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Riforma del Ministero, finale di partita. Unultima riflessione
18-01-2005
Davide Gasparotto

Alle fine dellestate scorsa mi chiedevo preoccupato, in un intervento pubblicato su questo sito e anche sul Sole 24 Ore, quale sar la sorte delle Soprintendenze di settore, perch questautunno si attendono delle novit. Accanto a insistenti voci di soppressioni o, nella migliore delle ipotesi, di accorpamenti tra uffici, quelle che hanno maggiore spazio riguardano il destino della figura stessa del Soprintendente: sembra infatti certo che gli uffici in quanto tali non spariranno, ma a sparire saranno proprio loro, i Soprintendenti come dirigenti, personalit di grande autorevolezza culturale e scientifica, progressivamente sostituiti da funzionari direttivi di qualifica inferiore, meno costosi e pi docili esecutori delle volont del Soprintendente regionale. Del resto, come farebbe il Ministero a mantenere, sintende finanziariamente, una tale pletora di Dirigenti (Direttori Generali a Roma, Direttori generali regionali e Soprintendenti di settore)?. A questa ansiosa domanda ricevevo risposta, nelle settimane successive, da parte nientemeno che dai Soprintendenti regionali stessi, dalla direttrice dellICR Caterina Bon Valsassina che invitava a mettere da parte il pessimismo cosmico sulla sorte della nostra amministrazione dei beni culturali e a cogliere invece gli aspetti di novit della riforma e di sfida lanciata verso il futuro e in qualche modo anche dal Ministro Urbani stesso, che orgogliosamente dichiarava in unintervista di poco successiva che la riforma del Ministero era realizzata a costo zero, oltre a favorire la componente tecnico-scientifica e i valori della tutela. Oggi, e lo dico con rammarico, le pi fosche previsioni si stanno puntualmente avverando (per dire che al peggio non c mai fine). Il lucidissimo intervento di Vittorio Emiliani pubblicato sullUnit del 12 gennaio scorso una fotografia impietosa, ma perfettamente a fuoco, della situazione dei nostri beni culturali e soprattutto sullattuale gestione del Ministero, per lo meno per chi la vive dallinterno. Che la riforma non sia assolutamente stata a costo zero ormai palese a tutti: labbuffata di poltrone la nomina cio di ben 46 dirigenti generali costata, secondo le stime (a mio giudizio attendibili) dei sindacati, 1.358.967,25 Euro. E tutto a favore di un sistema che, invece di snellirsi, si fatto duna pesantezza burocratica insostenibile per le scarse risorse umane degli Uffici periferici (le Soprintendenze), assolutamente bisognosi di personale tecnico qualificato (storici dellarte, architetti, archeologi), che ovviamente non si pensa assolutamente di rimpinguare attraverso nuovi concorsi. Anche la tanto sbandierata creazione di nuove Soprintendenze (a Lecce, a Lucca, a Verona) pare un fatto pi legato alla politica che ad una meditata pianificazione di carattere territoriale: in alcuni casi non si sa neppure quale sar la sede dei nuovi uffici, quale il personale tecnico-amministrativo per renderli operativi, quali i denari con cui pagare il loro funzionamento etc, mentre il decreto taglia-spese dellestate del 2004 ha ridotto del 46% le spese di funzionamento e del 26% quelle di investimento delle Soprintendenze, di fatto rendendo quasi impossibile il mantenimento dei musei (luce, condizionamento, pulizie in molti casi sono in pericolo) e paralizzando quasi completamente lattivit di tutela (intendo soprattutto i restauri ordinari, quelli cio che non fanno notizia, che ormai non si fanno quasi pi, specie sui beni ecclesiastici). Dunque: aumento a dismisura delle poltrone di vertice a discapito di un potenziamento della struttura tecnico-scientifica, aumento della burocrazia e di fatto aumento del centralismo, ammantato per duna veste apparentemente federalista (le soprintendenze regionali), e infine drastico taglio dei finanziamenti sui beni culturali, che incide soprattutto sullattivit di conservazione, specie dei beni meno appariscenti. E non si parla qui dellingresso dei privati nelle strutture dellamministrazione (con la creazione delle Fondazioni) o del privilegiamento duna concezione meramente economicistica dei beni culturali, quale ci si poteva in fondo aspettare da un governo di centro-destra: si tratta invece dellormai sistematico affossamento dun sistema di regole e procedure condivise, che non n di destra n di sinistra, ma semplicemente caratteristica di un paese democratico. Il caso, recentissimo, delle nomine dei nuovi responsabili della tutela a livello periferico lo dimostra ampiamente: immissione di quadri amministrativi in posti dove sarebbe stato preferibile prevalesse la componente pi squisitamente tecnica (intesa nel senso di storico-artistica, architettonica, archeologica), nomine ad personam e trasferimenti ad hoc che paiono determinati pi da unocchiuta volont di sorvegliare e punire che da seri criteri di efficienza ed economicit dellazione amministrativa. Esemplare il caso dellEmilia-Romagna, la regione in cui lavoro: in tutte e tre le Soprintendenze per il Patrimonio Storico ed Artistico abbiamo assistito alla nomina di reggenti, cio di funzionari di VIII o IX livello, figure ad evidenza costituzionalmente pi deboli dun Soprintendente titolare (e dunque meno autorevoli, pi gestibili, pi controllabili, etc). Dunque, pur con il massimo rispetto e lammirazione per personaggi di alto profilo culturale come Adriano La Regina o Annamaria Petrioli Tofani, che sono comunque giunti al termine duna onoratissima carriera al servizio dello Stato, mi sembra che la posta in gioco sia molto pi alta della permanenza in servizio di due pur cos stimabili funzionari, oggi al centro delle nostre cronache. O forse dobbiamo pensare che non ci sono proprio pi, allinterno del nostro Ministero, intelligenze cresciute sul loro esempio e capaci di raccogliere degnamente il loro testimone? La posta in gioco il ritorno a procedure trasparenti e al senso del rispetto delle regole allinterno dellamministrazione dei beni culturali, la posta il ritorno a pensare che il bene comune vale pi del proprio particulare, la posta credere che le competenze scientifiche debbano prevalere sullottusit della burocrazia e sugli interessi di bassa cucina della politica. E questa, credo, una battaglia di civilt, che tutti gli uomini di cultura di questo paese dovrebbero combattere, aiutando i cittadini a comprenderla e a sostenerla. Solo allora - io credo - si potr tornare a parlare, e a discutere, di quale sia il modo migliore per tutelare, gestire e valorizzare i nostri beni culturali.



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