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L'Armeria Reale di Torino? Vale meno della Fondazione Accorsi
16-04-2008
Fulvio Cervini

Una bufala siderale. Ma su questa bufala il Comune di Alessandria ha imbastito un concorso farsa e affidato una consulenza per riallestire il suo museo.


COMUNICATO STAMPA



Mi chiamo Fulvio Cervini, ho quarantatré anni e sono professore associato di storia dell’arte medievale all’Università di Firenze. Per diventarlo ho dovuto superare un concorso nazionale, e per superarlo fare ricerca per anni e scrivere chili di pubblicazioni. Nel frattempo ho trascorso quasi sette anni alla Soprintendenza per il Patrimonio Storico e Artistico del Piemonte come funzionario storico dell’arte, dove sono stato fra l’altro responsabile per la Provincia di Alessandria e direttore dell’Armeria Reale di Torino. Anche in questo caso ho dovuto superare un concorso nazionale lungo e selettivo.
Titoli del genere credevo fossero più che sufficienti a ottenere l’incarico di “museologo di comprovata competenza ed esperienza” messo a bando lo scorso dicembre dal Comune di Alessandria: si chiedevano studi nel settore, attività di ricerca, pubblicazioni, e almeno tre anni di direzione di un museo “di rilevanza nazionale”. Il fine: scrivere una relazione, in vista del suo riallestimento, sul Museo Civico di Alessandria, che conoscevo a menadito. Ma mi sbagliavo.

Il mio curriculum è stato valutato da una commissione composta dal Dirigente della Direzione Cultura e Turismo, dal Responsabile del Servizio Biblioteca e dal Responsabile del Servizio Cultura, tutti dipendenti del Comune di Alessandria e tutti assai digiuni di musei e museologia: il dirigente, che viene dall’Anagrafe, mai si era occupato di cultura fino a pochi mesi or sono. E faceva pure il presidente della commissione: cosa di dubbia legittimità, visto che era il responsabile della struttura che aveva bandito la valutazione. Ma il profilo messo a bando era tanto complesso da richiedere la presenza in commissione di almeno un direttore di museo, un funzionario del Ministero per i Beni e le Attività Culturali o un docente universitario del settore. Alessandria ha ritenuto di poterne fare a meno, e di fare da sé. Peccato che sia vietato per legge. Come se la Marina facesse selezionare un capitano di vascello da un bagnino, un pescatore e un sommozzatore col pretesto che tutti e tre s’intendono di mare.

Certo è che questa commissione di musei s’intende poco o per nulla: stando al verbale, mi è stato preferito l’ex direttore del Museo della Fondazione Accorsi di Torino soltanto perché ha occupato quel posto sette anni, in luogo dei quattro che io ho passato all’Armeria. Un direttore di museo valutato col pallottoliere. La decantata “esperienza” è stata giudicata in termini esclusivamente quantitativi, senza porsi il problema di cosa mai abbia fatto costui in quel museo. E, soprattutto, di che museo si tratti. Il bando pretendeva che fosse “di rilevanza nazionale”. Ma chi stabilisce, in assenza di un albo, quali sono i musei rilevanti? La comunità scientifica e/o il ministero competente, magari nella consapevolezza che in Italia i musei davvero rilevanti sono tutti pubblici, e hanno una lunga storia alle spalle. Non chi dimostra di non aver mai messo piede (o di non aver visto nulla) nei musei che valuta. E questi valutatori hanno equiparato un museo privato di arti decorative del Settecento, in prevalenza piemontesi, nato nel 1999 dalla collezione di un antiquario, a un museo statale aperto da Carlo Alberto nel 1837, che va considerato tra le sei raccolte di armi e armature antiche più importanti del mondo. Già il paragone si commenta da solo. Ma hanno avuto pure la faccia di mettere a verbale che l’Accorsi vanta una più “diversificata tipologia del patrimonio storico-artistico presente nella realtà museale diretta”, e che dunque anche per questa ragione il curriculum del suo ex direttore è preferibile al mio. Come dire che il Museo etnografico della Gambarina di Alessandria è meglio della Pinacoteca di Brera perché a Brera ci sono solo quadri. Ma che l’Accorsi sia un museo “più vario” dell’Armeria è un’altra colossale panzana.

Gli incauti giudici ignorano che l’Armeria Reale non comprende solo armi e armature (dall’età della pietra al Novecento), ma tessili, stampe, dipinti, cimeli, un medagliere ricco di quasi trentamila pezzi, un nucleo importantissimo di oreficerie e intagli; e sta dentro uno straordinario contenitore letteralmente rivestito di sculture e dipinti murali che rappresentano, questi sì, il meglio del Settecento piemontese (da Beaumont a Bernero e ai Collino). E per buon peso hanno posto sullo stesso piano la docenza universitaria mia e quella del vincitore: il quale non è mai stato docente strutturato, ma solo a contratto. Come non ha dovuto affrontare un concorso per entrare nel suo museo. Però risulta, dalle sue pubblicazioni, “preparato”; io soltanto “esperto”: chissà se hanno lette le mie e le sue, e cosa ci hanno trovato (ammesso che le sappiano leggere). Di sicuro non hanno contato nulla, nel verdetto finale, gli anni che ho passato a fare tutela sul campo, e proprio ad Alessandria.


Un esito paradossale: sono riusciti a dire di no, in un colpo solo, a un professore universitario, a un ex direttore di un museo statale e perfino al miglior conoscitore su piazza delle collezioni alessandrine, di cui mi ero occupato tanto a fondo da elaborare nel 2007 una relazione di fattibilità per il nuovo museo, commissionatami proprio dal Comune: e tutto questo perché i miei giudici non hanno capito la differenza tra la Fondazione Accorsi e l’Armeria Reale. Ma non basta. Per scartare la mia candidatura la commissione ha introdotto criteri di selezione non previsti nel bando. Ma solo dopo aver esaminato tutti i curricula. E non prima di aprire le buste, come accade anche nei concorsi più squinternati di questa terra. Ad Alessandria chiamano tutto questo discrezionalità amministrativa. Ma la discrezionalità non può fondarsi su errori così marchiani, ovvero sull’incompetenza nel settore specifico di chi giudica. E a spese del contribuente.

Uscito quasi in punta di piedi poco prima di Natale, lo stesso bando era nato sotto auspici sinistri. Né la Regione, competente in tema di musei locali, né le Soprintendenze, competenti sulla tutela, ne sapevano assolutamente nulla, laddove un’iniziativa del genere non può fare a meno di uno straccio di concertazione progettuale fra tutti gli enti interessati. Che invece sono stati messi davanti al fattaccio compiuto.
Ho chiesto al sindaco di annullare l’esito della valutazione, e di nominare una nuova e più competente commissione. Mi ha risposto che non dubita della legittimità della procedura, e che comunque non ha il potere di annullarla (cosa quanto meno discutibile). Peccato che non sia stato capace di dare una risposta argomentata a uno solo dei miei rilievi. Mi aspettavo più ragione e meno meschinità, ma anche stavolta mi sbagliavo. Nel frattempo il Comune affidava l’incarico al mio antagonista, per il compenso tutt’altro che irrilevante di 40.000 euro netti.

Qui non è in gioco tanto la mia possibilità di ottenere o meno una consulenza, quanto la difesa di alcuni sacrosanti principi di metodo e di legalità. Ogni valutazione comparativa deve essere realmente comparativa, rispondendo ai principi della trasparenza amministrativa e della competenza di chi giudica. Ciascuna professione deve essere valutata in primo luogo da se medesima e non può venire impunemente tagliata a fettine da chi non ne sa nulla o quasi. Una commissione incompetente non può arrogarsi il diritto di liquidare il ruolo istituzionale dei musei statali (e di che musei) ridisegnando la geografia museale italiana su basi di mero dilettantismo. E ancora, soprattutto: la dignità professionale di chi nei musei e nelle università statali ha lavorato e continua a lavorare con serietà, rendendo alla nazione un servizio fondamentale e irrinunciabile, deve ritenersi essa stessa un patrimonio da tutelare con le unghie e con i denti.

Con questa coscienza - e determinazione ancor più ferma – ho incaricato il mio legale – Nicola Bottero, con studio a Torino – di predisporre un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale, che viene notificato in questi giorni. Confido nella giustizia, e dunque non ho avuto scelta. Il Comune che non ha voluto rispondere a me dovrà adesso rispondere al giudice. Voglio un risarcimento perché la mia dignità è stata lesa due volte, sul piano professionale e umano. E non voglio più lavorare con gente così piccola. Ma provo un brivido quando penso che questa gente piccola - tanto arrogante quanto irresponsabile - custodisce un patrimonio artistico di grande importanza e bellezza. E amministra una città.

Fulvio Cervini
Dipartimento di Storia delle Arti e dello Spettacolo
Università di Firenze
Via Gino Capponi 9, 50121 FIRENZE
fulvio.cervini@unifi.it



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