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Lo storico dell’arte. Contributo sulle professioni
15-11-2004
Irene Berlingò (Presidente ASSOTECNICI)

Testo dell'intervento presentato alla tavola rotonda del convegno "Lo storico dell'arte: formazione e professioni" tenutosi a Roma il 15 novembre 2004.

Cresce in Italia la domanda di cultura, malgrado la crisi del turismo dopo le Torri gemelle. E’ in crescita sia la domanda di cultura da parte dei cittadini che la disponibilità a spendere per il tempo libero: nel 2003 i consumi delle famiglie per la cultura sono aumentati del 2,1% rispetto all’incremento dell’1,2 % del 2002 .
Il fatturato del turismo culturale è in continua crescita e ormai rappresenta il 23% del totale dell’industria turistica nazionale. Infatti il turista culturale ha una spesa media giornaliera di € 100 per le destinazioni d’arte, che raccolgono ricavi turistici per circa 20 miliardi di euro, ossia il 24,2% del fatturato turistico complessivo e i musei continuano a rimanere motivi autonomi di visita di una destinazione. Dunque i musei, a detta del Centro Studi del TCI , possono essere interpretati come vere e proprie porte della città e non più come tesori nascosti, magari utilizzando un modello di museo diffuso sul territorio, come quello sperimentato con successo in Umbria e nelle Marche.
Malgrado il trend negativo del turismo, dunque, i nostri musei “hanno una sorprendente capacità di riqualificarsi e di adeguare la propria mission di conservazione a quella della comunicazione” . Tra l’altro, al 2° e al 3° posto figurano Uffizi e Accademia, con raccolte prevalentemente storico-artistiche e risultano sorprendentemente in salita i musei archeologici, in primis l’Archeologico di Napoli.
Questo dunque deve essere un motivo di soddisfazione anche e soprattutto per gli operatori del settore, tra cui naturalmente storici dell’arte e archeologi, che pur tra moltissime difficoltà vedono premiata la loro professionalità, se si considera che perfino il modello americano è in crisi – il Metropolitan Museum accusa deficit annuali da cinque milioni di dollari. Ma – inutile ripeterlo-non è questo il modello da seguire, e i dati lo confermano, bensì un modello di museo diffuso sul territorio, come si diceva poc’anzi.
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A fronte di ciò, in un paese con il nostro patrimonio e che da secoli è all’avanguardia sulle politiche di tutela e di valorizzazione dei beni culturali, grazie soprattutto alle leggi Bottai, le più avanzate e innovative leggi di tutela del Novecento, ebbene si investe in cultura solamente lo 0,39 dell’intero bilancio dello Stato (la media europea è intorno allo 0,50) .
Davanti a questi dati, vien da chiedersi come il settore possa rispondere in queste forme, con una vitalità sorprendente per lo stato in cui versano le strutture scientifiche, che costituiscono l’ossatura del sistema museale nazionale. Il problema delle risorse è capitale sia per la conservazione del patrimonio che per le strutture tecnico-scientifiche ad esso preposte, e naturalmente non ci si riferisce soltanto al personale interno del MiBAC ma anche alla galassia inesplorata dei collaboratori.
“Valorizzare i beni culturali,-ha detto il Presidente Ciampi il 20 marzo 2003, incontrando una delegazione del comitato promotore della Conferenza Nazionale degli Assessori alla cultura e al turismo-non è solo offrire un contributo importante allo sviluppo economico dei territori ma anche favorire l’occupazione e in particolare quella giovanile”.
Ebbene, la situazione dei ruoli tecnico-scientifici del Ministero è nota:, -1% gli storici d’arte, -8% gli architetti, addirittura -22% gli archeologi, che sono peraltro la categoria in assoluto meno numerosa tra tutti i tecnici del MiBAC, anche come previsione, e questo costituisce un paradosso nel Paese con la più alta densità nel mondo di vestigia archeologiche, insieme con la Grecia .
Il turn over si è bloccato a tutti gli effetti dalle Finanziarie di fine anni ’90, congelando così una situazione che vede una classe piuttosto agée, ultracinquantenne, senza speranze di carriera; si è bloccato infatti anche l’accesso alla dirigenza, dato che non si bandiscono più concorsi dal 1997, essendo intervenuto nel 1998 il D. Lgs. 80 che modificava le modalità di bando di tali concorsi, ma che ora risulta superato alla luce di nuove normative .
Il mancato turn over, tra l’altro, rende ormai impossibile la formazione di una nuova classe di tecnici all’interno del Ministero e quei pochi fortunati che sono riusciti ad accedere con gli ultimi concorsi, sono comunque ormai quarantenni, provenienti da esperienze a volte ultraspecialistiche (master, dottorati), maturate nel campo della ricerca universitaria.
Nel frattempo si è assistito ad un lento e inesorabile svilimento della professionalità sia nel settore storico-artistico che archeologico.
Le cause sono molteplici: non si può a questo proposito non ricordare l’operazione “Sicilia”, che aveva istituito ai primi degli anni ’80 la soprintendenza unica e scisso dal territorio musei importantissimi come Palermo e Siracusa, provocando un dibattito in seno al mondo culturale della sinistra, che guardava con favore all’affermarsi del decentramento regionale e alla semplificazione del sistema statale di tutela, con la convinzione che l’introduzione di un unico soprintendente che facesse da interfaccia con gli enti locali avrebbe in qualche modo facilitato i rapporti Stato-Regioni.
Si adombrava tra gli operatori del settore la possibilità di uno smantellamento del sistema italiano delle soprintendenze, tanto apprezzato e ripreso all’estero e la conseguente prevalenza di una specialità professionale sulle altre nella scelta del dirigente, su cui avrebbe pesato per es. l’esistenza di un ordine, come per gli architetti e gli ingegneri e anche la preponderanza di finanziamenti su un settore piuttosto che un altro, come è quello dei beni architettonici, mentre la peculiarità del settore sta nella interdisciplinarietà.
Oggi il processo è compiuto, con la creazione della direzione regionale che è sovraordinata alle soprintendenze territoriali; occorre registrare a questo proposito che vi è soltanto uno storico dell’arte e un archeologo tra i direttori regionali, per la stragrande maggioranza architetti.
Nel riordino delle soprintendenze, si registra con soddisfazione il ripristino delle soprintendenze storico-artistiche di Roma e Firenze, soppresse anni fa per l’istituzione dei poli museali, creando come in Sicilia l’artificiosa scissione tra museo e territorio; ma contemporaneamente, di fronte all’istituzione di nuove soprintendenze storico-artistiche e architettoniche, tra cui due miste (Lucca, Lecce, Verona, Parma), sparisce una soprintendenza archeologica specialistica come l’Etruria meridionale.
Contemporaneamente, si è privilegiata un’ottica sempre più mercantile nella esaltazione della produttività del settore; si è già posto l’accento sulle potenzialità che offre la valorizzazione dei beni culturali, soprattutto per i riflessi sul turismo e sull’occupazione giovanile, su cui tornerò in seguito.
Il problema è saper valutare le scelte di intervento e soprattutto di investimento da parte dello Stato, non solo in campo finanziario ma anche in risorse umane. Perché è ormai chiaro e lo dicono proprio i privati, il settore necessità soprattutto di finanziamenti pubblici e si tratta di superare il mito americano, definendo nuove strategie per la cultura, certamente in sinergia con tutti i soggetti interessati, in primis gli enti locali. Tra l’altro non a tutti è noto che il patrimonio culturale italiano appartiene in gran parte agli enti locali: il 43% dei musei, il 38% dei teatri, il 47% delle biblioteche ad es. è di proprietà delle amministrazioni comunali che negli ultimi anni hanno promosso i loro territori attraverso la valorizzazione delle risorse turistiche e culturali. E’ inderogabile perciò la concreta collaborazione fra lo Stato, le regioni e gli enti locali sulle politiche di tutela e di valorizzazione dei beni culturali, non solo perché lo prevede la nostra legislazione, ma anche per governare e orientare i flussi di traffico turistico, per introdurre tutte le innovazioni tecnologiche che possano favorire la più completa fruizione dei beni, poiché la domanda e il consumo culturale si evolve in ogni campo di attività, per es. incrementando i nuovi strumenti di integrazione dell’offerta del territorio, con la realizzazione di card integrate, che vanno affermandosi anche in Italia dopo il successo delle esperienze europee.
E contemporaneamente occorre predisporre nuovi strumenti e modelli di qualificazione e formazione professionale rivolti sia agli operatori pubblici che ai privati, per fornire reali sbocchi all’occupazione.
Il lento svuotamento delle funzioni tecnico-scientifiche si quantifica con mano nella ormai non più tanto latente cancellazione della figura professionale, dall’evidente svuotamento dei ruoli del MiBAC, al silenzio che avvolge i compiti dello storico dell’arte o dell’archeologo nella pur copiosa produzione legislativa che pervade il settore, ormai senza pace dal 1997/98. La circostanza è perlomeno curiosa, dato che si tratta o forse si trattava di un Ministero atipico, basato essenzialmente sulle specialità scientifiche. Ma si deve registrare con desolazione anche la possibilità, prevista nell’ambito della riqualificazione, di fare l’archeologo o lo storico dell’arte senza i previsti titoli scientifici, ma solo con mansioni superiori, possibilità prevista per tutte le professionalità senza albo.
Anche vicende come quella dell’archeocondono fanno meditare sulla valutazione delle nostre professioni e sul loro futuro: quale segnale può dare una simile proposta alle nuove generazioni di studenti in Conservazione dei Beni Culturali?
Manca infatti la coscienza sociale su questo tipo di problematiche, che certamente vanno affrontate, ma con le dovute cautele. Infatti il disegno di legge originario, che si deve all’allora Ministro Fisichella nel 1994, affrontava la questione con tutte le salvaguardie del caso; varie modifiche però erano intervenute lungo l’iter parlamentare, giungendo a non prevedere più sanzioni nell’ultima versione del 1999 e depenalizzando in pratica il reato.
La creazione di un albo è stato a lungo perseguita da ASSOTECNICI, insieme con AIB e ANAI, fino all’ultimo DDL, A.S. n. 2676, presentato nella XIII legislatura. Il problema di omologazione con le norme europee non ha impedito nel frattempo l’uscita di nuovi albi per altre professionalità. Rimaniamo quindi delle alte professionalità non regolamentate, per cui anche nel penultimo CCNL si era affacciata la possibilità di un’apposita area professionale, rimasta poi inapplicata.
Il problema oggi si ripropone con grande forza per la grande quantità di operatori che lavorano per i beni culturali, non solo per lo Stato ma anche per gli enti locali, in società concessionarie di servizi. Occorre tra l’altro ricordare le esternalizzazioni avviate a Firenze, Roma, Genova, Milano, Napoli, per citare solo le più importanti.
E’ noto l’inadeguato trattamento retributivo nel settore pubblico, a fronte di una preparazione tecnica riconosciuta a livello internazionale, con conseguenze rilevanti sull’aspetto motivazionale e conseguente ricorso massiccio al part-time. Pur esistendo il CCNL per il settore privato sottoscritto da Federculture per le aziende e i lavoratori dei servizi culturali, scaduto alla fine del 2003, esiste un diffuso sfruttamento intellettuale e mancano standards qualitativi di controllo sul personale effettivamente impiegato, che garantiscano, nell’interesse comune di preservare il patrimonio culturale, da una parte l’Ente committente, dall’altra le Università, che rischiano di veder assottigliarsi gli studenti per mancanza di un futuro certo.
Si ripropone dunque con forza la necessità della tenuta di un elenco - che può essere anche interno al Ministero- che raccolga secondo regole certe gli operatori del mercato esterno, tra l’altro avviando un censimento di questa galassia inesplorata e fissando standards minimi di qualificazione per la valorizzazione delle professionalità .



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