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Mibac/3 ovvero la globalizzazione dell’esprimersi
04-06-2008
Francesco Floccia

Giorni fa, nel sito www.key4biz.it/News/2008/05/14/Policy/cultura, a commento del nuovo Governo italiano, esaminando la figura di alcuni ministri e sottosegretari alla cultura, industria, funzione pubblica/innovazione, Angelo Zaccone Teodosi (Presidente IsICult - Istituto italiano per l'Industria Culturale), concludeva che “’occorrono competenza ed esperienza per affrontare il rilancio dell’industria di settore nell’era dei contenuti digitali’. Vale per lo spettacolo, ma anche per la cultura ed i media in generale, e finanche per le telecomunicazioni”. L’avere messo a fuoco, sempre riferendosi alla scelta di alcune personalità già operanti nel Mibac, il settore dello Spettacolo - “un segnale simbolico (in qualche modo un privilegiare le “attività” culturali rispetto ai “beni”, e quindi lo spettacolo e la cultura in movimento rispetto alla staticità delle pur importanti cose museali)” – rappresenta secondo l’autore dell’articolo un segnale interessante verso lo sviluppo dell’” industria digitale e culturale” da parte della società italiana nel suo complesso. Non si tratta certo di far prevalere l’arte virtuale (“l’artista virtuale – come scrive Silvia Ferrari in ‘Arte del Novecento’, Mondatori 1999 – è una sorta di scienziato-mago che crea mondi percorribili con la mente, mentre il corpo rimane fermo al suo posto”) né di considerare creazione della mente tutto ciò che si possa riferire a una immagine video o web alternativa a un’opera materiale, tangibile, “corporea”: arte virtuale, complessa, variegata, totale è ormai la stessa realtà – nel suo riflesso - che viviamo in cui i fatti, le notizie, i nostri comportamenti, nozioni e oggetti che esprimiamo, apprendiamo e usiamo diventano la sintesi del nostro agire, del pensare, dell’osservare e valutare il procedere quotidiano delle cose. Non voglio entrare nel merito dell’importanza delle moderne nuove tecnologie e delle tante altre atte alla comunicazione – come si usa dire – globale in quanto studiosi specialisti affrontano questo genere di ricerche che sulle potenzialità espress ive dei moderni media raggiungono risultati e danno spunti e prospettive inimmaginabili: valga per tutti la raccolta di saggi di Andrea Balzola e Anna Maria Monteverdi, “Le arti multimediali digitali”, Garzanti 2004 che spiega, attraverso una complessa lettura, le nuove dimensioni creative percepibili dalla mente umana e che la simultaneità di un’immagine o di un momento reale le nuove tecnologie recepiscono, elaborano, trasmettono, memorizzano per tempi e luoghi. E’ il Nuovo Millennio! si dovrebbe dire soppesando l’importanza di tale affermazione ma invece la mente di molti di noi è inevitabilmente rivolta all’indietro: non c’è sicuramente luogo della Terra ove si ignori non solo l’uso ma la funzione sostanziale e ormai quasi propria della natura umana di un telefono cellulare, di un PC e di tutto ciò che consenta la trasmissione della parola e dell’immagine. Strumenti dunque che rappresentano il perdurare della tradizione dell’arte visiva, della ben nota “civiltà dell’immagine”, così come del suono, della parola, della figura in movimento, dello scritto. Osservazioni ovvie, me ne scuso, specie nei riguardi dell’informato Pubblico di “Patrimoniosos”, ma che sottintendono comunque un’altra universalità che non è più solo quella che riguarda e pratica l’utilizzo di uno strumento di comunicazione bensì il contenuto stesso delle informazioni, delle realtà, dei temi che vengono prodotti e trasmessi. Quando oggi, nell’attuale contingenza po litica, riferendosi al Mibac, si parla di ‘spettacolo dal vivo’ si pensa a rappresentazioni di scena, di musiche, di danza, a individuali manifestazioni artistiche e professionali della propria personalità, delle proprie abilità, della propria singolare e specifica cultura. Privilegiando dunque le “attività” rispetto ai “beni”, ossia l’atto artistico e creativo del momento rispetto al documento storico che andrà sempre protetto e studiato, la scelta è quella di vedere nella circostanza della rappresentazione – fosse essa teatrale, vicina al music-hall marinettiano o a quella della Russia rivoluzionaria del ‘17 (Monteverdi, cit., pp. 92-93) – l’occasione per accostarsi ancor più, nell’animo e nel sentimento, alla sensibilità e capacità creativa di un artista. Cosa vuol dire questo? Che grazie a tali scelte, per lo meno così commentate, – intercettare cioè le nuove arti oltre che tutelare ciò che è stato – ogni nuova espressione d’arte di immagine, figura, di linguaggio, dev e essere accolta e lasciata libera di esprimersi nel modo in cui vuole esibire la propria natura, i propri argomenti, il proprio modo di essere. E ciò vuol dire anche consentire a chiunque presente nella società italiana – sia perché vi è nato, sia perché giuntovi da Paesi diversi – di appalesare nella propria lingua, secondo i modi e i caratteri di una singolare ed esclusiva tradizione, con propri accenti, modi e colori della gente di appartenenza, la vitalità, la passione, la cultura, l’indole, espressive di una personalità e di modi di essere che la nostra società (nostalgica di una lontana storia umanistica da cui trae però poco insegnamento) frequentemente sente estranei, interferenti se non proprio ostili. Si parla tanto oggi di comunità Rom: “Arte nomade, il senso artistico degli Zingari” è una bella affermazione e anche il titolo di un interessante volume (IGIS edizioni, 1980) ove arti figurative e artigianato rappresentano il senso artistico di quel Popolo ma qua si in seconda battuta rispetto alla loro musica, alla danza, al canto, al teatro, alle drammatizzazioni che hanno fatto, ad esempio, di testi della letteratura dell’Europa orientale, particolarmente della Russia dell’800. “Teatro Romen”, “l’arte originale, scintillante, antica e insieme sempre giovane del popolo zingaro”, la “tradizione flamenca”, jazzisti, girovaghi, circensi, chitarristi (ivi), sono caratteri della cultura gitana che le istituzioni culturali italiane dovrebbero prendere in considerazione. Particolarmente il semper reformandum Mibac, se vorrà privilegiare l’arte creata rispetto alla “staticità del bene,” consideri nelle feste, nei cortei, nelle occasioni celebrative e spettacolari di piazza, il momento di particolare libertà espressiva di una qualsiasi comunità di persone che per affinità o identità culturale si riunisce in ragione del proprio stesso esistere. Così potrà valere per la gente nomade, così varrà per altre comunità italiane che si riconoscono i n una regione, in un’area geografica, finanche in partiti a rilevanza locale. Una comunicazione virtuale, digitale, globalizzata vorace di conoscenza, di notizie e innovazioni tecnologiche non può essere più democratica, libera, universale e informata di una Amministrazione pubblica che, misconoscendo le minoranze, non solo non le valorizza né patrocina ma le isola di fatto “annullandole culturalmente”. Grazie per l’attenzione. 1/6/2008 .



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