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Economia della cultura. I motivi di un convegno
22-11-2002
Mariella Zoppi, Assessore alla cultura della Regione Toscana

Mariella Zoppi, assessore alla cultura della Regione Toscana, gentilmente ci fornisce il testo letto al Convegno: L'economia della cultura organizzato dalla Regione Toscana - Assessorato alla Cultura, in collaborazione con varie banche e casse di risparmio e con Il Sole - 24 ore (Firenze, 22 novembre 2002)





Economia della cultura non è certo un tema che riveste caratteri di particolare novita’ e tuttavia abbiamo ritenuto che sia un campo ancora da indagare ed irto di difficolta’ interpretative e di equivoci. Per questo abbiamo deciso di affontarlo in questi due giorni.
I motivi che ci hanno spinto ad approfondire, a Firenze, in Toscana, l’economia della cultura possono essere sintetizzati in tre punti fondamentali:
1. capire meglio - attraverso un confronto a più voci - cosa significhi abbinare la parola cultura (intesa come complesso organico di beni storico-artistici, funzioni ed attivita’ ad essi collegate) ad elementi dinamici che sono strettamente correlati al concetto stesso di economia, valutando questo binomio nelle sue implicazioni rispetto ad una regione come la nostra in cui si dice che la densita’ di opere d’arte sia la più alta del mondo ed il suo patrimonio monumentale conta oltre 20.200 beni censiti ( IRPET, 2000) e protetti.
2. chiarire come e perché la cultura, essendo un valore collettivo e sociale sancito anche dalla Costituzione italiana, debba essere sostenuta in modo prioritario dal settore pubblico, in modo da poter conservare l’unitarieta’ di indirizzi nelle politiche di settore.
3.valutare come la spesa pubblica finalizzata alla cultura possa essere ottimizzata in ambito pubblico ed integrata dal settore privato, ma debba trovare una giusta dimensione nei bilanci statali, regionali e degli enti locali, che oggi appaiono generalmente carenti.
In merito a questo ultimo punto mi preme sottolineare come la Regione Toscana abbia negli ultimi tre anni intrapreso una politica di sostegno reale, che può essere sintetizzata da alcune scarne, ma significative voci di bilancio (in Euro):
2000 - bilancio ordinario, 15.064.274
accordo di Programma Quadro Min.BC e Fin.(1999-2003), 26.667.252 (*)
2001 - bilancio ordinario, 18.800.797
accordo P.Q. Min.BC e Fin., *+ 2.840.512
interventi UE, 14.895.834
2002- bilancio ordinario, 26.992.923
accordo P.Q. Min. BC e Fin., *+ 2.840.512
interventi UE su privati, 5.863.465
interventi UE, 17.581.663
programma straordinario investimenti, 2003/5 33.569.698
delibera CIPE n.36, 20.500.000
2003-2005 altri interventi UE 58.894.918
ma la cultura non è solo cifre.

Sappiamo bene che Cultura è un concetto complesso, composto prevalentemente da patrimoni tangibili ed intangibili, da attivita’ limitate nel tempo, talvolta effimere e da attivita’ continuative, tutte supportate da strutture stabili generalmente pubbliche (si pensi per es. al rapporto storico pubblico-privato del settore spettacolo) che riconnettono le attivita’ ai beni e consentono ai beni stessi di essere fruiti.
Un panorama ancora difficile da districare, impossibile da tradurre in “facili” slogan e soprattutto sensibile ad ogni mutamento sociale ed economico relazionato ai diversi ambiti territoriali che ormai vanno, per quanto riguarda il nostro paese, dalla microscala locale fino al mondo intero. Si pensi alla carica culturale e simbolica del David di Michelangelo o alla Primavera del Botticelli, ma anche al carattere evocativo di alcune piazze come quella dei Miracoli a Pisa o piazza del Campo a Siena, fino ad investire intere citta’ e addirittura territori: faccio riferimento alla forza dell’immagine del paesaggio toscano nel mondo.
Una sorta di complessita’ allargata che si apre come un ipertesto con finestre sequenziali, collegate o collegabili, che intrecciano luoghi e personaggi, passato e futuro, realta’ ed immaginazione e che interessa un arco di sedimentazioni continuative di storia ed arte che dura senza soluzione di continuità da oltre tre millenni.
Dunque ogni volta che, come legislatori e come amministratori, abbiamo a che fare con la cultura dobbiamo aver chiara la sua duplice composizione: materiale ed immateriale, che si riverbera in ogni aspetto e che entra continuamente in relazione con questo settore. Anche quando parliamo di economia, dobbiamo partire da una sorta di assioma ovvero dalla consapevolezza che esiste una componente immateriale, difficilmente misurabile, ma che è ugualmente importante e strategicamente determinante nel complesso meccanismo che mette in relazione beni e attivita’ culturali con il territorio. Territorio che a sua volta è tessuto connettivo e linfa che alimenta cultura.
Non vi è dubbio che siano più facilmente identificabili gli effetti e le ricadute dell’economia materiale, in quanto essi sono misurabili in termini di reddito, di aziende interessate, di occupazione diretta o indotta ecc. una serie di parametri che hanno permesso che questo aspetto fosse enfatizzato fino da assumere una valenza totalizzante rispetto ad un “mercato” troppo spesso astrattamente concepito. Si è cioè operata una banalizzazione del bene culturale in sé, assimilandolo ad una impresa produttiva in grado di fornire tangibili profitti o almeno di produrre effetti indotti capaci di innescare meccanismi di investimento tali da compensare le spese operate sul bene culturale. Questa è stata una logica appoggiata per anni anche dall’UE che ha legato gli investimenti per la cultura al turismo, in una malintesa concezione che solo attraverso la valutazione di parametri materiali si potessero rendere “attivi” i beni culturali. Oggi, comunque, questa logica appare largamente e felicemente superata, e l’investimento su un monumento è considerato di per sé produttivo, in quanto lo conserva e lo rende fruibile.
Sempre in questa logica va letta la corsa alla privatizzazione della gestione dei beni culturali, con particolare riferimento ai musei, considerati “aziende da rendere produttive”, da modernizzare con lo scopo principale di portare i loro bilanci in attivo e di farli fruttare. Tema interessante ed opportuno, ma non necessariamente e genericamente collegabile alla sola privatizzazione.

Per meglio valutare questi aspetti è necessario fare alcune considerazioni.
La valorizzazione di un bene culturale ha una capacita’ economica in sé, che si riverbera su un territorio di diversa ampiezza e con effetti molteplici.
Prendiamo come esempio l’investimento che insieme allo Stato stiamo facendo sulle tombe etrusche a tumulo di Cortona: esse rinviano necessariamente al Museo, al borgo antico, alla sua struttura urbana ed ai suoi monumenti, danno risalto ad un’attivita’ commerciale antiquaria, che attiva competenze nel campo del restauro, creano un circuito culturale (Accademie, sede Scuola Normale di Pisa, sedi di alcune Universita’ straniere) e aumentano la richiesta di spettacolo (anche qui, occupazione) e di altre attivita’ culturali. Molta gente arriva e si ferma: si apre una serie di economie dirette ed indirette che vanno dagli investimenti sul mercato edilizio (immobiliare e ristrutturazioni) al richiamo di personalita’ che attirano l’attenzione su quei luoghi (es. libri, Under the Sun of Tuscany). E potremmo continuare. Dunque, investire sulla creazione di un parco archeologico a Cortona, come a Populonia o a Chiusi o in qualsiasi altra parte, significa innescare una serie di meccanismi positivi, i cui effetti si possono vedere nel breve come nel lungo periodo, ma che alla fine sono sempre, in qualche modo, “misurabili” e se sono condotti correttamente, mantenendo cioè l’equilibrio con l’ambiente, il paesaggio e la storia dei luoghi (evitando per esempio i parchi tematici e cose simili), generano benefici stabili e a lungo termine.
Il problema che si apre diventa quindi come riconoscere preventivamente ed articolare questi flussi in un processo di programmazione aperta e flessibile in grado di cogliere opportunita’ e nuove condizioni via via che si determinano, cosa non sempre facile di fronte alla velocizzazione dei processi ed ai costanti cambiamenti socio-economici in atto, ai quali non si può non prestare attenzione.

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L’azione appare dunque prevalentemente legata ai territori e, tuttavia, gli stessi singoli beni possono, in non pochi casi, essere economicamente attivi. Porto degli esempi concreti: i musei comunali di Massa Marittima sono in pareggio di gestione e quelli di San Gimignano sono non solo in pareggio, ma addirittura contribuiscono in modo determinante al bilancio comunale. Sono esempi che testimoniano come una gestione oculata e “vicina” possa non solo farsi carico di un bene, ma valorizzarlo e gestirlo in modo assolutamente corretto. Le comunita’ locali dunque sono un riferimento importante e da prendere in seria considerazione, in quanto si dimostrano consapevoli custodi ed interpreti di un patrimonio culturale di cui sono destinatari e proprietari da secoli, di un patrimonio che rappresenta uno dei maggiori valori d’identita’ (pensiamo per esempio all’arte sacra) locale, ma che al contempo ha significato e valore a livello nazionale e sovranazionale nel momento in cui viene in contatto (per studio, per curiosita’ o per turismo) con chiunque abbia disposizione a viverlo. Va rilevato inoltre che - per ora - non vi sono esempi clamorosi di un uso improprio o mercantile, che non vi è stata una svendita o una sottovalutazione (anzi se mai una sovrastima da parte delle comunita’ locali) del patrimonio museale in loro possesso. Scatta addirittura un orgoglio cittadino che entra in conflitto con usi pubblicitari ritenuti non consoni al valore storico artistico dei luoghi (es. réclame delle merendine e del Gigante ambientato a Montepulciano e non particolarmente gradito dai suoi abitanti).

I recenti dati resi noti dall’ISTAT in questi giorni mostrano un’Italia che è meno lontana dalla cultura di quanto lo fosse 10 o 20 fa: non solo aumentano gli iscritti all’universita’, ma cresce ancora di più il numero di coloro che vanno a teatro, che è pari a quello di quanti vanno ad assistere ad uno spettacolo sportivo ed anche se i frequentatori vacheron constantin replica di concerti di musica classica resta inferiore al 10% della popolazione, sono intorno al 28% quelli che hanno varcato la soglia di almeno un museo.
Un’indagine di pochi mesi fa, sulla Toscana, ha messo in relazione non solo la qualita’ della vita, ma anche la longevita’ con la capacita’ culturale della popolazione. Ed, in effetti, i dati sul consumo di cultura appaiono particolarmente elevati. Si pensi al numero dei teatri che - nonostante le recenti polemiche sui teatri chiusi: 47 su 186 aperti, di cui 23 in ristrutturazione con fine lavoro prevista entro il 2003 - definiscono un rapporto teatro/abitanti di circa 1/27.000, dato unico nel panorama italiano e che risulta pressoché omogeneo in tutta la regione. Naturalmente anche gli investimenti toscani sono elevati: i dati disponibili al 1999 vedono una cifra pressoché equivalente dello stato (£.4.651 miliardi) e degli enti locali (£.4.490 miliardi) impegnata sul restauro e recupero dei monumenti.
La spesa media in cultura pro-capite dei comuni toscani è pari a 34 Euro, dal quale vanno esclusi gli interventi sui beni culturali: le cifre più alte sono in provincia di Siena (IRPET 2002). Stiamo parlando di spese che gravano sul bilancio ordinario e costituiscono un’altra conferma di quella consapevolezza della ricchezza del proprio passato, vissuto totalmente in questo presente, che sembra saper cogliere le potenzialita’ innovative del grande mondo dei beni e delle attivita’ culturali.
In questo momento, complesso, di attuazione del Titolo V della Costituzione, le Regioni, sono al centro di un’attenzione contraddittoria che rischia di costituire un’impasse difficile da superare.
Ho letto con dispiacere alcune affermazioni che vedono l’attribuzione delle competenze di valorizzazione e gestione (e lo spauracchio di eventuali richieste di autonomia speciale, previste appunto nel Titolo V) come presunti, ma sicuri, attentati all’unitarieta’ dell’identita’ culturale nazionale, come la disgregazione di un sistema così perfetto da non poter essere modificato in nessuna parte. Timori che vengono, come si diceva una volta, da destra e da sinistra o come si dice ora che rappresentano posizioni bipartisan. Non so se siano così veritieri i due cardini su cui si fondano queste argomentazioni: la perfezione del sistema attuale e l’incapacita’ congenita delle Regioni e degli Enti locali ad amministrare il loro patrimonio culturale. In Toscana su 453 musei, 223 sono di ente locale, 77 dello Stato (di cui 22 delle Universita’), 69 ecclesiastici, 61 privati; gran parte di essi sono organizzati in sistemi museali (12 attivi, altri in costituzione) ed anche se i musei statali fanno la parte del leone rispetto al numero dei visitatori (rapporto 4:1), tuttavia non sembrano segnalati particolari disastri nei confronti del complesso del patrimonio culturale, anzi, sembra esservi un generale apprezzamento sulla gestione ed una buona armonia tra enti territoriali ed amministrazione statale.
In un suo libro recente, che ho largamente apprezzato e condiviso, Salvatore Settis porta ad esempio il modello italiano di tutela (di cui, peraltro, ammette un declino negli ultimi 10 anni) e vede le Regioni come uno dei vertici di un devastante “triangolo delle Bermude” composto dallo Stato stesso e dai privati, dentro al quale resterebbe prigioniero il nostro patrimonio culturale (Italia spa, 2002, pag 108).
Mi sento, lo confesso, a disagio di fronte a posizioni così forti; certo vedo molti pericoli ed incertezze in un cambiamento radicale del modello italiano, ma penso che esso stesso possa essere rafforzato da un apporto “leale” (come dice la legge) fra lo Stato ed i “suoi” enti locali, eletti dalla stessa gente che elegge i rappresentati al Parlamento ed al Senato della Repubblica e, quindi, anche del Governo italiano. La Toscana, inoltre, non solo per il suo passato fatto di “esportazione” culturale (Umanesimo, Rinascimento e Manierismo), ma anche per la sua attuale attivita’ basata contemporaneamente sulla conoscenza (Carta dei vincoli e Catalogo, in accordo con la Soprintendenza regionale), sulla qualificazione delle strutture e del personale (adeguamento dei musei agli standard ministeriali), sulla ricerca di sistemi di rete per l’ottimizzazione dei servizi (esistente per le biblioteche, comprensivo anche di quelle universitarie ed in corso per il sistema dei sistemi museali) e su consistenti investimenti sul patrimonio pubblico e privato, non sembra essere antagonista del Sistema-Italia, ma pensa di poter avere una funzione “utile” nei confronti dello Stato, e soprattutto nei confronti dei cittadini residenti e dei visitatori cui appartiene per intero il nostro patrimonio culturale. Certo molte cose sono da approfondire, da perfezionare, molte collaborazioni sono da porre in essere con maggior convinzione, le risorse sono sempre scarse rispetto al fabbisogno ed il problema della formazione del personale qualificato resta ancora aperto. Ma sono sicura che non pochi problemi sarebbero più facilmente risolvibili, se abbassassimo il quoziente di conflittualita’ e ricercassimo, con maggior collaborazione, un chiarimento di ruoli e di competenze.

Per questo un convegno. Un convegno senza miti o esagerate ambizioni, ma che vuole aprire un dialogo per iniziare a definire linee di azione comuni, per esporre posizioni nell’intento di trovare possibilita’ di confronto e di intesa nell’interesse del nostro patrimonio storico-artistico e dell’intera comunita’.
E’ con questo spirito che stamani vogliamo iniziare i nostri lavori.



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