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Ma dov lo scandalo?
18-11-2008
Francesco Floccia

Ma dov lo scandalo? Nel capitolo primo (Coca-Scuola) dellinteressantissimo volume di Vanni Codeluppi, Il potere del consumo. Viaggio nei processi di mercificazione della societ, Bollati Boringhieri Editore, 2003, il lettore vedr quante volte lAutore cita il marchio McDonalds come fenomeno di icona immediatamente riconoscibile da parte dei bambini (pg. 17), oppure come traino per finanziamenti a quelle scuole (americane) i cui studenti sono per alcune sere allanno clienti della catena dei locali attratti dai propri insegnanti che nelloccasione vi lavorano (pg. 23) o anche come esempio di quella strategia di integrazione tra educazione e consumo mirante a soddisfare i desideri degli studenti consumatori (pg. 25). Scriveva Alberto Ronkey nellIntroduzione de LItalia dei nuovi Musei, Fratelli Palombi Editori, 1994, pg. 10: Il Met, del resto, ospita anche mostre straniere concedendo royalties per lo sfruttamento degli oggetti esposti. Se organizzasse una mostra su Raffaello , per esempio, i musei italiani secondo le nuove norme potrebbero chiedere i diritti di riproduzione e le percentuali sulle vendite prima di concedere le opere in prestito. Nel 1980 il Prof. G.C. Argan nellIntervista sulla fabbrica dellarte a cura di Tommaso Trini, Laterza 1980, si augurava la trasformazione dei musei (pg.158), lamentava la mancanza di un serio collegamento tra i musei e la scuola (pg. 159) e dichiarandosi contrario a qualsiasi forma di alienazione di opere minori o doppioni, anche se con lo scopo di procurarci fondi per le mille necessit dei nostri musei (Trini), si pronunciava tuttavia favorevole a scambi scientifici tra Nazioni: il fondamento antropologico degli studi moderni pratica largamente il confronto delle culture materiali e, in questo campo, lo scambio anche intercontinentale di oggetti per lo pi archeologici possibile e opportuno (pgg. 159- 160). In ognuna di queste affermazioni da me riportate affiora inevitabile il dato che tanto rende inquieti della cultura, dellarte collegate al deprecato concetto di consumo o, peggio ancora, la cultura, la storia dellarte occasione e vittime deboli del consumismo. Questo timore poteva valere quando, fino a poco tempo fa, mercati, ipermercati, outlet attiravano, sullonda di una economia apparentemente fiorente, schiere di visitatori tesi agli acquisti di ogni genere di prodotti, specie se superflui ed effimeri, e servizi connessi al cos detto tempo libero. Centri commerciali affollati e simbolo essi stessi di una moderna realt di interessi individuali volti al consumo, allacquisto, al mercato, al possesso soprattutto di oggetti o gadget elettronici che, al di l di una funzione primaria di sostentamento, rappresentavano allocchio altrui una condizione di manifesto benessere e di raggiunto e tranquillizzante stato sociale stimato e apprezzabile. Associare pertanto marchi di compagnie famose e di notoriet internazionale, riconosciuti come tali soprattutto dal mondo giovanile, a istituzioni come le scuole, le universit, i musei - dimenticando frattanto che dal loro produrre ricchezza materiale e lavoro sarebbe comunque dipeso il benessere della societ sembra tuttora, ad alcuni, una impropria e mortificante interdipendenza di interessi laddove larte e la cultura andrebbero a perdere di significato, valore morale, libert espressiva e di conoscenza. Sussiste da tempo il timore che finalit commerciali inquinino la natura delle opere darte con interessi a dir poco pericolosi nella considerazione anche che, laddove arriva il privato, venga a dissolversi il requisito pubblico di ci che si definisce bene culturale: curioso che a quasi un secolo di distanza faccia pi scandalo cfr. i lanci web dal pomeriggio dello scorso 14 novembre riguardanti la notizia sul supermanger ai musei di Stato lattuale progetto ministeriale, chiss po i quanto realizzabile, di rilanciare e rivitalizzare le raccolte museali e i siti archeologici italiani di quanto facesse invece scalpore nel 1909 il progetto di Filippo T. Marinetti cui sarebbe invece piaciuto distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie. Personalmente andrei cauto con i timori rispetto a una possibile dissoluzione del patrimonio museale italiano solo perch eventuali modalit di gestione delle opere potrebbero essere attuate con criteri inusuali, da ritenere quasi impuri, rispetto a una tradizione mibac di cautela e di sempre difeso primato della ragione storica di unopera darte, intangibile fonte di studio e di considerazione intellettuale ma anche opera del mondo e come tale sottoposta a esigenze sensibili oltre che morali (cfr. Ferdinand C.S.Schiller). Peraltro basta consultare il volume di Monica Amari, I musei delle aziende, con prefazione di Rossana Bossaglia, Milano 1997, per constatare come anche un museo di condizione giuridica privata presenti caratteri di qualit e di comunicazione specialistica dei prodotti raccolti che illustrano, senza equivoci, la storia e la capacit produttiva dellAzienda titolare. Non sempre, forse, al pubblico invece chiaro il rapporto di qualit che intercorre tra unopera darte e la storia del Popolo italiano: e i musei statali che assolvono a una miriade di compiti istituzionali hanno oggi il diritto di essere le vetrine pi scintillanti di ci che stata la storia della cultura in Italia. Sappiamo tutti inoltre, frequenti sono le statistiche, che salvo qualche caso, nei musei e siti archeologici nazionali scarsa la frequenza di pubblico: anche gli studenti, un tempo presenti grazie alle gite scolastiche, sembrano essersi rarefatti; individualmente poi quanti saranno i giovani/s tudenti/adolescenti/teenagers/touch generation ecc. che programmano di trascorrere una domenica, un sabato pomeriggio, un venerd sera in un museo davanti a dipinti barocchi, rinascimentali o almeno del ventesimo secolo? Non possiedo dati di prima mano ma da un sito web (Nintendo DS) apprendo che il 92% dei teenagers ascolta musica rap o hip hop e solo l8% dei ragazzi ascolta musica rock, emo, hardcore, metalcore o punk. Se dunque gi la sola realt dellattenzione musicale cos specifica e caratterizzata nei gusti, sbaglio nel credere che tanta giovent destinata a restare lontana dal mondo dei musei, dellarcheologia, orba della considerazione educativa e formativa che comunque la conoscenza della storia artistica italiana fornisce a chi invece la studia e frequenta? Tutti gli storici dellarte sanno degli aneddoti di San Filippo Neri che nella Roma del Cinquecento curava e cresceva i ragazzi bisognevoli di assistenza ed educazione insegnando loro il lavoro e nat uralmente la dottrina cristiana: oggi questo prendersi cura dei giovani seguendo il metodo oratoriano farebbe gridare al sopruso e alla limitazione della libert individuale. Ma il dato che ho riportato allinizio di queste righe secondo il quale circa duemila scuole della costa occidentale USA (Codeluppi) sono entrate in reciproca collaborazione con la catena McDonalds in quanto professori e studenti si relazionano con le due esigenze fondamentali della ristorazione e dello studio, dimostra che non c nessun cedimento della scuola nei confronti di una struttura commerciale che assolve alla sua funzione nel campo dellalimentazione in osmosi con listituzione scolastica che da par suo educa: anzi, in considerazione del fatto che ormai appunto lelemento dei marchi internazionali il mondo immediatamente riconoscibile dalle nuove generazioni dei blog, siamo credo nella realt opposta (o di ritorno) in cui potrebbe apparire incomprensibile ma entusiasmante, pro prio ai giovani, la novit che, associato al marchio jeans, o delliPod, o del cellulare o di tutto il resto che li appassiona e contraddistingue, possa esserci il nome di un museo statale, di una Galleria nazionale, di un concerto, di un antiquarium celebre ma sconosciuto ai pi. E dunque il momento di vedere alla rovescia la situazione dellintervento privato nel (ma perch mai?) paludato settore pubblico del patrimonio artistico italiano. Fatto salvo il principio della conservazione, cura, tutela, intangibilit dellopera darte, non deve impensierire lavviarsi ad associare la storia ai marchi/icone del consumismo mondiale proprio ora che a fronte della crisi economica in atto nuove regole, principi, presupposti culturali e di comportamento possono essere prospettati a tutti noi. E dunque forse il momento che la storia civile e umanistica italiana, attraverso proprio i suoi documenti dellarte, irrompa nel mondo del consumo presentando in questa fase di ripensamento globale i propri principi e la straordinaria filosofia di vita che da secoli la caratterizza.

16/11/2008.



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