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Ambiente: risorsa in Sicilia da “vendere” o da preservare?
07-10-2008
Mario Centorrino

C’è, da tempo, una parola d’ordine cuffaro-lombardista che, evocata, solleva furori di sicilianismo d’antan: vogliamo essere ripagati per i danni ambientali prodotti dagli impianti di raffinazione petrolifera localizzati nella nostra regione. Una parola d’ordine rilanciata nel dibattito sul federalismo o in risposta a quella che viene ritenuta una continua gogna mediatica per la Sicilia, organizzata da ben individuabili gruppi affaristici o, in ultimo, di fronte a difficoltà di bilancio oggettivamente non facili da superare.
La parola d’ordine è di facile percezione; si riferisce a fenomeni incontestabili, solletica vittimismi e una radicata forma di avversione allo Stato. Certo, pochi ricordano che l’insediamento dell’industria petrolifera in Sicilia fu salutato da grandi entusiasmi. Nella speranza di una sua ulteriore diversificazione produttiva, nella certezza di una occupazione specializzata, con l’orgoglio di poter finalmente contare su una classe operaia libera da vincoli clientelari. Senza alcun dubbio, oggi, possiamo parlare di scelte localizzative irrazionali, di una diversificazione mancata, di esternalità negative superiori in qualche caso agli stessi vantaggi occupazionali.
Ora, se il nuovo modello di sviluppo prescelto per la Sicilia, come si sostiene, dovesse essere basato prevalentemente sull’economia del turismo la compatibilità del modello imporrebbe forme di complementarietà basate solo su un’industria leggera, un forte rispetto ambientale, un’agricoltura funzionale.
Parole d’ordine cuffaro-lombardista e modello turistico appaiono però in netta contraddizione intanto con un’altra parola d’ordine, questa propria del centro-destra ma con convinti proseliti ancora nel centro-sinistra. Basta con il partito del no alle infrastrutture ed alle iniziative di crescita in nome di valori ambientali talvolta sovrastimati. E così all’insegna di questa seconda parola d’ordine, si va avanti sulla strada dei termovalorizzatori, non si mantiene una linea precisa sulle trivellazione in Val di Noto affidandosi alle sentenze del TAR, si autorizza la costruzione di un rigassificatore a Porto Empedocle, ad appena cinque chilometri in linea d’aria dalla mitica Valle dei Templi.
Intendiamoci. Sappiamo bene di trattare una materia delicata nella quale non esistono verità assolute. Bloccare i termovalorizzatori, in assenza di altri interventi, significa riprodurre in Sicilia i drammi della Campania. Ripensare i permessi sulle trivellazioni probabilmente sottoporrà la Regione ad un contenzioso con altissimi costi. Il rigassificatore a Porto Empedocle avrà già suscitato forti aspettative di lavoro in un’area che non riesce ancora a decollare sotto il profilo turistico in termini di presenze e di filiera virtuosa tra settori coinvolti.
La complessità della questione non impedisce però di mettere in rilievo fatti incontrovertibili. La Sicilia, in questo momento, è oggetto di una domanda turistica che trova una motivazione soprattutto paesaggistica e culturale. Ecco perché il rigassificatore di Porto Empedocle appare una scelta infelice: annulla, infatti, valori ambientalistici e culturali. Scelta ancor più discutibile se si pensa ad una possibile ed auspicabile opzione alternativa: la sua costruzione off-shore, a distanza cioè dalla costa, cosi come è stato fatto per un analogo impianto a Rovigo.
Alle volte, in Sicilia, sembra di trovarsi di fronte a veri e propri stati di schizofrenia. Richiediamo risarcimenti per danni al territorio prodotti da industrie pesanti, dimenticando che altre regioni e territori potrebbero anch’essi pretenderli, a buon diritto: dalla Lombardia alla Sardegna. Ci sforziamo di creare al tempo stesso un’immagine di bellezza (ricordate il famoso “tutto il resto è ombra”) che attiri e continui ad attirare flussi turistici superando svantaggi competitivi e difficoltà di trasporto. Poi, improvvisamente, sulla base di processi decisionali caratterizzati da opacità e che fanno intravedere azioni di lobbyes con interessi privati conliggenti con il rispetto del bene pubblico, ci adattiamo a soluzioni a prima vista, almeno, totalmente incoerenti rispetto alla conservazione ed alla valorizzazione delle risorse più preziose, agli asset privilegiati, per parlare in termini aziendali, da utilizzare nell’attirare domanda turistica.
Paradossalmente, un vantaggio (un territorio cioè non saturo di inquinamento) diventa un’occasione per una redistribuzione di esternalità negative. In altre zone dell’Italia e della stessa Sicilia, la realizzazione di un rigassificatore farebbe saltare oltre soglia parametri di controllo ambientale; a Porto Empedocle, forse, porterà solo questi parametri al valore massimo consentito. Quasi la Sicilia avesse ancora “ambiente” da “vendere”, malgrado il fiorente mercato dell’abusivismo, che sembra avere “sparecchiato” ogni disponibilità.
Insistiamo: non è un problema del partito del no che occorre si trasformi in partito del si. E’ il problema di una generazione che deve decidere cosa, in termini di qualità della vita, vuole lasciare ai figli. Il rigassificatore a Porto Empedocle, al di là delle suggestioni camilleriane, ci fa venire in mente un aforisma di Gesualdo Bufalino: non è il sonno ma l’insonnia della ragione che genera mostri.



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