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Lo storico dellarte. Contributo sulle professioni
14-02-2005
Irene Berling (Presidente ASSOTECNICI)

Testo dell'intervento presentato alla tavola rotonda del convegno "Lo storico dell'arte: formazione e professioni" tenutosi a Roma il 15 novembre 2004.

Cresce in Italia la domanda di cultura, malgrado la crisi del turismo dopo le Torri gemelle. E in crescita sia la domanda di cultura da parte dei cittadini che la disponibilit a spendere per il tempo libero: nel 2003 i consumi delle famiglie per la cultura sono aumentati del 2,1% rispetto allincremento dell1,2 % del 2002 .
Il fatturato del turismo culturale in continua crescita e ormai rappresenta il 23% del totale dellindustria turistica nazionale. Infatti il turista culturale ha una spesa media giornaliera di 100 per le destinazioni darte, che raccolgono ricavi turistici per circa 20 miliardi di euro, ossia il 24,2% del fatturato turistico complessivo e i musei continuano a rimanere motivi autonomi di visita di una destinazione. Dunque i musei, a detta del Centro Studi del TCI , possono essere interpretati come vere e proprie porte della citt e non pi come tesori nascosti, magari utilizzando un modello di museo diffuso sul territorio, come quello sperimentato con successo in Umbria e nelle Marche.
Malgrado il trend negativo del turismo, dunque, i nostri musei hanno una sorprendente capacit di riqualificarsi e di adeguare la propria mission di conservazione a quella della comunicazione . Tra laltro, al 2 e al 3 posto figurano Uffizi e Accademia, con raccolte prevalentemente storico-artistiche e risultano sorprendentemente in salita i musei archeologici, in primis lArcheologico di Napoli.
Questo dunque deve essere un motivo di soddisfazione anche e soprattutto per gli operatori del settore, tra cui naturalmente storici dellarte e archeologi, che pur tra moltissime difficolt vedono premiata la loro professionalit, se si considera che perfino il modello americano in crisi il Metropolitan Museum accusa deficit annuali da cinque milioni di dollari. Ma inutile ripeterlo-non questo il modello da seguire, e i dati lo confermano, bens un modello di museo diffuso sul territorio, come si diceva pocanzi.
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A fronte di ci, in un paese con il nostro patrimonio e che da secoli allavanguardia sulle politiche di tutela e di valorizzazione dei beni culturali, grazie soprattutto alle leggi Bottai, le pi avanzate e innovative leggi di tutela del Novecento, ebbene si investe in cultura solamente lo 0,39 dellintero bilancio dello Stato (la media europea intorno allo 0,50) .
Davanti a questi dati, vien da chiedersi come il settore possa rispondere in queste forme, con una vitalit sorprendente per lo stato in cui versano le strutture scientifiche, che costituiscono lossatura del sistema museale nazionale. Il problema delle risorse capitale sia per la conservazione del patrimonio che per le strutture tecnico-scientifiche ad esso preposte, e naturalmente non ci si riferisce soltanto al personale interno del MiBAC ma anche alla galassia inesplorata dei collaboratori.
Valorizzare i beni culturali,-ha detto il Presidente Ciampi il 20 marzo 2003, incontrando una delegazione del comitato promotore della Conferenza Nazionale degli Assessori alla cultura e al turismo-non solo offrire un contributo importante allo sviluppo economico dei territori ma anche favorire loccupazione e in particolare quella giovanile.
Ebbene, la situazione dei ruoli tecnico-scientifici del Ministero nota:, -1% gli storici darte, -8% gli architetti, addirittura -22% gli archeologi, che sono peraltro la categoria in assoluto meno numerosa tra tutti i tecnici del MiBAC, anche come previsione, e questo costituisce un paradosso nel Paese con la pi alta densit nel mondo di vestigia archeologiche, insieme con la Grecia .
Il turn over si bloccato a tutti gli effetti dalle Finanziarie di fine anni 90, congelando cos una situazione che vede una classe piuttosto age, ultracinquantenne, senza speranze di carriera; si bloccato infatti anche laccesso alla dirigenza, dato che non si bandiscono pi concorsi dal 1997, essendo intervenuto nel 1998 il D. Lgs. 80 che modificava le modalit di bando di tali concorsi, ma che ora risulta superato alla luce di nuove normative .
Il mancato turn over, tra laltro, rende ormai impossibile la formazione di una nuova classe di tecnici allinterno del Ministero e quei pochi fortunati che sono riusciti ad accedere con gli ultimi concorsi, sono comunque ormai quarantenni, provenienti da esperienze a volte ultraspecialistiche (master, dottorati), maturate nel campo della ricerca universitaria.
Nel frattempo si assistito ad un lento e inesorabile svilimento della professionalit sia nel settore storico-artistico che archeologico.
Le cause sono molteplici: non si pu a questo proposito non ricordare loperazione Sicilia, che aveva istituito ai primi degli anni 80 la soprintendenza unica e scisso dal territorio musei importantissimi come Palermo e Siracusa, provocando un dibattito in seno al mondo culturale della sinistra, che guardava con favore allaffermarsi del decentramento regionale e alla semplificazione del sistema statale di tutela, con la convinzione che lintroduzione di un unico soprintendente che facesse da interfaccia con gli enti locali avrebbe in qualche modo facilitato i rapporti Stato-Regioni.
Si adombrava tra gli operatori del settore la possibilit di uno smantellamento del sistema italiano delle soprintendenze, tanto apprezzato e ripreso allestero e la conseguente prevalenza di una specialit professionale sulle altre nella scelta del dirigente, su cui avrebbe pesato per es. lesistenza di un ordine, come per gli architetti e gli ingegneri e anche la preponderanza di finanziamenti su un settore piuttosto che un altro, come quello dei beni architettonici, mentre la peculiarit del settore sta nella interdisciplinariet.
Oggi il processo compiuto, con la creazione della direzione regionale che sovraordinata alle soprintendenze territoriali; occorre registrare a questo proposito che vi soltanto uno storico dellarte e un archeologo tra i direttori regionali, per la stragrande maggioranza architetti.
Nel riordino delle soprintendenze, si registra con soddisfazione il ripristino delle soprintendenze storico-artistiche di Roma e Firenze, soppresse anni fa per listituzione dei poli museali, creando come in Sicilia lartificiosa scissione tra museo e territorio; ma contemporaneamente, di fronte allistituzione di nuove soprintendenze storico-artistiche e architettoniche, tra cui due miste (Lucca, Lecce, Verona, Parma), sparisce una soprintendenza archeologica specialistica come lEtruria meridionale.
Contemporaneamente, si privilegiata unottica sempre pi mercantile nella esaltazione della produttivit del settore; si gi posto laccento sulle potenzialit che offre la valorizzazione dei beni culturali, soprattutto per i riflessi sul turismo e sulloccupazione giovanile, su cui torner in seguito.
Il problema saper valutare le scelte di intervento e soprattutto di investimento da parte dello Stato, non solo in campo finanziario ma anche in risorse umane. Perch ormai chiaro e lo dicono proprio i privati, il settore necessit soprattutto di finanziamenti pubblici e si tratta di superare il mito americano, definendo nuove strategie per la cultura, certamente in sinergia con tutti i soggetti interessati, in primis gli enti locali. Tra laltro non a tutti noto che il patrimonio culturale italiano appartiene in gran parte agli enti locali: il 43% dei musei, il 38% dei teatri, il 47% delle biblioteche ad es. di propriet delle amministrazioni comunali che negli ultimi anni hanno promosso i loro territori attraverso la valorizzazione delle risorse turistiche e culturali. E inderogabile perci la concreta collaborazione fra lo Stato, le regioni e gli enti locali sulle politiche di tutela e di valorizzazione dei beni culturali, non solo perch lo prevede la nostra legislazione, ma anche per governare e orientare i flussi di traffico turistico, per introdurre tutte le innovazioni tecnologiche che possano favorire la pi completa fruizione dei beni, poich la domanda e il consumo culturale si evolve in ogni campo di attivit, per es. incrementando i nuovi strumenti di integrazione dellofferta del territorio, con la realizzazione di card integrate, che vanno affermandosi anche in Italia dopo il successo delle esperienze europee.
E contemporaneamente occorre predisporre nuovi strumenti e modelli di qualificazione e formazione professionale rivolti sia agli operatori pubblici che ai privati, per fornire reali sbocchi alloccupazione.
Il lento svuotamento delle funzioni tecnico-scientifiche si quantifica con mano nella ormai non pi tanto latente cancellazione della figura professionale, dallevidente svuotamento dei ruoli del MiBAC, al silenzio che avvolge i compiti dello storico dellarte o dellarcheologo nella pur copiosa produzione legislativa che pervade il settore, ormai senza pace dal 1997/98. La circostanza perlomeno curiosa, dato che si tratta o forse si trattava di un Ministero atipico, basato essenzialmente sulle specialit scientifiche. Ma si deve registrare con desolazione anche la possibilit, prevista nellambito della riqualificazione, di fare larcheologo o lo storico dellarte senza i previsti titoli scientifici, ma solo con mansioni superiori, possibilit prevista per tutte le professionalit senza albo.
Anche vicende come quella dellarcheocondono fanno meditare sulla valutazione delle nostre professioni e sul loro futuro: quale segnale pu dare una simile proposta alle nuove generazioni di studenti in Conservazione dei Beni Culturali?
Manca infatti la coscienza sociale su questo tipo di problematiche, che certamente vanno affrontate, ma con le dovute cautele. Infatti il disegno di legge originario, che si deve allallora Ministro Fisichella nel 1994, affrontava la questione con tutte le salvaguardie del caso; varie modifiche per erano intervenute lungo liter parlamentare, giungendo a non prevedere pi sanzioni nellultima versione del 1999 e depenalizzando in pratica il reato.
La creazione di un albo stato a lungo perseguita da ASSOTECNICI, insieme con AIB e ANAI, fino allultimo DDL, A.S. n. 2676, presentato nella XIII legislatura. Il problema di omologazione con le norme europee non ha impedito nel frattempo luscita di nuovi albi per altre professionalit. Rimaniamo quindi delle alte professionalit non regolamentate, per cui anche nel penultimo CCNL si era affacciata la possibilit di unapposita area professionale, rimasta poi inapplicata.
Il problema oggi si ripropone con grande forza per la grande quantit di operatori che lavorano per i beni culturali, non solo per lo Stato ma anche per gli enti locali, in societ concessionarie di servizi. Occorre tra laltro ricordare le esternalizzazioni avviate a Firenze, Roma, Genova, Milano, Napoli, per citare solo le pi importanti.
E noto linadeguato trattamento retributivo nel settore pubblico, a fronte di una preparazione tecnica riconosciuta a livello internazionale, con conseguenze rilevanti sullaspetto motivazionale e conseguente ricorso massiccio al part-time. Pur esistendo il CCNL per il settore privato sottoscritto da Federculture per le aziende e i lavoratori dei servizi culturali, scaduto alla fine del 2003, esiste un diffuso sfruttamento intellettuale e mancano standards qualitativi di controllo sul personale effettivamente impiegato, che garantiscano, nellinteresse comune di preservare il patrimonio culturale, da una parte lEnte committente, dallaltra le Universit, che rischiano di veder assottigliarsi gli studenti per mancanza di un futuro certo.
Si ripropone dunque con forza la necessit della tenuta di un elenco - che pu essere anche interno al Ministero- che raccolga secondo regole certe gli operatori del mercato esterno, tra laltro avviando un censimento di questa galassia inesplorata e fissando standards minimi di qualificazione per la valorizzazione delle professionalit .



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