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PONTIFEX STABAT HIC
27-10-2008
Ercole Noto

La trattazione della prima parte della presente comunicazione può sembrare di primo acchito “scollegata” rispetto al titolo “Pontifex stabat hic” - [un argomento che di seguito tratterò perché riferito a un pagina della storia di Ravenna, in particolar modo legata all’operato di papa Clemente XII, la cui statua in marmo è attualmente visibile nel chiostro grande del Museo Nazionale, che immette nella nartece, o ardica dell’ingresso originario della basilica di san Vitale] -; ma la disamina delle notizie di seguito riportate è emblematica di come, per l’incalzante informazione, non si riesce a volte a seguire tutto e a scrivere quello di cui si vorrebbe parlare. Quello che segue rappresenta quindi un tentativo (forse mal riposto) di sintesi e analisi critica d’alcuni avvenimenti culturali recenti che hanno influenzato il pensiero di chi scrive. Navigando nel mare della rete, nello “spumoso confine dei marosi” dell’informazione, si rischia di rimanere incantati dal richiamo di tante notizie, come quelle della rassegna stampa online che è da leggere e vagliare. Quella di ‘patrimoniosos’, sito di riferimento per tutti coloro che intendono seguire gli avvenimenti legati alla difesa dei beni culturali e ambientali, è sempre puntuale e aggiornata, anche la domenica (con grande impegno dei suoi redattori), mentre quella del portale del ministero, che a volte riporta articoli tratti dalla stampa estera, mette inoltre a disposizione dell’utente una ricca e completa informazione legata all’attività del ministero stesso. Come non approfondire, per esempio, il programma della “X Conferenza mondiale sui mosaici”, organizzata dall’Iccm (Comitato internazionale per la conservazione dei mosaici) quest’anno a Palermo, su iniziativa del Centro regionale di Restauro, diretta da Guido Meli, che ha scelto come logo dell’importante evento un motivo della Casa dei mosaici di Mozia: un mosaico a ciottoli raffigurante un cavallo assalito da un grifone alato [l’informazione mi è stata gentilmente data dallo stesso direttore Meli]. Una settimana (dal 20 al 26 ottobre) di incontri, dibattiti, visite-studio in siti archeologici e monumenti oggetto di recenti interventi di restauro, e, per rimanere nell’ambito della tradizionale ospitalità dei siciliani, anche un pranzo di gala nel prestigioso Palazzo dei Normanni. Chissà se fra le ricette elaborate da qualche monzù gli ospiti mangeranno il “latte fritto”! Scorrendo l’elenco degli interventi nelle va rie sezioni e posters si notano con piacere i nomi di giovani restauratori che si sono formati presso la Scuola del restauro del mosaico della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Ravenna; ciò fa ben sperare, considerato anche i rischi di chiusura di detta scuola per mancanza di fondi e la politica non certo virtuosa del Comune in fatto di scelte formative scolastiche (si vedano gli interventi raccolti attorno all’Accademia di Belle Arti di Ravenna riportata su codesto sito). Com’è pur vero che si riconoscono fra i partecipanti alla Conferenza personaggi i cui interventi sono stracotti come il loro tempo vissuto. Un aspetto che mi preme qui evidenziare è la collaborazione siglata con protocollo d’intesa, tra la Regione siciliana e il Governatorato del Cairo. Il Centro di restauro siciliano collaborerà - si legge in una nota – anche alla formazione di tecnici e conservatori/restauratori che lavorano nelle aree artistiche del Mediterraneo a più alto rischio di abbandono. La cooperazione tra paesi dell’area del Mediterraneo (ad esempio, tra la Siria e l’Italia), nel settore dell’information technology nell’ambito del patrimonio culturale, è un tema da me particolarmente avvertito e trattato su queste pagine, soprattutto per capire se alla base di queste collaborazioni c’è uno spirito di disinteressato altruismo, o se nell’operazione “fatebenefratelli” si celano eventuali vantaggi economici. Ora finalmente ho gli elementi formali e convenzionali determinati da quell’accordo (gare, procedure negoziate e contratti) che qualcuno non ha avuto l’onestà di rendere pubbliche e che presto metterò in rete. E poi ci sono le mostre. Ognuna merita una particolare attenzione e un’approfondita applicazione, come quella su Giulio Cesare, a Roma, nel Chiostro del Bramante, o quella di Pompei, che ripercorre tre secoli di scoperte archeologiche. In questo periodo di congiuntura, dall’altalenante andamento dei mercati finanziari, che condiziona e influenza lo sviluppo delle grandi e piccole imprese, con ripercussioni anche gravi sull’occupazione, un settore che ancora non teme crisi è proprio quello del turismo culturale che, anzi, ha visto raddoppiare, negli ultimi 15 anni, il numero d’appuntamenti con le esposizioni d’arte. Se tutto ciò viene visto dagli operatori turistici come un fatto positivo, per certi versi trainante e rivitalizzante per la nostra economia sempre più asfittica, dall’altro lato c’è da registrare la preoccupazione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali che il fenomeno degli eccessi delle rassegne d’arte sia degenerato in una sorta di speculazione che mira soltanto – come ha dichiarato il direttore generale Roberto Cecchi, in una seduta congiunta del Comitato tecnico scientifico per il Patrimonio storico artistico e etnoantropologico, con i dirigenti dei musei statali - a “valutarne l’appeal in termini di visitatori, lontane da quelle esposizioni di qualche decennio fa che erano la rappresentazione di un pensiero e rendevano il pubblico complice di un’avventura culturale”. Il direttore Cecchi, nella sua prolusione, è stato categorico: “approfondiamo il concetto di mostre: capiamone il valore in termini di ricad uta culturale e sociale”. Io non vedo francamente nel connubio “mostre-spettacolo e musei”, i “pericoli di una monocultura e il rischio di cancellare le diversità culturali”, così come ha evidenziato anche recentemente il documento dell’International Council of Museums, sezione italiana - (fonte Ufficio Stampa – MiBAC dello scorso 14 ottobre) - ma piuttosto una forma di “pluralismo culturale” (che non riguarda esclusivamente i musei statali, ma anche quelli degli enti locali ed ecclesiastici), che si caratterizza per una “plusvalenza” d’esposizioni, magari a discapito della qualità, che rappresenta, in qualsiasi modo s’intende esaminare la questione, il pane del sapere per le future generazioni. Ben vengano dunque; sarà il libero mercato della domanda e dell’offerta a sancire ancora una volta, anche in questo caso, la riuscita di una manifestazione o il suo fallimento. Con tutto quello ch e chiaramente ne consegue per il comparto: vendita biglietti cataloghi, gaget, ristorazione, viaggi, pernottamenti e quant’altro, che si riflette inevitabilmente sull’economia di un territorio. In ogni caso, su questo specifico argomento, sicuramente interessante e di cui seguiremo gli sviluppi, il Comitato tecnico scientifico del Ministero elaborerà con un documento finale, spunti, suggerimenti e proposte scaturite dall’incontro ad alto vertice nel dicastero di via del Collegio Romano. Una parte del tempo è poi dedicata alle notizie locali, sempre coinvolgenti, come la mostra « Tappeti svelati »: presentata nella centrale ex chiesa di san Domenico, dalla Fondazione Ravenna Antica e dall'Istituto statale d'Arte per il mosaico “G. Severini”, vi si possono vedere “una serie di cartoni originali, rilievi fotografici e stampe realizzate durante le fasi dello scavo della Domus dei Tappeti di Pietra”, che portò alla luce pavimenti in mosaico e in opus sectile. Un lavoro fatto dagli allievi del "Severini" - [a proposito, dove sono andati a finire quei giovani mosaicisti che lavorarono in quel cantiere-scavo negli anni successivi alla scoperta, maggio 1993, se oggi nella città d’arte fanno mosaico i soliti “quattro” anziani personaggi che si spartiscono la torta degli ordinativi?] – non “esclusivo” nella procedura adottata nel rilievo computerizzato dei mosaici; metodo applicato - stando a quanto dichiara to dal dirigente scolastico intervenuto - per la prima volta a Ravenna nel sito archeologico di via Dazeglio; forse, sarebbe da precisare, come training program for mosaics restoration degli allievi dell'Istituto d'Arte, non certo per l'applicazione della metodologia già in uso in altri cantieri e corsi di formazione di restauro del mosaico, come quelli riconducibili alla soprintendenza che fu di Corrado Ricci e Giuseppe Gerola, e ampiamente assimilata nell’esperienza didattica contestuale alla prassi conservativa. Ne è una dimostrazione il risultato ottenuto nel restauro dei mosaici dell’arco trionfale della basilica di S. Apollinare in Classe (affidato ed eseguito da un giovane restauratore, secondo le procedure oramai standardizzate di una metodologica insegnata a Ravenna, che fa scuola e viene esportata nel mondo), di cui la Soprintendenza, venerdì 24 ottobre, ha presentato le risultanze dei lavori nel volume “Il leone di Bisanzio”. La Sala del R efettorio, luogo di rappresentanza del Museo Nazionale e percorso museale essa stessa, s’incunea, nel complesso monumentale di san Vitale, tra due grandi chiostri. Al centro del secondo, conosciuto come chiostro grande (XVI sec.), troneggia la grande statua in marmo del pontefice Clemente XII, papa Corsini, che adepti e prelati della Curia, spalleggiati da alcuni politici locali, vorrebbero trasferire nel giardino di piazza Arcivescovado, in un contesto urbanistico insignificante, ma in prossimità del Museo Arcivescovile (oggi in restauro), che custodisce la splendida Cattedra eburnea di Massimiano. Opera dello scultore Pietro Bracci, la statua fu collocata nel 1738 in piazza del Popolo dai “ravennati riconoscenti per i benefici ricevuti dal pontefice”; ricordiamone uno in particolare: riunì i fiumi Ronco e Montone in un unico corso d’acqua (ora Fiumi Uniti), allo scopo di liberare la città dal pericolo frequente delle inondazioni. La grande scultur a, rimossa dalla piazza centrale nel 1867, fu collocata alla fine di quel secolo nel complesso benedettino di san Vitale, dove, dopo la soppressione degli ordini monastici, veniva a costituirsi il Museo Nazionale. Quella statua ormai da troppo tempo fa parte di un contesto che, anche se diverso da quello originario (per cui fu pensata), è neutro, cioè non entra in rapporto con l’opera che ormai è isolata, costretta a vivere di luce propria e può entrare in rapporto solo con il fruitore. L’opera d’arte resterebbe mutila se rimossa dal contesto ambientale, perché verrebbe spezzato il rapporto che il bene culturale ha con l’insieme, rapporto non altrove ricostruibile; quello che U. Baldini definiva l’orografia di un monumento. Il rigore storico-scientifico confortato dai principi della Carta del Restauro proibisce indistintamente qualsiasi remozione, “a meno che ciò non sia determinato da superiori ragioni di conservazione…”, e non sarà tanto semplice assumere delle decisioni in tal senso, anche se c’è di mezzo qualche politico e la Soprintendenza, come si legge dalla stampa locale, “resta a disposizione di un dibattito con gli organismi cittadini preposti”.

Ercole Noto



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