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Il Ponte sullo Stretto e la Canadian Connection
07-07-2008
Antonio Mazzeo

Il Ponte sullo Stretto
e la Canadian Connection


Antonio Mazzeo



Scarsissima attenzione è stata dedicata dai mass media al processo in corso a Roma contro un anziano ingegnere e i suoi collaboratori, accusati di aver condizionato l’esito della gara per la realizzazione del Ponte di Messina. Nello sfondo il boss italo-americano Vito Rizzuto ed un presunto tentativo di riciclaggio di 5 miliardi di euro provenienti dal traffico internazionale di stupefacenti. Una fitta rete d’interessi economici ed imprenditoriali lega il Canada ed alcune grandi imprese con il devastante megaprogetto rilanciato dal governo Berlusconi.




Capitolo 1 – Brooklin, la mafia del Ponte


Vecchi padrini italoamericani dalla smisurata dedizione per le sagre di Francis Ford Coppola; un anziano professionista disponibile a far da ponte con i colossi delle costruzioni e il sottobosco politico di casa nostra; un paio di faccendieri dalle consolidate entrature tra i petroprincipi mediorientali, a caccia di commissioni e tangenti. Nello sfondo il Ponte sullo Stretto, l’ottava meraviglia del mondo, la panacea ad ogni male del vituperato Mezzogiorno. E le grandi organizzazioni criminali, quelle dei traffici di droga e armi nei cinque continenti, desiderose di innalzare un ecomostro che le legittimi di fronte ai posteri.
Era il 12 febbraio 2005 e gli agenti di Pubblica sicurezza bussavano alle porte di un lussuoso appartamento ai Parioli di Roma. Portavano con sé un’ordinanza di custodia cautelare per un anziano ingegnere. La Procura della capitale lo accusava di essere prestanome di mafia e ‘ndrangheta per portare a compimento l’affare del nuovo secolo: riciclare cinque miliardi di euro, proventi del traffico di stupefacenti, e realizzare il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria.



Premiata ditta Zappia & soci...

Il professionista non era l’unico indagato. C’erano, con lui, altre quattro persone. Alcune risiedevano all’estero. Un’altra era già in carcere in attesa di essere giudicata per un triplice omicidio. Secondo le risultanze dell’inchiesta, gli indagati, avvalendosi dell’impresa appositamente creata da un consociato, avevano partecipato alla fase di prequalifica per la scelta del general contractor, il soggetto che dovrà progettare e costruire il Ponte. Contestualmente avevano avviato i contatti con altre società partecipanti alla gara, per essere certi in ogni caso, di partecipare al finanziamento e all’esecuzione dei lavori.
L’indagine aveva preso il via da una segnalazione della polizia canadese risalente all’ottobre del 2002 e relativa alle operazioni finanziarie di una vasta organizzazione criminale di stampo mafioso capeggiata dal boss Vito Rizzuto. Una cellula del sodalizio operava anche in italia con lo scopo di acquisire il controllo di importanti attività economiche: il referente, stando agli inquirenti nordamericani, sarebbe stato un anziano imprenditore apparentemente “pulito”, con una pregressa esperienza internazionale nel campo delle opere pubbliche.
Giuseppe “Joseph” Zappia il nome del professionista chiamato a fare da “schermo” ad una delle più imponenti operazioni di riciclaggio di denaro della storia di Cosa Nostra. Un ingegnere nato nel 1925 a Martingues (Francia), ma di origini calabresi, figlio di emigranti che avevano abbandonato il comune di Oppido Mamertina per far fortuna prima in Francia e poi in Canada.
Sin da ragazzo Giuseppe Zappia aveva mostrato una certa predisposizione per gli studi tecnici e a poco più di ventanni si era laureato in ingegneria civile. Nel 1951 si era sposato con la medica canadese Francois Marion che da allora in poi lo avrebbe seguito nelle sua attività in giro per il mondo. Prima la mera progettazione edile, poi, nel 1963, il gran balzo come costruttore di ville e appartamenti. Nel 1970 Zappia aveva tentato pure di affermarsi in campo politico, partecipando alle elezioni amministrative con la lista civica Montreal Party. Non del tutto confortante fu l’esito delle urne, il 6 per cento dei suffragi, insufficiente a sancirne l’elezione. Un paio di anni dopo Giuseppe “Joseph” Zappia tentò la scalata al Congresso con il partito conservatore, ma il risultato fu altrettanto deludente. A questo punto l’ingegnere preferì dedicarsi quasi esclusivamente alla progettazione e realizzazione delle grandi opere pubbliche e private. Nel 1976 Zappia conquistava il vertice di una delle più importanti società canadesi, partecipando alla costruzione di complessi immobiliari, ospedali e cliniche per migliaia di posti letto e, fiore all’occhiello, le due piramidi del villaggio olimpico di Montreal. Un’opera, quest’ultima, dal design certamente futurista e originale, ma che alla fine era costata 68 milioni di dollari in più di quanto preventivato. Da lì l’arresto di mister Zappia per estorsione e truffa. Scarcerato dietro cauzione, nell’aprile 1980 l’ingegnere decideva di lasciare il Canada per trasferirsi negli Emirati Arabi, ove concorreva alla realizzazione di importanti opere civili e perfino dei campi base utilizzati dalle forze armate Usa per sferrare l’attacco all'Iraq durante la prima guerra del Golfo.
Dopo la caduta del muro di Berlino, Giuseppe Zappia s’inseriva nel mercato dell’edilizia privata e delle reti infrastrutturali in Cecoslovacchia, Polonia e Russia. Il professionista sbarcava pure nelle isole delle Bermude dove, in società con il locale governatore John Swan, insediava alcuni complessi turistico-immobiliari. Proprio nelle Bermude l’ingegnere Zappia aveva l’opportunità di conoscere l’allora costruttore-tele editore Silvio Berlusconi, proprietario di una villa nella parte più esclusiva dell’arcipelago.
Nonostante gli affari in giro per il pianeta, Giuseppe Zappia, cittadino pur sempre con passaporto italiano e sensibile all’agone politico, decideva di candidarsi alle elezioni del 1995 per il rinnovo del parlamento europeo con il Patto Segni, circoscrizione del Sud Italia. L’ennesima sconfitta elettorale non lo scuoteva più di tanto e, a partire dall’agosto 2002, Zappia si trasferiva stabilmente a Roma fissando la propria residenza in un elegante appartamento di nove vani. A questo punto l’asse degli interessi dell’ingegnere si spostava sempre di più tra Scilla e Cariddi. Il Ponte innanzitutto. Ma c’erano pure le infrastrutture di supporto al turismo, gallina dalle uova d’oro nella Calabria dei padri e nella vicina isola del Mediterraneo. Fu così che l’ingegnere iniziò a viaggiare con frequenza alla volta di Agrigento per seguire da vicino la vendita di centinaia di ettari di vigneti all’industriale Silvano Zonin. Con il magnate alberghiero Rocco Forte, Zappia partecipò alla trattativa per l’acquisto a Sciacca di novanta ettari d’agrumeti ove realizzare un albergo a cinque stelle con 600 posti letto, una ventina di villette extralusso, due campi di golf. Parte di quei terreni erano di proprietà dell’allora ed odierno ministro Gianfranco Miccichè (portavoce in Sicilia del partito-azienda di Silvio Berlusconi), della di lui consorte Elena Merra, del suocero Roberto Merra e della cognata Alessandra. Un’operazione per cui sono stati previsti investimenti per 113 milioni di euro, 65 dei quali a carico di Stato (attraverso “Sviluppo Italia Turismo”, agenzia alle dipendenze del ministero dell’Economia), Regione e Comune di Sciacca. Un affare per pochi osteggiato da ambientalisti e piccoli coltivatori perché ecologicamente insostenibile e depauperante delle magre risorse idriche locali. Un progetto nato sotto la cattiva stella: nel 2002 la procura della Repubblica di Sciacca aveva fatto arrestare uno degli intermediari nella compravendita dei terreni. Un paio di piccoli proprietari di contrada Verdura avevano raccontato agli inquirenti di essere stati vittime di “indebite pressioni” al fine di vendere le loro terre.



<<...Il Ponte lo faccio io...>>

Giuseppe Zappia non era riuscito a sfuggire alla sindrome che colpisce tanti degli emigranti e dei figli di emigranti. Il timore, cioè, di morire senza radici, soli, lontani. Il bisogno di tornare e invecchiare respirando gli odori ancestrali. E il sogno di fare qualcosa di grande, di eterno, per la terra propria e degli avi. <>. Un’aspirazione che spingeva Zappia a farsi in quattro in vista del preannunciato bando per la scelta del soggetto unico a cui affidare, chiavi in mano, progetto, finanziamento e lavori. Per concorrere pure lui alla fase di preselezione, Zappia fondava una modestissima società a responsabilità limitata (appena 30 mila euro di capitale), la Zappia International, la cui sede veniva fissata a Milano negli uffici dello studio legale Pillitteri-Sarni, titolare Stefano Pillitteri, consigliere comunale di Forza Italia e figlio dell’ex sindaco socialista di Milano, Paolo. Collega di studio del Pillitteri è Cinzia Sarni, moglie del giudice Ersilio Sechi, colui che ha assolto Marcello Dell'Utri e Filippo Rapisarda per il crack Bresciano. Era a lei che Giuseppe Zappia confidava i suoi propositi. <>, chiedeva l’ingegnere in un colloquio telefonico del 13 giugno 2003. <>.
Contemporaneamente l’ingegnere italo-canadese allestiva un team di professionisti internazionali che lo affiancavano nella gestione degli aspetti economici e finanziari dell’operazione. Veniva nominato consulente legale il noto avvocato romano Carlo Della Vedova, mentre i contatti con i potenziali finanziatori esteri venivano affidati al faccendiere cingalese Sivalingam Sivabavanandan. Per stringere relazioni e alleanze con ministri, sottosegretari e imprenditoria capitolina, Zappia otteneva la collaborazione di un ex attore televisivo di origini agrigentine, Libertino Parisi, noto al grande pubblico per aver fatto per anni l’edicolante nella trasmissione Rai I fatti vostri. Parisi diventava l’uomo di fiducia dell’ingegnere Zappia. Con lui venivano programmati appuntamenti e riunioni ai massimi vertici istituzionali, finanche con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e con il ministro delle Infrastrutture del tempo, Pietro Lunardi.
<>, rivelava confidenzialmente l’ingegnere a Libertino Parisi, in una telefonata del 5 marzo 2004. <>. Il fax partirà quattro giorni più tardi, oggetto la richiesta di un appuntamento per discutere in “maniera riservata della costruzione del ponte con la propria impresa mediante il finanziamento di una cordata di capitali internazionali”. Il 24 marzo, giorno in cui il consiglio d’amministrazione della Stretto Spa approvava il bando di gara proposto dall’amministratore delegato Pietro Ciucci per la selezione del general contractor, l’ingegnere era intercettato mentre dava le ultime istruzioni a Parisi in vista di una riunione con i vertici della concessionaria per il collegamento stabile Calabria-Sicilia. <>.
Il 22 aprile 2004 Zappia informava l’avvocato Dalla Vedova dell’esito di una lunga riunione con gli ingegneri e gli avvocati della Stretto di Messina e di un’altra riunione con Salvatore Glorioso, segretario particolare del ministro Enrico La Loggia ed assessore provinciale di Forza Italia a Palermo. L’ingegnere aggiungeva: <>. <>, riferiva l’avvocato romano. Zappia però lo interrompeva: <>.
L’essere calabrese, il sapersi muovere in un ambiente notoriamente “difficile”, la disponibilità di immensi capitali da offrire per i lavori del Ponte, evidentemente facevano di Giuseppe Zappia un uomo fermamente convinto di poter imporre le proprie regole, senza condizionamenti di sorta. Del resto società concessionaria e potenziali concorrenti manifestavano già qualche difficoltà a reperire i fondi necessari per avviare il progetto. <>, spiegava Zappia al solito Parisi. <>.
Zappia era certo di poter andare da solo, ma provava pure a tessere possibili alleanze con i colossi mondiali delle costruzioni. Nel corso di una lunga conversazione del 19 maggio 2004 con l’ingegner Bernard Saint Jacques, amico di vecchia data e dimorante in Canada, Zappia mostrava un certo interessamento al gruppo franco-canadese Vinci, dichiaratosi pronto alla gara del Ponte. Era lo stesso Saint Jacques a suggerire all’interlocutore di valutare molto seriamente la possibilità di affidare il contratto, una volta aggiudicatosi l’appalto, alla società straniera. <>, consigliava il canadese. Al termine della conversazione Zappia contattava il mediatore cingalese Sivabavanandan: <>. Lo interrompeva il cingalese: <>. Rispondeva Zappia: <>.
Una breve pausa di riflessione e Zappia aggiungeva: <>. <>, suggeriva Sivabavanandan. <>, rispondeva l’ingegnere. <>. Il faccendiere cingalese si dichiarava d’accordo: <>.



Il segreto d’onore

Qualcosa tuttavia non filava come dovuto, la società franco-canadese oscillava da un partner all’altro e, un mese dopo, l’ipotesi della grande alleanza Vinci-Zappia sembrava arenarsi. Il 26 giugno 2004 Giuseppe Zappia e Libertino Parisi si soffermavano su un articolo apparso sul quotidiano Il Messaggero nel quale erano indicate alcune società in gara per la realizzazione del Ponte di Messina. L’articolo riportava, tra l’altro, che la società Vinci, dopo aver dato la propria disponibilità a partecipare al consorzio guidato dall’azienda romana Astaldi Spa, aveva preferito alla fine la partnership con la concorrente Impregilo di Sesto San Giovanni, poi vincitrice della gara. <>, commentava astiosamente Zappia. <>.
Un segreto dunque. L’asso nella manica che concerne forse l’aspetto finanziario, i soci ancora “occulti” dell’imprenditore e della sua organizzazione. Non c’era più il tempo di tentare nuove alleanze e il gruppo Zappia decideva di andare da solo alla preselezione per il general contractor. Il 14 settembre l’ingegnere informava Sivabavanandan di essersi recato dall’avvocato Dalla Vedova. <>. Zappia esprimeva tuttavia la sua preoccupazione: <>. Il motivo del timore di Zappia emergeva chiaramente nella risposta di Sivabavanandan: <>.
Era Libertino Parisi a redigere la lettera con cui la Zappia International avanzava la sua proposta di partecipazione alla prequalifica. Tre cartellette dattiloscritte che pare abbiano lasciato un po’ perplessi gli esaminatori della società Stretto di Messina. Non solo per la loro lunghezza. Il piano tecnico-finanziario di Zappia & Soci prevedeva infatti un costo per la realizzazione dell'opera variabile tra i tre e i quattro miliardi di dollari e la consegna del Ponte nell'arco di tre anni grazie all’impiego di turni di lavoro notturno. La società “a capitale italo-arabo-canadese” si impegnava ad eseguire i lavori con costi e tempi tecnici di realizzazione inferiori del 50%, assemblando pezzi prefabbricati all'estero e senza ricorrere a subappalti. Per tutelare i cantieri e scongiurare eventuali reazioni delle cosche di mafia, si proponeva infine l'intervento dell'Esercito.
Il successivo 28 ottobre la Commissione di valutazione emetteva il suo verdetto. L’offerta del gruppo Zappia veniva respinta perché non rispondente ai requisiti richiesti dal bando di gara. Analoga esclusione veniva sancita per una cordata composta da imprese del Mezzogiorno. Alla fase successiva, quella della gara vera e propria, venivano ammesse solo tre cordate internazionali: quella guidata dall’austriaca Strabag AG e composta dai mandanti Bouygues Travaux Publics SA, Dragados SA, Consorzio Risalto, Baldassini-Tognozzi Costruzioni Generali Spa; il raggruppamento formato da Astaldi, Pizzarotti & C., Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, Grandi Lavori Fincosit, Vianini Lavori, Ghella, Maire Engineering, la giapponese Nippon Steel Corporation e le spagnole Necso Entrecanales Cubiertas e Ferrovial Agroman ; infine l’associazione con capogruppo Impregilo e mandanti Vinci Construction Grands Projets, Società Italiana Condotte d’Acqua, Cooperativa Muratori & Cementisti-C.M.C. di Ravenna, Sacyr S.A.U., Ishikawajima-Harima Heavy Industries CO Ltd., Consorzio Stabile A.C.I. S.c.ar.l..



L’odore dei soldi

Quella che doveva rappresentare l’uscita di scena di Zappia e del suo “segreto”, si rivelava invece una tappa importante, più propriamente una svolta, nel tentativo di partecipare direttamente alla realizzazione del Ponte. Sono le telefonate effettuate subito dopo l’ufficializzazione dell’esclusione a indicare che Zappia aveva partecipato alla gara pur sapendo di non possedere i requisiti richiesti. Era però riuscito a mettersi in contatto con le imprese concorrenti di ben più solida competenza tecnico-organizzativa, proponendosi come indispensabile finanziatore dell’opera. Con il fine reale d’inserirsi all’interno dei rispettivi assetti societari, utilizzarne il nome e gestire, poi, gli introiti dei lavori del Ponte. I nomi delle società con cui l’ingegnere italo-canadese aveva preso contatti “diretti” o “indiretti” sono elencati nell’ordinanza di custodia cautelare emessa dai magistrati romani: ancora una volta Vinci (in associazione con Impregilo), la francese Bouygues (partner di Strabag), <>. Erano questi “contatti” a convincere Zappia del fatto che le società concorrenti non avrebbero potuto far fronte alla clausola del bando di gara che imponeva al general contractor una quota del finanziamento con risorse proprie pari ad almeno il 10% del valore dell’opera. L’ingegnere - o i suoi misteriosi soci arabi e nordamericani - potevano mettere invece sul tavolo l’intero importo previsto per la realizzazione del Ponte e delle infrastrutture di collegamento. <>, rispondeva Zappia all’avvocato Carlo Dalla Vedova che gli comunicava l’esito negativo nella gara di prequalifica. <>. Nel prosieguo della conversazione Giuseppe Zappia spiegava meglio quali sarebbero stati i successivi “passi” da attuare: <>.
Giuseppe Zappia ribadiva anche all’amico Parisi di non essere preoccupato per l’avvenuta esclusione. <>, spiegava l’ingegnere. <>.
Non c’era il tempo però di firmare un qualsivoglia accordo con una delle società rimaste in gara, né di accreditarsi come inesauribile banca del Ponte di fronte al Governo e ai dirigenti della Stretto di Messina Spa. Il 12 febbraio 2005, il capo della Dda di Roma Italo Ormanni ed il pubblico ministero Adriano Iassillo ottenevano dal Gip cinque provvedimenti di custodia cautelare contro l’ingegnere Giuseppe Zappia, il cingalese Savilingam Sivabavanandan, il broker Filippo Ranieri, il faccendiere franco-algerino Hakim Hammoudi ed il boss siculo-canadese Vito Rizzuto. Associazione per delinquere di stampo mafioso e turbativa d'asta le accuse per il gruppo che operava tra Italia, Canada, Gran Bretagna e Francia con il fine di mettere le mani sull’affare del Ponte. <>.
L’istruttoria era rapida e il processo Brooklin, la mafia del Ponte iniziava il 16 marzo 2006 davanti alla sesta sezione penale del tribunale di Roma. Nel corso dell'udienza preliminare Sivalingam Sivabavanandan sceglieva di patteggiare una pena a due anni di reclusione, in virtù della quale otteneva la revoca della misura cautelare degli arresti in carcere. In dibattimento Zappia e coimputati dovranno spiegare l’origine dei miliardi di euro messi a disposizione delle aziende in gara. Del loro operato risponderanno solo alla pubblica accusa. La società presieduta da Pietro Ciucci (oggi pure all’Anas), i suoi azionisti di Stato, quella pubblica Amministrazione i cui interessi sono stati lesi dalla presunta associazione mafiosa, hanno rinunciato a costituirsi parte civile. <>. Parola di un ministro (ex) della Repubblica: Pietro Lunardi, ingegnere e progettista, Forza Italia. Ministro del Ponte e delle Infrastrutture.




Capitolo 2 – Il clan dei canadesi


Un’organizzazione di stampo mafioso, promossa e diretta dal boss italo-canadese Vito Rizzuto, che si avvale del legame con esponenti di spicco di cosche siciliane, clan camorristi napoletani e ‘ndranghetisti. Che non ha evitato l’uso delle armi da fuoco per intimidire e perfino uccidere persone che in qualche modo le davano fastidio, e che finanzia, in tutto o in parte, le attività economiche di cui intende assumere o mantenere il controllo con il prodotto o il profitto di vari delitti (traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni, realizzazione di profitti ingiusti).
Così i magistrati della Procura di Roma hanno descritto l’oscuro gruppo nordamericano che si sarebbe avvalso dell’opera dell’ingegnere Zappia per tentare di riciclare fiumi di denaro sporco grazie ad una biblica colata di cemento nel mitico scenario di Scilla e Cariddi. Possibile che l’anziano professionista non si fosse reso conto delle trame ordite da alcuni dei più potenti boss della mafia internazionale? Impossibile secondo i Pm. Altrettanto incredibile che Zappia potesse ignorare i rischi di operare a cavallo di due regioni, Calabria e Sicilia, ad alta densità criminale. O che sottovalutasse l’effettiva portata criminogena della megainfrastruttura. Il tenore di alcune telefonate in mano ai magistrati dimostrerebbe invece che Giuseppe Zappia conosceva bene la pericolosità sociale del presunto regista di tutto l’affare. Innanzitutto quelle intercettate nel gennaio 2004 in concomitanza con l’arresto di Vito Rizzuto per un triplice omicidio avvenuto nel 1981 negli Stati Uniti.
Giorno 19, ad esempio, due giorni prima della cattura del boss italo-canadese, il broker Filippo Ranieri (presunto intermediario di Rizzuto), rifereriva a Zappia di non aver potuto contattare “l’amico” in quanto sui quotidiani USA era apparsa la notizia di una indagine nei confronti di Vito Rizzuto per alcuni fatti accaduti nella città di New York molti anni prima. Ciò generava una certa preoccupazione nell’ingegnere: <>. Era lo stesso Ranieri a comunicare l’arresto del mafioso, il successivo 21 gennaio. <>. Zappia, pur ignorando l’avvenuto arresto, appariva consapevole del fatto di sangue e delle responsabilità del Rizzuto: <>.
Analoga preoccupazione per l’arresto del boss veniva espressa dal collaboratore Sivabavandan, informato il giorno successivo da Zappia: <>. Il 23 gennaio, Zappia veniva intercettato mentre commentava con la moglie Francoise Marion l’accaduto: <>, riferendosi agli arrestati. <>.
Trascorso il momento di naturale disorientamento Giuseppe Zappia cercava di acquisire quante più informazioni possibili circa l’evoluzione della situazione processuale del mafioso e sui possibili nuovi equilibri all’interno dell’organizzazione. Il 30 gennaio, in un lungo colloquio telefonico con Filippo Ranieri, Zappia veniva informato sulla richiesta di estradizione fatta dagli Stati Uniti. Ranieri: <>. Rispondeva Zappia: <>. La preoccupazione dell’imprenditore veniva però mitigata da ciò che Filippo Ranieri riferiva circa una possibile rioganizzazione della “famiglia”: <>, riferendosi probabilmente al secondogenito di don Vito, Leonardo Rizzuto.



A Scilla la ‘ndrangheta, a Cariddi la mafia

La coscienza dell’ingegnere Zappia dell’identità e della forza militare dell’uomo “segreto” d’oltreoceano, trova conferma nel contenuto di una precedente telefonata. Il 1° agosto 2003, rivolgendosi ancora a Filippo Ranieri, Zappia affermava: <>. Poi una nota di entusiasmo: <>.
Zappia, cioè, sembrava aver accolto l’incauto invito di un massimo dirigente della Stretto di Messina Spa che dagli studi di una trasmissione televisiva aveva dato il benvenuto alla mafia se questa fosse stata in grado di costruire il Ponte. E mostrava comprendere l’estrema rilevanza propagandistica di una sua realizzazione e la riconoscenza che sarebbe stata riservata a quei poteri che dopo le stragi esecrate avevano scelto la trattativa con lo Stato e l’immersione nello Stato. Al punto che “l’amico” - don Vito Rizzuto, secondo la procura romana - sarebbe ritornato in patria osannato come un eroe. E riverito da gran padrino dai cugini dello Stretto, infinitamente grati per il monumento all’illegalità e le milionarie commesse.
All’ingegnere Zappia non sarebbe poi sfuggita la necessità di addivenire ad accordi previi con le organizzazioni criminali che operano nelle due regioni meridionali, predisponendo una strategia per conciliare le loro esigenze con quelle dei potenziali contractor. Nella conversazione intercorsa il 31 marzo 2004 tra Giuseppe Zappia e il cingalese Sivabavanandan, quest’ultimo stilava una sorta di piano d’intervento per finanziare e costruire l’imponente opera pubblica. <>. Aggiungeva Sivabavanandan: <>. Al che Zappia ribatteva: <>. L’affermazione costringeva il cingalese ad essere ancora più preciso: <>. Sivabavanandan aveva un’illuminazione: <>.
La Zappia International era dunque una scatola vuota, per cui era necessario stringere un contatto con altra società di ben altro spessore. Offrendo magari, in cambio, quelle “conoscenze” che sono utili ed essenziali quando si lavora al Sud. Una carta da giocare al momento più opportuno che sarà ancora argomento di discussione tra l’ingegnere e Sivabavanandan. <>.



Una holding made in Siculiana

Quando è scoppiata l’operazione Brooklin,la mafia del Ponte, giornali, radio e tv hanno scelto di dipingere i protagonisti come anonimi attori di un’operetta che sembrava ricalcare il tentativo di Totò e Peppino di vendere il Colosseo ai turisti americani. Una truffa-farsa che non doveva e poteva impensierire più di tanto l’iter progettuale dell’opera. Semisconosciuto ed innocuo mister Zappia, ancora meno noto il presunto “ideatore” dell’affare, questo signor Vito Rizzuto ospite di un carcere di massima sicurezza del nord America. Eppure Rizzuto è tutt’altro che un piccolo gangster di provincia. Secondo l’Fbi, egli è uno dei pochi superboss internazionali di sicuro prestigio e potere, il padrino numero uno in Canada, rappresentante in loco della storica “famiglia” Bonanno di New York, fondata da Joe Bonanno, uno dei partecipanti al meeting di Apalachin che nel 1957 riorganizzò su base federale la mafia nordamericana e sancì l’affermazione di Cosa Nostra nel mercato mondiale degli stupefacenti. Vito Rizzuto, secondo quanto si legge nell’ordinanza della procura di Roma, ha <>, riuscendo <>. <>.
Le tempeste giudiziarie susseguitesi negli anni ’90 hanno condotto ad una riorganizzazione delle leadership criminali. E Rizzuto è divenuto il reggente dell’organizzazione mafiosa legata alla famiglia Cuntrera-Caruana, originaria del comune di Siculiana (Agrigento), affermatasi nei traffici internazionali di stupefacenti e nel riciclaggio del denaro sporco. Un “intreccio parentale” che ha realizzato joint-venture con i più importanti cartelli colombiani, con vasti settori dell'imprenditoria e del sistema bancario internazionale. Un potere in grado di penetrare nei gangli della vita politica ed economica innanzitutto di Canada e Venezuela ma con profonde radici pure in Brasile, Ecuador, Thailandia, Inghilterra, Germania, Belgio, Svizzera, Singapore, Antille olandesi. Una famiglia che è stata pure a capo di un’impresa internazionale di costruzioni che aveva partecipato alla gara per l’assegnazione del raddoppio del ponte sul Bosforo.



“Ci vediamo tutti al Reggio Bar”

Originariamente, a guidare la mafia canadese venne chiamato dal boss italo-statunitense Carmine Galante, l’ex carpentiere e lottatore professionista Vincent Cotroni. Il mafioso di origine calabrese, soprannominato “Vic the Egg”, si era messo a disposizione sin dai primi anni ‘50 dei padrini di Montreal dedicandosi al controllo del traffico di droga, delle estorsioni, della prostituzione e delle case da gioco e finanche degli aborti illegali. In pochi anni Cotroni divenne uno degli uomini più ricchi e rispettati della metropoli canadese, ottenendo una certa notorietà per le numerose donazioni di denaro a favore di chiese e associazioni caritative e per i risarcimenti milionari ottenuti a danno dei quotidiani che lo avevano dipinto come il “padrino di Montreal”. Nel 1970, ad Acapulco, Cotroni giunse a stringere un accordo con Meyer Lansky, personaggio di vertice della criminalità USA sin dal tempo del proibizionismo. Con Lanski, il mafioso italo-canadese pianificò una serie di investimenti in vista della ventilata legalizzazione del gioco d’azzardo in Québec. Meyer Lansky era a capo di casinò e bische clandestine negli States e nei Caraibi e sembrava godere di una pressoché inviolabile immunità da parte delle autorità, effetto del ruolo di intermediario tra la Marina militare statunitense e Cosa Nostra per la “protezione” delle unità navali in sosta nei porti della costa atlantica durante la seconda guerra mondiale. L’operazione si sviluppò successivamente con il coinvolgimento dell’organizzazione mafiosa nei preparativi di sbarco degli Alleati in Sicilia nel luglio 1943.
Con Vincent Cotroni operava sin dal suo arrivo in Canada, Nicola “Nick” Rizzuto, il padre di Vito, un povero campiere emigrato da Cattolica Eraclea nel 1954. Sino ad allora Nicola Rizzuto era stato alle dipendenze dei baroni Agnello, latifondisti che possedevano nell’agrigentino vaste proprietà immobiliari. L’incontro con Cotroni gli aprì in pochi anni le porte ad una vita finalmente agiata, le macchine di lusso, i ricorrenti viaggi negli Stati Uniti, un’abitazione nel cuore di Montreal, le migliori scuole per i figli.
Nel 1972, a riprova dei consolidati rapporti di amicizia e di affari tra gli esponenti della mafia nordamericana e Cosa Nostra siciliana, Vincent Cotroni, Nick Rizzuto ed i rappresentanti locali delle famiglie Cuntrera-Caruana ricevevano in Canada Giuseppe Settecasi, a capo delle cosche mafiose dell’intera provincia di Agrigento e successore al vertice della “cupola” di Stefano Bontade. Giuseppe Settecasi aveva già soggiornato negli Stati Uniti per tre mesi nell’autunno del 1957, partecipando alla riunione di Apalachin insieme ai grandi boss come Joe Bonanno, Vito Genovese, Joe Profaci, Joe Magliocco e Carlo Gambino. Quindici anni dopo il clima era però diverso, la mafia siciliana era dilaniata da una guerra intestina che avrebbe consentito, qualche tempo dopo, la scalata al vertice dei Corleonesi di Riina e Provenzano. In una interminabile sequela di riunioni a Montreal, Epiphani, Hamilton e New York, Settecasi incontrò i principali esponenti della mafia italo-americana.
Motivi principali del viaggio di Settecasi in America, secondo le autorità canadesi, il rafforzamento dei rapporti tra la mafia dei due continenti e la ricucitura di una frattura all’interno dei gruppi criminali locali. Settecasi era stato chiamato ad appianare le divergenze sorte nella cosca di Vincent Cotroni tra Leonardo Caruana e Nicola Rizzuto. Il Rizzuto, in particolare, non gradiva la familiarità che si era creata tra Vic Cotroni e il calabrese Paul Violi, in forte ascesa nel crimine canadese anche grazie al matrimonio con Grazia Luppino, la figlia di Giacomo Luppino, un boss originario di Castellace di Oppido Mamertina, divenuto il rappresentante ad Hamilton e nel Sud dell'Ontario della “famiglia” Magaddino. Proprio il Cotroni, in quel matrimonio, aveva fatto da compare d'anello a Paul Violi.
La pax mafiosa raggiunta grazie alla mediazione di Giuseppe Settecasi fu di breve durata. Nel 1975 Vincent Cotroni finì in carcere per essersi rifiutato di testimoniare davanti alla Commissione d'inchiesta del parlamento canadese sul fenomeno mafioso. Fu formalizzata la designazione di Paul Violi come suo successore a “capodecina” della cellula canadese dei Bonanno. Da Caracas, dove Nick Rizzuto era stato costretto a trasferirsi avviando un ristorante che aveva chiamato “Il Padrino”, fu organizzata la controffensiva militare contro il nuovo boss di Montreal. Uno dopo l’altro caddero tutti i sottoposti di Violi. La guerra di mafia fu spietata e nelle strade della metropoli canadese ci furono una ventina di omicidi. Poi, nel 1978, fu la volta dello stesso Paul Violi a finire assassinato all’interno del “Reggio Bar”, il locale che gestiva a Montreal e che era stato sede dei summit tra la mafia nordamericana e Giuseppe Settecasi. Per l’omicidio Violi vennero arrestati, tra gli altri, Agostino Cuntrera e Domenico Manno, entrambi legati a Nick Rizzuto.
Tre anni più tardi, non migliore sorte sarebbe toccata a Leonardo Caruana, l’altro antagonista dell’ex campiere di Cattolica Eraclea. Deportato in Italia perché bollato come “indesiderato” dalle autorità che lo sospettavano di traffico internazionale di stupefacenti, Leonardo Caruana fu ucciso il 2 settembre 1981 a Palermo subito dopo aver presenziato alla cerimonia nuziale del figlio Gerlando. A quelle nozze aveva partecipato come testimone della sposa il politico democristiano di Sciacca, Calogero Mannino. Anche l’anziano boss Settecasi finì vittima lo stesso anno di un plateale omicidio nel pieno centro di Agrigento. Era l’epilogo di una lunga guerra che aveva consacrato la nuova leadership di Nick Rizzuto nell’organizzazione mafiosa canadese legata alle più potenti famiglie siculo-calabresi.



L’ascesa di don Vito

Si doveva attendere ancora qualche anno perché anche in Italia si potesse comprendere appieno come erano andati mutando gli organigrammi dei poteri tra i “cugini” d’America emigrati in massa dall’agrigentino. Il 14 febbraio 1983, gli uffici della Criminalpol di Lombardia, Lazio e Sicilia concludevano anni d’indagine sulle attività di reimpiego dei profitti illeciti provenienti dal traffico di droga in varie società finanziarie e commerciali con sede a Milano. Scattava la famosa operazione Notte di San Valentino che individuava i collegamenti tra alcuni dei boss più noti di Cosa Nostra, immobiliaristi di grido come Luigi Monti ed Antonio Virgilio e personaggi gravitanti nel sottobosco politico ed imprenditoriale milanese. La fitta ragnatela di cointeressenze che sarebbe poi riemersa nelle indagini sulla scalata della mafia ai casinò del nord Italia, vedeva tra i maggiori indagati i boss Gerlando Alberti ‘u paccarè, i fratelli Giuseppe e Alfredo Bono, Ugo Martello, Gaetano Fidanzati, Gaetano Carollo e Michele Zaza. Tra i destinatari dei mandati di cattura emessi dal Giudice istruttore c’erano poi i componenti della colonia siciliana in terra canadese, quasi tutti i membri delle famiglie Cuntrera e Caruana di Siculiana, Antonio Mongiovì (il figlio di Angelo Mongiovì che aveva partecipato ai summit mafiosi con Giuseppe Settecasi), nonché il padrino Nicola Rizzuto ed il figlio Vito.
L'inchiesta dei giudici di Milano aveva ricostruito i passaggi di droga lungo l'asse Sicilia-Sudamerica e i meccanismi di un colossale riciclaggio di denaro che toccava le principali piazze finanziarie del mondo, Svizzera ed Hong-Kong in testa. Nodi strategici della rotta degli stupefacenti erano il Canada, gli Stati Uniti (famiglie Bono-Bonanno) ed il Venezuela dove erano stati distaccati per conto dell'organizzazione Pasquale, Giuseppe, Alfonso e Paolo Cuntrera, nonché Antonio e Giuseppe Caruana. In Europa, uno dei più importanti segmenti criminali veniva individuato a Londra nel gruppo capeggiato da Francesco Di Carlo, oggi collaboratore di giustizia chiave nell’inchiesta sull’omicidio del banchiere Roberto Calvi.
Uscito comunque indenne dall’uragano della Notte di San Valentino, a metà anni ‘80 l’anziano boss Nick Rizzuto decise di lasciare le redini del comando della “cellula” canadese nelle mani del figlio Vito; fece ritorno in Venezuela, dove sarà arrestato nel febbraio 1988 e condannato a cinque anni di carcere per possesso di cocaina. Già a quel tempo Vito Rizzuto aveva un curriculum di tutto rispetto. Appena ventenne era stato condannato a due anni per aver partecipato con il cognato Paolo Renda ad un incendio doloso ad un piccolo negozio di Boucherville, Québec. Un’altra condanna ad un mese di carcere l’aveva subita nel 1977 per violazione della legge fiscale. Nonostante il nome di Vito Rizzuto era comparso nell’ambito dell’inchiesta dei magistrati milanesi sui traffici di droga tra nord America e Italia, le autorità canadesi non riuscirono a raccogliere prove sufficienti su un suo coinvolgimento nel business degli stupefacenti. Contro di lui arrivò solo una denuncia del Federal Revenue Department di Montreal per evasione fiscale nel triennio 1986-1988. Rizzuto aveva investito un milione e mezzo di dollari sul mercato azionario canadese senza denunciare l’operazione al fisco. Qualcuno ipotizzò che il denaro potesse provenire dalla vendita di 32 tonnellate di hashish, ma nel 1989 il tribunale assolse il padrino dall’accusa di traffico di droga. Una nuova assoluzione giunse nel 1990 in un processo relativo ad un altro carico di 16 tonnellate di hashish sequestrato in Canada.
Intanto Vito Rizzuto prosperava con le importazioni di stupefacenti, le estorsioni, il pagamento delle tangenti. Accumulava ricchezze e potere, interpretando uno stile di vita sempre più simile a quello dei grandi boss di New York o Chicago. Abiti firmati, una scuderia di auto antiche e di lusso, la frequentazione dei campi di golf più esclusivi, una casa che descrivono “da favola” in Antoine-Berthelet Avenue, strada soprannominata dalla stampa canadese come Mafia road per il gran numero di pregiudicati che vi risiedono. Da leggenda anche il valore del patrimonio immobiliare di cui Rizzuto sarebbe entrato in possesso in Canada, Congo, Francia e Gran Bretagna. Tramite alcuni prestanome, il boss controllerebbe moltissimi dei locali pubblici e notturni di Montreal. Si dice che sarebbe entrato in possesso perfino di una miniera d’oro sulla costa orientale canadese.
Vito Rizzuto è <>, spiega l’ex direttore del Corriere Canadese, Antonio Nicaso. <>. Secondo il Pm romano Adriano Iassillo, il padrino di Montreal ha costituito una vera e propria holding <>. Il meccanismo viene chiamato Consortium ed è formato, oltre che dai clan italo-canadesi, dal gruppo degli Hells Angels, i terribili bikers barbuti, dalla gang irlandese detta West End, dalla mafia russa e dai cartelli colombiani. Il boss italo-canadese ha pure fatto proseliti a Milano, Bari e Roma. Nel capoluogo lombardo agirebbero due sottogruppi di cui uno capeggiato da Beniamino Gioiello Zappia, alias “don Tito”. Di lui si parla in un’inchiesta nei confronti delle famiglie mafiose Cuntrera-Caruana; inoltre avrebbe fatto da braccio destro di Nicola Rizzuto durante la sua permanenza in Italia. In Puglia i Rizzuto manterrebbero solidi legami con il gruppo guidato da Rocco Sollecito, meglio conosciuto come “Sauce” (Salsiccia), già coinvolto in sospette operazioni di Borsa della “famiglia” canadese. Nel 2000 Rocco Sollecito venne notato a Toronto in compagnia di don Vito ed altri noti pregiudicati al funerale di un presunto affiliato alla mafia vittima d’omicidio. Rocco è inoltre padre di Stefano Sollecito, finito agli arresti nell’aprile 2001 a seguito di un’inchiesta su una rete criminale che gestiva in Ontario scommesse clandestine via internet su incontri calcistici e corse di cavalli. Anche in quell’occasione le autorità canadesi ipotizzarono che a capo del business ci fosse il solito Vito Rizzuto.



I nuovi manager della coca

C’è un collaboratore di giustizia che ha fornito di Vito Rizzuto un ritratto ricco di particolari per certi versi inediti. Si tratta di Oreste Pagano, ex narcotrafficante legato ai Caruana-Cuntrera, gia capo-zona della Nuova Camorra Organizzata in Lombardia. Fu lui ad assicurare la latitanza di Raffaele Cutolo nel bresciano dopo la fuga - il 5 febbraio 1978 - dal manicomio giudiziario di Aversa. Grazie a Pagano, don Raffaele rafforzò i legami con Francis Turatello e Renato Vallanzasca, per poi passare all’alleanza con le famiglie catanesi dei Mazzei, dei Miano e dei Santapaola.
La parabola criminale di Oreste Pagano fu segnata dall’arresto nella primavera del 1994 nell’ambito della cosiddetta inchiesta Cartagine, scaturita dal maxi-sequestro a Torino di 5,5 tonnellate di cocaina purissima, valore commerciale stimato in 280 miliardi di lire, proveniente dalla Colombia e destinata a rifornire l'intero mercato dell'Italia settentrionale ed alcuni paesi europei. È a questo punto che Pagano decide di raccontare quanto appreso viaggiando tra vecchio e nuovo continente accanto ai maggiori trafficanti di stupefacenti. E su don Vito Rizzuto riempe pagine di verbali. <>, afferma il collaboratore. <>.
Oreste Pagano non parla de relato sul padrino di Montreal. Egli ha conosciuto Rizzuto personalmente e con lui ha avuto modo di lavorare per alcuni anni. <>.
Oreste Pagano aggiunge che lo stesso Rizzuto gli avrebbe richiesto di uccidere un avvocato che aveva difeso il padre in Venezuela, chiedendo 500 mila dollari di parcella per farlo liberare e che invece poi aveva perso la causa. <>.
Pagano ricorda di aver incontrato ancora il boss italo-canadese in occasione del matrimonio del figlio Nicolò junior, a cui aveva partecipato unitamente ad Alfonso Caruana e la moglie: <>.
Il ruolo di dominus di Vito Rizzuto all’interno della criminalità canadese è confermato sostanzialmente da un altro collaboratore di giustizia, Salvatore Vitale, già affiliato al clan Bonanno di New York. Le sue dichiarazioni sono state decisive per l’emissione nel gennaio 2004 di un mandato di cattura nei confronti del boss per il triplice omicidio avvenuto a New York nel 1981. Vittime del delitto Alphonse “Sonny Red” Indelicato, Dominick “Big Trin” Trinchera e Philip “Phil Lucky” Giaccone, tutti appartenenti alla famiglia mafiosa dei Bonanno. Una strage efferata che è stata raccontata dal noto film Donnie Brasco.
<>, ha raccontato Salvatore Vitale. <>. Venne decretata la condanna a morte. Il giorno dell’omicidio, il 5 maggio del 1981, Salvatore Vitale accompagnò i tre killer venuti da Montreal: erano Vito Rizzuto, tale Emanuel ed un vecchio soldato della famiglia Bonanno. <>, ha aggiunto il collaboratore. <>.
Sempre secondo Vitale, per completare l’ascesa ai vertici della criminalità, Vito Rizzuto dovette attendere almeno sino al 1999, quando Joseph Massino ordinò di assassinare Sciascia. <>.
Inizio o fine anni ’90 poco importa. Rizzuto, oggi, non ha più rivali. Il padrino ha stabilito con i capomafia newyorkesi un rapporto paritario, rafforzando ulteriormente i legami con la mafia siciliana e le ‘ndrine calabresi. Legami di droga e affari di Ponte. Intrecci infernali che certamente non si sono arenati con l’arresto del boss. Il 22 gennaio del 2004 la “famiglia” di Cosa Nostra di Passo di Rigano ha affidato a Giovanni Inzerillo (il figlio del boss Salvatore “Totuccio” Inzerillo ucciso nel 1981), il delicatissimo compito di “scortare” l’anziano padrino Filippo Casamento nel suo viaggio clandestino negli Stati Uniti, avvenuto via Canada, ove la polizia locale ha documentato riservati incontri con due esponenti mafiosi, Michele Modica e Michele Marrese. Nell’estate dello stesso anno è stata la mafia siciliana ad ospitare a Palermo due soggetti provenienti dal Canada, Iulian Rondini e Julian Mordocca, indicati come “vicini” al clan dei Commisso ed al sodalizio criminale facente capo a Peter Scarcella di Toronto, quest’ultimo legato all’organizzazione di Montreal capeggiata da Vito Rizzuto. Due summit in meno di sei mesi che sono serviti a rinsaldare i legami tra i clan siciliani emergenti e le grandi famiglie italoamericane dei Rizzuto e dei Gambino. I magistrati di Palermo hanno denominato simbolicamente Old Bridge (vecchio ponte), l’ultima alleanza intercontinentale di Cosa Nostra.



Arriva l’Orso Bruno

Con una mite condanna a dieci anni di reclusione per il triplice omicidio di New York che sta scontando in un penitenziario del Colorado, don Vito Rizzuto non sembra essersi scrollato da dosso il bisogno di disseminare nel mondo insostenibili opere faraoniche. Per lo meno è questo quel che emerge da una sommaria lettura del provvedimento restrittivo emesso a fine ottobre 2007 dal Gip del Tribunale di Roma nei confronti del boss italo-canadese e di altre diciotto persone residenti in nord America, Francia, Svizzera ed Italia. Operazione Orso Bruno l’hanno chiamata. Al centro delle indagini, il tentativo di riciclare seicento milioni di dollari provenienti dal traffico di stupefacenti per conto dell’instancabile famiglia Cuntrera-Caruana. L’inchiesta ha portato al sequestro, in Italia e all’estero, di società, aziende, conti correnti e beni immobiliari per un valore di circa centocinquanta milioni di euro. Agli arrestati sono stati pure contestati i reati di associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori, insider traiding e aggiotaggio. E per la prima volta nella storia del nostro Paese anche il “reato transnazionale”, introdotto nel codice nel 2006 per i delitti commessi da uno stesso gruppo in varie nazioni. Secondo gli investigatori, l’organizzazione con a capo don Vito Rizzuto avrebbe accumulato enormi guadagni attraverso spericolate transazioni finanziarie e la manipolazione di titoli azionari. Il sistema era sofisticato: società “ombra” e “a conchiglia” servivano per far viaggiare il denaro illecito attraverso l’Europa, gli Stati Uniti e il Canada, per farlo poi confluire in due conti svizzeri nella titolarità del clan Rizzuto.
<>. I Rizzuto avrebbero operato congiuntamente ai Cuntrera-Caruana di Siculiana e ai fratelli Robert e Anthony Papalia, spregiudicati uomini d’affari di Vancouver con origini calabresi. Titolari occulti di una società quotata in Borsa a Brema, i Papalia erano stati coinvolti in passato in episodi di frode ed emissione di titoli falsi legati all’estrazione di minerali preziosi in Canada e Cile. Già in un’occasione i magistrati avevano ipotizzato che la Penway Explorers Ltd., una società canadese che aveva Anthony Papalia come consigliere d’amministrazione, fosse <> da Vito Rizzuto. I fratelli Papalia furono pure interessati alle vicissitudini di svariate altre società, come Metals Research, Crys-Tel Telecommunications, Nano-Wold Projects, tutte finite nel mirino delle autorità investigative per truffa. Nel 2005 la Consob canadese era giunta ad interdire Robert Papalia da qualsiasi ruolo in società quotate per venticinque anni, mentre negli Usa la Sec gli aveva imposto l’interdizione <>.
Tra gli arrestati dell’operazione Orso Bruno spiccano altri discutibili personaggi italo-americani: Francesco Arcadi, Paolo Renda, Rocco Sollecito, Lorenzo Giordano e Beniamino Zappia. I nomi dei primi tre erano già finiti nella megainchiesta Colisee che nel novembre 2006 aveva riaperto le porte del carcere all’ottuagenario padrino di Montreal, Nick Rizzuto, accusato di traffico di droga a livello internazionale. Francesco Arcadi, in particolare, sarebbe stato designato da Vito Rizzuto, dopo l’estradizione negli Stati Uniti, come suo successore nella gestione degli affari illeciti. Meno noto al grande pubblico è Lorenzo Giordano, nonostante sia considerato dalla polizia canadese come uno dei più <> dei Rizzuto. Il nome del quinto italoamericano arrestato, Beniamino Zappia, era invece già comparso nei primi anni ’90 in un rapporto delle autorità svizzere relativamente ad operazioni di riciclaggio di denaro sporco da parte del clan di Montreal.
Il fronte italiano dell’operazione Orso Bruno ha visto numerosi arresti a Roma, Milano, Vicenza, Verona, Bologna, Firenze, Bari, Reggio Calabria e Catanzaro. Due broker, uno italiano e l’altro straniero, sono stati accusati di una serie di reati finanziari. Entrambi avrebbero operato su Borse estere, partecipando all’emissione di bond ed obbligazioni di società riconducibili ai mafiosi italo-canadesi. Da Arzignano, vicino Vicenza, avrebbero operato i titolari di due società d’importazione di pellami, Diego Olivieri e Giancarlo Dani. Il primo, titolare della Olivieri Pellami e della Olivieri immobiliare sas, è stato accusato di aver “lavato” i quattrini dei narcotrafficanti nordamericani presso la filiale di Lugano della Banca Aletti. La vicenda s’intreccerebbe con una presunta evasione IVA per un imponibile di venti milioni di euro.
Il trasferimento del denaro in Svizzera sarebbe avvenuto grazie a due bancari veneti che all’epoca lavoravano per la Banca Popolare di Verona e Novara. Entrambi avrebbero fatto la spola tra Lugano e l’Italia per depositare il denaro in due conti correnti (“Olio 1” e “Olio 2”) che facevano capo ai clan mafiosi. Loro interlocutore sarebbe stato Felice Italiano, descritto dalla Procura di Roma come uno dei personaggi chiave nelle operazioni finanziarie dei Rizzuto, nonché titolare dell’azienda “Italpeaux” che avrebbe fatto da copertura per importare pelli grezze. Uomo d’affari nato a LaSalle, Canada, Felice Italiano era stato arrestato una prima volta nel 1994 insieme ai fratelli Gerry e Richard Matticks (membri influenti, questi ultimi della West End Gang), a seguito del sequestro in Canada di un carico di 26 tonnellate di hashish. L’inchiesta, tuttavia, si era conclusa con il proscioglimento degli indagati.
Un referente dei Rizzuto avrebbe operato pure dalla natia Cattolica Eraclea: tale Giuseppe Spagnolo, titolare di una stazione di rifornimento carburanti nei pressi di Montallegro. Spagnolo è stato arrestato dagli uomini della Dia perché <>: si era adoperato <>. In passato Giuseppe Spagnolo era stato coinvolto nel fallimento della Cantina Sociale di Cattolica Eraclea, nella quale ricopriva un incarico dirigenziale.



L’Uomo del Colosseo

Era però attraverso una società creata ad hoc e con sede a Piazza Colonna 361, Roma, proprio davanti a Palazzo Chigi, che don Vito Rizzuto sperava di riciclare il denaro proveniente da una partita di cocaina acquistata nel 2006 in Venezuela, circa trecento chilogrammi, poi però sequestrata dall’autorità giudiziaria di Vancouver. Si tratta della “Made in Italy Spa”, filiale nazionale della “Made in Italy Group Inc.” (Florida), presieduta da Mariano Turrisi, un finanziere che possiederebbe miriadi di immobili sparsi per il mondo. Originario di Piedimonte Etneo (Catania), Turrisi è un personaggio dal passato turbolento che tuttavia l’erede alla corona d’Italia, il principe Emanuele Filiberto di Savoia, ha nominato vicepresidente della propria associazione Valori e Futuro, un pre-partito per operare in Italia dopo il rientro dall’esilio. Proprio sul sito web di Valori e Futuro compariva sino al luglio 2007 un breve profilo del finanziere siciliano. Si leggeva: <



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