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Suggerimento di lettura: Metropoli come Mercato. Territorio come Merce (1966)
31-03-2005
Doglio, Carlo

Un nostro collaboratore ci scrive:
"Inattuale e insieme attualissima, vede la luce su www.eddyburg.it" una stupenda pagina del grande urbanista anarchico. Ci insegna fra laltro, proprio quando tanti tecnici sembrano aver venduto lanima, accettando senza discuterle le logiche di uno sviluppo privo di senso, che invece tutto va messo in questione, e che lo si pu e lo si deve fare partendo dagli interventi sul territorio, dalla progettazione minuta dello spazio fisico. E uno scritto difficile, da rileggere e da collegare alle altre riflessioni di Doglio, ma pur vero le cose belle sono difficili.


Metropoli come Mercato. Territorio come Merce (1966)
Data di pubblicazione: 31.03.2005

Autore: Doglio, Carlo

Una lucidissima anticipazione dell'imminente territorio post-moderno, in cui la metropoli diventa "motore immobile distributivo". Con lo straordinario linguaggio di Doglio, estratto da Dal Paesaggio al territorio: esercizi di pianificazione territoriale, Il Mulino 1968 (f.b.)

Sia, il tema: da un punto di vista formale, in che rapporto si pu mettere con le attivit di carattere terziario il concetto della metropoli come mercato e del territorio come merce?
Nel senso, si badi, che le attivit di carattere terziario possano (cos, tramite la forma) diventare un patrimonio culturale e non siano pi intese a livello bruto e schematico, come quantit di servizio non-produttive - che poi la definizione classica della economia, o anche della geografia - bens invenendo, codeste attivit, un carattere di contenuto culturale che riesca, in certo modo, a bilanciare il mondo della produzione industriale.
Si potrebbe, da ci, passare a trovar un posto, o per lo meno a ipotizzare un eventuale posto, per gli architetti: non tanto come urbanisti, ma proprio in quanto architetti -cio come persone le quali, alla fin dei conti, si occupano di forma, urbana o no che sia.
E lo svolgimento (affannoso e anfanante: ma con un suo rigore) concluder:
io sono persuaso che se noi guardiamo dentro di noi, dentro le cose, mettiamo in crisi il gigantismo: mettiamo in crisi il cosiddetto progresso tecnologico. E mi spiace, che troppo spesso le giustificazioni pi appariscenti (formalistiche, non formali) di un certo tipo di societ sian venute proprio dallo ambiente degli architetti (e degli ingegneri) - da coloro, cio, che in sede altra che la propria ne son poi, di quella societ, gli avversari risoluti.

Non credo che abbia senso idoleggiare Broadacre City, la visione wrightiana di una totale separazione sociale, la citt fatta di tanti cubicoli pressocch singoli e incomunicabili; ma nemmeno credo giusta la soluzione di Le Corbusier dove si spende tanta intelligenza normativa, e intellettualistica, per fare ingoiar alla gente lamaro boccone dellaccettazione del presente.
Nellambito del discorso che avviammo, di pertinenza architettonico-formale, io credo che si possa dire: dal supermercato alla alienazione... E come, larchitetto, pu risolvere il problema? credo che la strada vera sia quella dellesame del territorio come mezzo desorcizzazione della citt quale essa diventata. Che il ritorno alla citt medioevale ne si pu farlo n ha senso ipotizzarlo, ma nel territorio pu aver luogo una immensa opera di scoperta del nuovo che si dispieghi (e penetri) quale contatto con la natura umanizzata, simile ai pochi momenti felici (gleba o non) della societ medioevale. E chi pu svolgere il discorso dal territorio se non gli urbanisti e gli architetti?
Nel momento in cui si cerca un metodo per la ricerca, si cerca anche il contenuto.
Gli architetti tendono, per loro propria malintesa passione, al gigantismo: dovrebbe invece verificarsi un ritorno al minore, al piccolo - correlato, formalmente, con tutti gli altri minori.
Evvia, tante piccole attivit terziarie legate (correlate) a tante piccole attivit primarie.

I GRADI DELL APPROCCIO

I gradi dellapproccio si svolgono comunque per i punti che qui di seguito offriamo.

1) La citt che produce, la metropoli che distribuisce
Per quel che so ci sono studi, nemmeno recentissimi, deconomisti moderni che tendono a reinserire nella citt il momento della produzione. A de-terziarizzarla, cio, preoccupati che in essa si contengano, oggid, solamente elementi distributivi. Ed forse indice della arretratezza I di una certa cultura urbanistica il fatto che gli urbanisti, e meglio dirci gli architetti-urbanisti, ancora si balocchino con le zonizzazioni e la cacciata dellindustria dal terreno urbano - eredit evidente dellapproccio igienistico, pressocch eugenetico, che essi mutuarono da filantropi e medici sociali e da cui non riescono ancora a liberarsi: o non sar che la citt terziaria meglio si adatta alle elucubrazioni formali dove decade la creativit architettonica?
questa una prima avvisaglia dei pericoli insiti nello attribuire troppa importanza a elaborazioni daltre discipline; oppure il segno di una consonanza di comodo tra reperti tecnologici e faciloneria formalistica?
Di certo la citt, un tempo, si ornava dorti e di terreni aperti che la nutrivano dal di dentro; ma ben presto cacci nellintorno, nella campagna, il momento produttivo dellagricoltura (o ritagli in quel momento la sua pausa urbana). piuttosto la produzione industriale quella che si identifica con la citt: tanto di crescita dabitanti per linurbamento dei contadini che si fanno operai, quanto per la pressante presenza degli edifici industriali veri e propri.
Con gli anni, con le decadi, pi la citt cresce a metropoli e pi allontana da se anche il momento della produzione industriale: diventa il monumento della distribuzione, la risonante campana del terziario.

Nella metropoli non sono rimasti che magazzeni, uffici, amministrazioni private e pubbliche, negozi e residenze sempre pi dilapidate nel centro. Il territorio, nemmeno trentanni or sono, decadeva a mero tempo nutritivo della localizzazione urbana. Certo oggi son concetti risibili, quando larea nutritiva di una metropoli come Roma o come NewYork pu essere estesa fino al Nuovo Messico o il Sud-Africa o lAustralia - e la medesima estensione, evidentemente, vige per larea di rifornimento di prodotti industriali. Semmai potr aver rilevanza di tecnica ingegneresca (una versione, ahinoi assai appetita, di pianificazione territoriale) la struttura delle comunicazioni e dei trasporti: una forma di contenuto infrastrutturale che nelle sue proprie campiture tender a soverchiare la forma tradizionale della citt, diventata metropoli e praticamente disseccata. Perch vive, oramai, solo se in quanto stia al gioco delleconomia di mercato e non pi il luogo della produzione e consumo ma quello dove si distribuiscono le merci, la formalizzazione tridimensionale, darchitettura e di spazi, della alienazione capitalista. Identicamente, decade a magazzeno, la metropoli, di attivit amministrative; luogo di distribuzione di teatro, cinema, letteratura, arti figurative, cultura mercificata quanto la attivit politica che si finge di continuar a svolgere nel suolo urbano.

2) Lo svuotamento del territorio
Ma il guaio pi grosso che ne consegue la perdita di ogni contenuto autonomo del territorio, destinato esclusivamente a provvedere ci di cui la metropoli abbisogni (o creda di abbisognare). a questo punto, orbato dogni autonomia decisionale, che il territorio decade a merce. E la maggiore sopraffazione della metropoli (distributiva) sul territorio (mercificato) si ha quando essa gli impone di non produrre: di essere mero lago e bosco e disposizione passivamente naturale per le ossigenazioni fasulle del tempo libero. A poco a poco, come un cancro che rode fondo, lun momento e laltro, cos quello urbano come quello territoriale, si aggrovigliano e soffocano vicendevolmente. Gli architetti-urbanisti decorano, per il piacere dei potenti, edilizia e natura di monumenti tanto pi inutili quanto pi audaci.

3) Dal negozio al super-mercato
Quando si tratti di fare una ricerca sul momento terziario della citt, si chiamano di solito a raccolta i geografi urbani (se ne esistono, in Italia, che dubito) gli economisti e i sociologhi. Gli economisti fanno fatica a occuparsene, perch la micro-economia non gli piace e non la capiscono - semmai, la desumeranno dai loro grandi numeri, dalle loro generalizzazioni disumane. I geografi urbani descriveranno: e se mettono in mappa gli allineamenti commerciali, gli sembrer di essere anche loro urbanisti; che poi vero, e finora proprio come gli architetti-urbanisti ma, seppure superficialmente, qui cerchiamo di indicare che non sar vero quando ritorni il momento architettonico a far premio su quello (creduto) urbanistico. Quanto ai sociologhi, il loro ambito proprio quello del comportamento: sembrer che carpiscano il senso della vita, ma in realt anche loro descrivono, danno il come e mai il perch delle strutture sociali.

E larchitetto-urbanista... gli sembra che sar molto importante sapere da dove viene la merce, perch i mezzi di trasporto influiranno sulla forma da dare alla sua citt, o al pezzo di citt di cui abbia incombenza. E si sente pi umano dogni altro, perch a valle si preoccuper anche di coloro che useranno i manufatti terziari, dei consumatori: i loro percorsi, le loro residenze, le loro idiosincrasie, comodit, interrelazioni psicologiche. Ma prigioniero, anche lui, di quello che gli dicono altri - di quello che crede di sapere mutuandolo non da s, dal territorio dellarchitettura (mi scusi Gregotti se uso in altro senso un suo titolo), ma dal territorio dellovvio mistificato. nei paesi, nelle citt-pueblo, nelle frange sgomente delle citt che non riescono a diventare metropoli che esiste ancora un rapporto tra venditore e compratore. Per il resto, che quello che conta (? ), vige il principio delle crescenti agglomerazioni, delle economie esterne in ogni ambito, delle macro-metropoli: in una societ basata sul profitto, in una strettoia economica che solo nel profitto riconosce la molla del progresso, anche il momento del terziario ci succubo.

I supermercati distruggono il piccolo negozio: la gente ci si trova meglio, dicono, e sono economicamente pi validi. Il super-mercato distrugge, con le sue ovvie tipizzazioni, la possibilit di invenzioni artigianali, di scoperta rinnovata nelloperare, di produzione diretta, e tutto meccanizzato, ridotto a merce nel senso pi volgare. Nel super-mercato si celebra un tipo di compera dove finita la gioia di andare scoprendo le cose (surrettiziamente ammiccato nelle programmazioni degli stand), dove persino la musica agisce da condizionatore... entro il contenitore provvisto dallarchitetto.

4) La scelta architettonica
Ma larchitetto questo, un provveditore di contenitori e basta? Ricordo che un po danni fa, discutendo con giovani architetti, gli sentivo affermare che non si dovessero fare progettazioni le quali non fossero perfettamente congruenti con la loro impostazione globale, la loro visione del mondo... anche quando non va oltre larredamento, lo architetto dovrebbe pretendere di esprimere creativamente codesta visione: lui che crea le cose di cui gli altri si servono, che gli altri ridurranno a merce se non c, dentro quelle cose, una difesa attiva (semmai, sar un poco difficile inserire cariche dirompenti nella progettazione di poltrone per i ricchi, o per i manager: memoria di quando, subito dopo il 1945, Zanuso che pur era uomo di sinistra progettava poltrone - che erano belle, annotiamo - e invece Diotallevi e Marescotti indicavano vani, problemi di edilizia popolare. Lo so, era pi architetto, ma tradizionale Zanuso... I giovani architetti di oggi a chi vogliono assomigliare?).

Di certo so che larchitetto colui che interpreta e interviene, nella societ. E se si pensa che anche in Italia andiamo verso le tipiche forme dello sviluppo delle societ industrializzate, bisogner bene decidersi a capire che il compito architettonico quello di aiutar la forma della metropoli occupandosi, soprattutto, di quel momento terziario che in essa metropoli basilare (mentre il territorio, sostengo, diventa disponibile agli infrastrutturisti, e talvolta agli ecologi). Ci si dedichi francamente alle elucubrazioni alla Victor Gruen, delibando imitazioni di Fort Worth o, pi sottili, dei centri direzionali delle ultime nuove citt inglesi che oltraggiosamente subiscono la pressione dellelaborazione statunitense. Si far opera buona verso le vittime di quella societ, monadi atone la cui unica armonia prestabilita sta nellintreccio dei commerci, nella liberazione dellincontro allo shopping-center. questa la scelta?
Sia pure, ma con la coscienza che significa accettazione della societ dei consumi, della societ prigioniera della riduzione di qualsiasi sua produzione a merce da consumare, e basta. E senza dubbio la cultura architettonica e urbanistica attuale danno una greve spinta in codesta direzione, travolte dalla gioia di formar grande, di monumentalizzare le idiosincrasie della metropoli incombente, di creder di risolvere problemi che sono ben pi a monte: e che non sono problemi di spettanza degli amministratori civici, o degli economisti, o dei sociologhi, o dei geografi urbani ma tanto pi degli architetti-urbanisti nel momento in cui creano cose che si vedono, cui partecipano pi persone, che sono integralmente, organicamente, dentro la societ. Si tratta, in parole semplici, di diventare i maggiori corresponsabili della disumanizzazione dei propri simili - e di s medesimi.

5) La composizione seriale
possibile dar per ineluttabili attivit terziarie a grande scala, senza che ne derivi una congruente struttura della citt, del territorio, della vita associata? Sembra evidente che, in tale caso, si ammette che la vita allinterno dei quartieri non auto-sufficiente, che c invece bisogno di un respiro maggiore, e che la citt - anzi, la metropoli, che qui traspare - vive ed esiste solo nel momento in cui appaiono codeste strutture terziarie a grande scala. Ammettere tutto ci significa rinunciare a mettere in discussione se codesto sviluppo sia giusto o meno (ma gi! giudizi di valore, che valgon qui?).
Ma anche, sicuramente, rinuncia a un dibattito estetico: si mutuano dallesterno certe forme, e le si mena per buone scadendo nello stereotipo - lambito proprio della architettura non sovviene ne tramuta, ma subisce e rigurgita tristi giochi formalistici.
Io sono persuaso che siccome leconomia e la politica hanno fatto fallimento da molti anni, una tra le poche vie duscita per la rielaborazione dei modi di intervenire nella societ, di riviverla e ricrearla, stia nella pianificazione fisica, nella pianificazione territoriale, nella progettazione di cui gli architetti sono il momento davvero creativo. finito il tempo dellarchitetto-rivestitore inerme di contenuti a lui alieni: il tempo della scelta.
Nessuno vuole tornare alla citt medioevale. Bens a una dislocazione sul territorio di una serie di fatti che chiameremo citt-comprensorio, o comunque si preferisca. Bisogna evitare, per esempio, che come accade nel PIM, nel Piano Intercomunale Milanese, Milano invece di sciogliersi nel territorio - e liberarlo, con la sua cultura di citt, dallessere mera merce - ancora pi campisca e domini, motore immobile-distributivo.
ben vero che oggi molti studiosi concordano sullo scioglimento della citt tradizionale nel territorio, ma asseverando che essa permanga lo agglomerato fondamentale della attivit terziaria (lunica cui si prevede futuro) a grande scala. Non possibile ipotizzare che uno studio di carattere territoriale ci indichi che codeste attivit non possono conglomerarsi in quello che tradizionalmente il centro urbano (nelle sue vesti odierne di centro direzionale) ma che la attivit terziaria a grande scala, se proprio ci si tiene, sia il risultato di una rete di comunicazioni che correlano e fanno cosa distinta e unica di punti distanti nel territorio, sicch la citt-comprensorio fatta di tante citt, nessuna delle quali ubicata in qualche luogo bens in nessun luogo, risultante da una serie di linee?
E questo ha il vantaggio, fondamentale anche per la salvezza del territorio, di battere quel gigantismo che sembra contraddistinguere in modi sempre pi palesi (formalizzati) il nostro pseudo-sviluppo.

Cominciamo a usare una composizione seriale: niente dominanti, sono tanti unici, tante individualit ma collegate fra loro: nel gioco dei loro collegamenti pu nascere qualcosa di diverso da ci che si vede di solito. Pu nascere, e pu non nascere: non per niente vero che il getto dei dadi non torna, e comunque non saranno mai i calcolatori a decidere il destino delluomo.








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