, colui il quale scrisse su queste pagine (nota del 15-01-2007), in modo polemico, sulla scelta e partecipazione limitata a un solo soggetto degli addetti ai lavori del comparto maestranze musive alla Fiera The Big 5 a Dubai, negli Emirati Arabi, promossa e sponsorizzata dallICE. [La Cina oggi di moda, anche se il nostro solito atteggiamento ambiguo non ci fa prendere posizioni in questo momento di tensioni col Tibet; ma gli affari sono lanticamera della mocrazia (Casini). Le universit guardano allestero e c persino chi va tra i bororo nel Mato Grosso ad applicare le tecnologie digitali allo studio delluomo; dice il professore: sempre pi spesso le popolazioni tribali filmano se stesse. Affidargli la telecamera aiuta a penetrare nella loro mentalit. Ogni commento superfluo! Al Dipartimento di storie e metodi per la conservazione dei Beni culturali, Universit di Bologna, sede di Ravenna, c chi si propone di studiare la lingua, le tradizioni e documentare gli insediamenti degli Yagnobi, Repubblica del Tajikistan]. Il repertorio delle idee bislacche vasto; basterebbe che ognuno attuasse i suoi viaggi-studio con i propri soldi, e non con quelli dei contribuenti, e soprattutto che avesse lonest di non illudere tanti giovani di belle speranze.



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