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- NEW ! - Accorpamento della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale e del Lazio: ancora una riflessione
25-07-2005
Giovanna Alvino, Giovanna Rita Bellini, Nicoletta Cassieri, Maria Grazia Fiore, Sandra Gatti, Giuseppina Ghini, Marcello Molajoli, Annalisa Zarattini

In merito all'accorpamento della Soprintendenza per i Beni Archeologi del Lazio con la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Etruria meridionale, vi presentiamo nuovamente le nostre riflessioni.
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Dopo la decisione del Ministero di unificare le due Soprintendenze Archeologiche del Lazio e dell’Etruria Meridionale abbiamo già più volte evidenziato e denunciato l’inopportunità del provvedimento, motivando ampiamente e fondatamente il nostro profondo dissenso, con lettere e appelli, coinvolgendo la stampa, la politica il mondo scientifico, politico e della cultura, che ci hanno largamente sostenuto e appoggiato anche con interrogazioni parlamentari.

Oggi, a distanza di qualche mese, mentre viviamo la fase di attuazione di questo improvvido accorpamento, che si sta dimostrando peggiore delle già pessimistiche previsioni, torniamo a rendere note le nostre riflessioni e ad esplicitare i motivi per cui tale provvedimento dovrebbe essere annullato.

Ormai da molti anni la Pubblica Amministrazione ha intrapreso e attuato con successo il decentramento amministrativo, in nome della efficienza, della rapidità, della incisività nello svolgimento dei compiti istituzionali.
L’unificazione delle due Soprintendenze, ambedue importanti, con un territorio ricchissimo dal punto di vista archeologico, va nella direzione esattamente contraria, creando una struttura elefantiaca e difficilmente gestibile e, a quanto pare, che nessuno nel Ministero voleva o ammette di aver voluto.
La Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, caratterizzata da una lunghissima tradizione risalente alla fine del 1800, ha da sempre egregiamente tutelato e valorizzato un territorio ed un patrimonio archeologico fortemente connotato dalla presenza etrusca, popolazione che ebbe un ruolo primario nell’Italia preromana, e che proprio per questo richiede una altissima specializzazione nel settore ed impone di concentrare le energie e le professionalità specifiche su un settore del tutto peculiare.
La Soprintendenza per i Beni Archeologici del Lazio, nata nel 1968, si è sviluppata e consolidata in questi decenni anch’essa con una sua organizzazione peculiare ed ha acquisito una forte identità operativa, adeguata a far fronte ad una realtà territoriale archeologica altrettanto impegnativa, anche se probabilmente per motivi quasi opposti a quelli dell’Etruria, ovvero la notevolissima diversità dei comprensori territoriali di competenza.
Le province di Roma, Rieti, Frosinone e Latina, infatti, sono caratterizzate dalla presenza di numerose popolazioni preromane, molto diverse fra loro, connotate da differenti aspetti culturali e insediamentali; fortissima è poi la presenza di beni archeologici riferibili all’epoca romana, sia repubblicana che imperiale, con molti siti che sono fra i più importanti in Italia e persino di rilevanza mondiale, quale Villa Adriana.
Il territorio è estesissimo, dall’alta Sabina ai confini con l’Umbria, ad est fino all’Abruzzo ed a sud fino al Garigliano. Tale vastità ed articolazione interna, sia rispetto alle problematiche di carattere strettamente archeologico, sia per quanto riguarda il rapporto con realtà sociale, ha fatto sì che più volte in passato si auspicò uno sdoppiamento della Soprintendenza, ipotizzando la creazione di ulteriori Soprintendenze a carattere provinciale nelle sedi di Frosinone e Latina, proprio per meglio rispondere alle esigenze di tutela e per agevolare i rapporti con le realtà locali

Per dare solo un’idea della complessità e della ricchezza dei territori gestiti dalle attuale Soprintendenza del Lazio “unificata” è sufficiente ricordare il numero dei Musei e delle aree archeologiche presenti nel Lazio, esclusa Roma: sono 36 statali e 47 di enti locali, per un totale di ben 83.
Nelle altre regioni, anche le più ricche dal punto di vista archeologico, il numero dei musei è di gran lunga inferiore: quelli statali, per esempio, in Toscana sono 10, in Puglia 12, in Calabria 10, in Basilicata 10, in Emilia Romagna 9; in Sardegna – divisa in due Soprintendenze - 7; la Campania ne ha 20, compresa Napoli ed il polo pompeiano, ma anch’essa è divisa in più Soprintendenze.
Tale situazione, cui va aggiunto l’aspetto del notevolissimo numero di dipendenti dell’ufficio, crea evidentemente delle enormi difficoltà gestionali ed organizzative per un’unica struttura.

La fase di accorpamento, inoltre, si sta rivelando molto difficoltosa ed impegnativa, perché, naturalmente, richiede un impegno di riorganizzazione totale in tutti i settori, dovendo effettuare l’unificazione dei diversi servizi e l’elaborazione di un organigramma completamente nuovo, assorbendo una grande quantità di energie a scapito dell’efficienza nello svolgimento del lavoro di competenza.
Tale grande oggettiva difficoltà è dimostrata dal fatto che, nonostante tutti gli sforzi, attualmente, dopo sei mesi, al di là della presenza di un unico dirigente, l’unificazione nei fatti non è ancora avvenuta: oltre alle sedi diverse, i servizi sono ancora divisi, così come il protocollo, gli archivi, gli uffici amministrativi, le biblioteche, etc. e in ogni caso sarà poi un grosso problema l’unificazione di detti servizi per trovare spazi idonei e una ubicazione funzionale, che al momento non esistono.

L’accorpamento ha penalizzato soprattutto l’attività di tutela effettiva sul territorio per quanto finora esposto, ma inoltre la situazione è stata ulteriormente aggravata dalla notevole riduzione dei fondi stanziati (dal funzionamento dei Musei e delle aree archeologiche, alle risorse per le missioni alle manutenzioni ordinarie, alle mostre, etc), che sono inferiori a quanto assegnato nel 2004 ad una sola Soprintendenza : è evidente che il budget è stato stabilito considerando in astratto un solo Ufficio, senza tenere conto della realtà attuale.
In particolare l’impossibilità quasi totale per i funzionari e i tecnici di recarsi sul territorio rende impossibile assicurare la tutela, la corretta gestione dei musei e delle aree archeologiche, il controllo scientifico degli innumerevoli scavi, restauri e cantieri in corso, lo stesso espletamento delle pratiche di competenza e, di conseguenza, la efficace e tempestiva risposta verso l’utenza.


Si deve rilevare inoltre come il provvedimento, a quanto ci è noto, non sia inserito in un piano generale di riorganizzazione del Ministero, di cui siano stati esplicitati tempi, modi e finalità, ma risulti invece, finora, del tutto episodico e senza che ne siano state ufficialmente espresse le motivazioni, contrariamente a quanto tra l’altro prevede la legge sulla trasparenza amministrativa.
Al di là del DM del 18 marzo 2005 relativo all’attuazione dell’ESPI, che contiene in allegato un elenco delle Aree Organizzative Omogenee, dove non compare più la Soprintendenza dell’Etruria Meridionale, decreto peraltro successivo alla nomina del Soprintendente per i Beni Archeologici del Lazio, non sono stati resi noti gli atti che sono alla base dell’accorpamento.
Il personale dei due Istituti non è mai stato né coinvolto né informato formalmente e quanto stava avvenendo si è saputo a cose fatte e solo da informazioni verbali non provenienti dai vertici del Ministero: il personale della ex Soprintendenza del Lazio ha inviato numerose richieste, proteste e appelli, anche direttamente al Ministro, e a tutt’oggi non ha avuto alcun cenno di risposta, nemmeno alla richiesta di documentazione presentata da un avvocato incaricato per questo da una parte del personale della Soprintendenza ex Lazio.
Eppure l’organizzazione del lavoro è persino materia di contrattazione sindacale, come prevede il contratto, e i lavoratori non sono stati nemmeno informati.
L’accorpamento, inoltre, è stato deciso, a quanto ci risulta, senza consultare nemmeno gli Enti locali interessati, in particolare la Regione, che sono ormai – anche per legge - realtà direttamente coinvolte nell’attività del Ministero per l’aspetto della valorizzazione, per esempio attraverso gli accordi di programma.
E’ stato detto che si sta andando verso una organizzazione che prevede una Soprintendenza per regione, proprio per adeguarsi alla articolazione regionale della Repubblica: se questo è vero, allora perché, nella stessa regione, restano più di una le Soprintendenze per i Beni Architettonici e del Paesaggio, che anzi, di recente, si stanno moltiplicando (3 in Campania, 2 in Emilia Romagna, 5 in Toscana, 2 in Lombardia, 2 in Puglia, 2 in Sardegna)?
Si ritiene forse che nell’ambito del patrimonio culturale nazionale i beni architettonici siano più importanti di quelli archeologici? Oppure, come moltissimi pensano, si tratta di un conteggio e di una distribuzione di nomine dirigenziali?
Le due Soprintendenze non erano una “anomalia”, come sostenuto dal Ministero dal momento che ci sono altri casi in cui esistono più Soprintendenze nella stessa regione (Campania, Sardegna, ancora Lazio con la Soprintendenza di Roma e di Ostia), ma rappresentavano due strutture organizzative storicizzate ed efficienti, con un decentramento di competenze pienamente rispondenti alle complesse esigenze di tutela e valorizzazione dei beni archeologici del Lazio, uno dei più ricchi d’Italia.

Siamo convinti che ci sia davvero di che riflettere, sempre che si voglia farlo.



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