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Una scuola senza libri un laboratorio di incivilt
24-07-2008
Fulvio Cervini

Un mondo accademico in grande agitazione e legittime ambasce sta giustamente mobilitandosi contro i provvedimenti pi deleteri che lormai famigerato Decreto Legislativo 112 rivolge allUniversit (ma di fatto contro lUniversit). Tra questi non mi sembra finora aver goduto di grande considerazione un articolo che potrebbe rivelarsi, se applicato fedelmente, ancor pi esiziale dei tagli ai finanziamenti o delle pur fortissime limitazioni al ricambio del corpo docente. Esiziale perch mette in crisi il principio costituzionale della libert di insegnamento; e rischia di innescare una reazione a catena destinata a sconvolgere le condizioni stesse del fare e diffondere cultura nel nostro Paese.
Mi riferisco allart. 15, forse sfuggito agli universitari perch in apparenza sembra dedicato soltanto ad abbattere il prezzo dei libri di testo nella scuola secondaria. Esso prescrive che i consigli di classe di preferenza a partire dal prossimo anno scolastico, ma per obbligo dal 2011 adottino soltanto libri di testo disponibili in tutto o in parte sulla rete internet, o al pi nella versione mista (parte digitale e parte cartacea); e ci, par di capire, non per ragioni culturali o di funzionalit didattica (che sarebbe stato comunque arduo argomentare in un articolo di legge), ma unicamente nella convinzione che tale via comporti davvero una drastica riduzione degli alti costi sopportati annualmente dalle famiglie per lacquisto di questi materiali. Al riguardo atteso un decreto ministeriale (di natura non regolamentare) che fisser caratteristiche dei testi, prezzi e formati. Che si tratti di una pia illusione gi stato efficacemente rilevato da una nota del Centro di iniziativa democratica degli insegnanti: il risparmio sar bilanciato e, credo, ampiamente sfondato dalle spese che gli istituti ovvero gli studenti dovranno sostenere per munirsi di un computer a testa, e possibilmente di un collegamento adsl; e per consumare le tonnellate di carta necessarie a stampare almeno quel che non si pu studiare con gli occhi fissi allo schermo, ma che lo stesso decreto (allart. 27) curiosamente ingiunge alla pubblica amministrazione di risparmiare. Potremmo sommarvi i costi che gli editori richiederanno agli utenti per fornire i manuali su dvd, o per consentirne il download dalla rete; cifre che ben difficilmente potranno essere calmierate, se leditoria scolastica italiana, gi costretta da questo decreto a una brusca conversione non solo operativa, ma addirittura filosofica, vorr non dico prosperare, ma almeno sopravvivere. Di sicuro, per anni in molte famiglie italiane non entrer pi un libro.
La norma presuppone non tanto una strategia del risparmio peraltro risibile quanto unignoranza abissale e senza attenuanti: ignoranza delle condizioni in cui versa la scuola italiana, ben lungi da quella digitalizzazione cui periodicamente qualcuno si fa vanto nei proclami elettorali; ma ignoranza, soprattutto, della sostanziale differenza tra due prodotti che non possono in alcun modo considerarsi alternativi, perch si tratta di oggetti affatto diversi e non intercambiabili. Un manuale cartaceo non pu essere tradotto in un ipertesto senza trasformarsi in qualcosa di molto differente; luno e laltro possono combinarsi e sostenersi a vicenda, secondo le necessit didattiche, ma uno non pu rimpiazzare laltro senza che le modalit di insegnamento e di apprendimento ne escano radicalmente stravolte. Passare dal libro a internet significa rivoltare affatto il modo di insegnare e di studiare, e in certa misura anche i suoi contenuti. Non so quanti manuali possano essere attualmente scaricati dalla rete, ma ho limpressione che siano in numero esiguo rispetto ai libri tradizionali, i quali sembrano per avere le ore contate. Che ne sar di tutti questi vecchi libri? Verranno sostituiti da nuovi manuali digitali calibrati sul linguaggio e sulla grafica della rete? O nei primi tempi saranno semplicemente digitalizzati, dando vita a meri doppioni dei pi comodi libri rilegati?
Il problema riguarda leditoria, ma in realt tocca tutti noi. Perch chiede di cambiare la scelta di cosa insegnare e del modo di insegnarlo. Pu un processo cos delicato e cruciale essere regolato da un decreto che non scaturisce da alcun dibattito sulla cultura dellinsegnamento, ma ha larroganza di porsi come il punto di avvio di una nuova storia? Di arroganza si pu parlare a buon diritto, specie quando ci si rende conto che il quarto comma dedicato proprio allUniversit. Nel rispetto e ci mancherebbe altro, che diamine della propria autonomia, gli atenei adotteranno linee dindirizzo ispirate ai commi 1,2,3. Anche i docenti universitari, sia pure con pi lasche costrizioni, dovranno pertanto inserire nei programmi desame in maggioranza testi disponibili su internet, nel segno di unomologazione di metodo (e di cultura) che certo non pu conoscere vere cesure tra secondaria e universit. Questo, almeno, nellottica di un legislatore sempre pi velleitario, la cui ignoranza svaria dagli abissi agli spazi siderali.
Per lui evidentemente luniversit una specie di liceo un pochino pi complicato, dove non si fa ricerca e dove si studia su manuali prodotti da editori specializzati esattamente con le stesse modalit di quelli in uso nella secondaria e dunque pacificamente riversabili e scaricabili dalla rete. Ora, vero che parecchi manuali restano i medesimi, specie nei corsi istituzionali della laurea triennale (parlo soprattutto di discipline umanistiche); ma lo altrettanto che le bibliografie degli esami, specie nei corsi di laurea magistrale, si nutrono di saggi pubblicati in pratica da tutte le case editrici, specializzate come generaliste, e magari in lingua straniera; per tacere degli articoli di rivista; o ancora delle fonti, dei documenti, dei testi letterari. Dovremo prescrivere Manzoni o Proust soltanto in formato digitale? E perch mai? Perch gli studenti imparino a odiarli rovinandosi la vista? Un romanzo in versione digitale presenta molti vantaggi, a cominciare dalla possibilit di compiere al suo interno ricerche mirate, ad esempio per parola. Ma non si pu leggere con la stessa concentrazione che si dedica alla pagina scritta. E se dobbiamo stamparlo per forza, perch non acquistare un libro? In rete esistono da anni fior di risorse per lo studio e la ricerca di livello universitario; ma si tratta appunto di risorse, che devono di necessit interagire con altri strumenti e non possono rappresentare lunico o il prevalente strumento di formazione.
Piuttosto: quanti sono i saggi ritenuti da ciascuno di noi fondamentali, che ancora non si trovano on-line? Sono caterve, lo posso garantire. Dovremo costringere gli editori a riversarli nel digitale (facendoseli per profumatamente pagare)? Oppure ci ridurremo a mettere in rete delle scansioni in formato pdf, alla faccia delle leggi sul diritto dautore? Dovremo forse escluderli dalle bibliografie? E dunque escluderli dalla trasmissione del sapere, cancellarli dalla mappa delle conoscenze? Non si tratta di sofismi, perch lo Stato (o, meglio: un governo) ci sta dicendo senza possibilit di equivoco che dei libri, almeno per studiare, bisogna fare a meno. E lo impone a chi passa la vita leggendo libri, scrivendo libri e insegnando con i libri. Visto che i libri si vogliono bandire, apriamo allora il bando di reclutamento per chi vuole imparare a memoria un libro, come in Fahrenheit 451.
Ma chiediamoci questo, ancora: pu un momento di altissima libert intellettuale come la scelta dei testi di studio in un istituto di alta formazione essere vincolato alla reperibilit dei testi nella rete? E pu essere un articolo di legge a imporre una discriminazione legata unicamente al formato del testo, e giustificata da una questione di costi tanto demagogica quanto capziosa? Se esiste un vincolo, come si concilia con la libert di chi deve scegliere? Nessun docente mette in bibliografia testi irreperibili, inediti o manoscritti, ovvero scritti in una lingua sconosciuta ai suoi studenti: il vincolo c, ma rimane contestuale alla logica del contesto culturale e didattico in cui egli si muove. Ma nessun docente pu supinamente accettare che qualcuno a lui estraneo gli ordini di adottare certi testi solo perch hanno, poniamo, la copertina azzurra o il formato tascabile. O perch sono in rete. Se anche luniversit arrivasse alla decisione di privilegiare i testi digitali (cosa che riterrei una pazzesca iattura), ci dovrebbe discendere non mai da un decreto governativo, ma da un dibattito interno maturato da reali esigenze sociali e culturali; e certo nutrito da un dialogo franco con tutte le componenti della societ civile come delle istituzioni. Perch questo comporterebbe una metamorfosi profonda nella scuola come nella societ. In un Paese che si ritiene democratico pu una legge, quandanche fosse preceduta da un ampio dibattito parlamentare (e non questo il caso), imporre regole ai processi che governano la costruzione e la trasmissione della cultura?
Credo sia la prima volta, nella storia della Repubblica Italiana, che si tenti di limitare per decreto quella libert di insegnamento che dovrebbe costituire un saldo pilastro della vita democratica del Paese e la spina dorsale della societ civile. Perch ridurre i finanziamenti ci ostacola nellinsegnare, ma prescrivere come devono essere fatti i libri di testo cerca di imporci che cosa insegnare. Ovvero di impedirci di insegnare cosa e come lo vogliamo noi. Meno libri, meno teste pensanti. Una scuola senza libri (ovvero con libri distorti) pu diventare il principale laboratorio del regresso culturale, la fucina di un mondo asfittico e fondamentalista, il magazzino dellincivilt.
Ecco perch ritengo lart. 15 ancor pi pericoloso di tutto quanto nel Decreto Legislativo 112 riguarda listruzione universitaria. Chi ha scritto il comma 4 (e larticolo intero) non mirava evidentemente solo a perseguire un illusorio risparmio economico; quanto ad appoggiare quellazione di scardinamento dellassetto attuale delluniversit cos prepotentemente annunciata dai tagli di spesa; e quellazione parallela di adesione a un modello di universit per soli ricchi cos palesemente adombrata dalla possibilit di trasformare gli atenei in fondazioni. Davanti a questi obiettivi colui che mi vergogno di chiamare legislatore non si fatto scrupolo di ledere la dignit intellettuale e lautonomia di giudizio degli insegnanti di ogni grado e ordine; di porre una pesantissima ipoteca sulla formazione della futura classe dirigente del Paese; e di violare impunemente la Costituzione repubblicana. Per questo credo fermamente che lintero articolo vada contrastato con tutti i mezzi possibili da un fronte comune di docenti che saldi luniversit e la scuola secondaria nella difesa del diritto e della civilt.




Fulvio Cervini
Professore associato di Storia dellarte medievale
Facolt di Lettere e Filosofia
Universit di Firenze



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